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(Non) Dieci Libri # 12 – Kim Newman

Oggi parliamo di un libro che avete letto tutti, e se non lo avete letto, dovreste leggerlo. E parliamo anche di uno degli autori che sento più vicini al mio modo di intendere la narrativa in generale, ed in particolare la narrativa orrifica.

Nel 1993, scorendo gli scaffali della libreria Delitto & Castigo di Torino, inciampai su un libro di un autore che conoscevo già, ed apprezzavo molto … come critico cinematografico. Provai a prenderlo e leggendolo in tram, sulla strada verso casa, saltai la mia fermata. Non esistono test più efficaci per valutare quanto un libro ci coinvolga. Il libro era Anno Dracula, e l’autore era Kim Newman.

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Orripilante oltre ogni immaginazione

Nel 1985 vivevano a Londra due giovani scrittori squattrinati. Uno campava facendo il critico cinematografico, ed essendo l’ultimo arrivato in redazione, gli toccava recensire i film pornografici e la roba di serie Z. L’altro scriveva narrativa e articoli sul fantastico per riviste per soli uomini.
Entrambi facevano anche i recensori per la British Fantasy Society.
Fra le altre cose.

E nel 1985, per sbarcare il lunario, i due giovani scrittori squattrinati proposero a un editore un libro fatto di citazioni, quarte, fascette e strilli di copertina di famosi o non così famosi romanzi di fantascienza, fantasy e horror. E film, anche.
L’editore (Arrow Books) accettò, e così Kim Newman e Neil Gaiman scrissero Ghastly Beyond Belief.

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Scrittori di successo contro il crimine

Prendiamo un’idea che non pare neanche poi così scema: uno scrittore in cerca di idee per i suoi romanzi collabora con le forze dell’ordine, fornendo idee e punti di vista “alternativi” per la risoluzione di casi insoliti – con la clausola che potrà poi trarre ispirazione per le proprie storie.
Il nostro protagonista è un tipo che pensa più alle donne che ai crimini, che vive la vita piena di glamour dell’autore di successo.

Department_S_title_screenshotChe poi sarebbe l’idea centrale di Castle – e a noi piace Castle*.
Ma era anche solo una delle idee di base di Department S, una serie TV del 1969-70.
Ed è di Dipartimento S, che ho voglia di parlare oggi.

La serie venne prodotta dalla ITC – leggendaria casa produttrice inglese – con un budget minimo e la solita vecchia formula delle serie britanniche: se i soldi sono pochi, li spendiamo in sceneggiature, attori e cast tecnico.
Sembra legittimo. Continua a leggere


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Moriarty! (e Moran!)

Uno dei migliori autori attualmente sulla piazza.

Kim Newman detiene un primato assoluto, nella mia esperienza di lettore – il suo Anno Dracula, letto sul tram tornando a casa dall’università, riuscì a farmi saltare la fermata.
Ad un certo punto alzai gli occhi dalla pagna e mi resi conto che il tram era fermo al capolinea, ed io non me ne ero assolutamente accorto.
Questo è per me un criterio un po’ empirico ma infallibile per identificare un buon libro ed un buon autore.
Anche se mi è capitato una volta sola.
E Anno Dracula è un eccellente libro, scritto da un autore eccellente.

Inutile dire che dopo Anno Dracula mi procurai un sacco di cose scritte da Newman, non solo in ambito narrativo, ma anche in ambito saggistico – il BFI Companion to Horror, che Newman curò negli anni ’90, resta un tomo meraviglioso e indispensabile –  trovando ripetute conferme al fatto che, sì, avevo beccato un vincente.

Ed ecco che ora mi capita questo strano romanzo, che fin dal titolo mi promette le meraviglie che mi aspetto dall’autore londinese.

Professor Moriarty, The Hound of the Durbervilles è un romanzo ad episodi, in effetti il prodotto di un fix-up di alcune storie comparse su riviste e antologie, con circa un 50% di materiale nuovo, a formare una narrativa coerente.
Il testo è inquadrato con un classico framing device – in seguito alla crisi economica, il fallimento di una banca-canaglia porta alla luce un manoscritto che si direbbe stilato da Sebastian “Basher” Moran in persona. Una curatrice un po’ snob viene ingaggiate e praticamente obbligata col ricatto a curarne l’edizione, che è poi ciò che abbiamo fra le mani.

Il manoscritto di Moran narra le sue imprese al servizio del terribile Professor Moriarty, il Napoleone del Crimine, negli anni che precedono il confronto fra Moriarty e Holmes alle cascate di Reichenbach.

Non siamo tuttavia nel territorio del semplice pastiche holmesiano.
Le storie di Moriarty & Moran sono avventure fantastiche, con una abbondante dose di commedia, una spolverata di steampunk (*), ed una profonda propensione per l’eclettica cultura letteraria.
Ogni storia, narrata da Moran – che non manca di divagare – si affianca ad una storia del canone Holmesiano, presenta in altra luce un personaggio dell’opera di Conan Doyle, ma fa soprattutto riferimento ad almeno un romanzo o racconto derivato dal canone della letteratura vittoriana.
(e la curatrice non manca di segnalarci questi riferimenti nelle dotte annotazioni)
Newman si diverte, evidentemente , senza dimenticare di inserire, quando possibile, personaggi presi dalla narrativa d’appendice – primo fra tutti il cinese Signore delle Strane Morti (alias Fu Manchu), fornitore preferenziale degli animali esotici che Moriarty usa per alcuni dei suoi piani più ingegnosi.

Moran, narratore inaffidabile, assomiglia moltissimo, per tono e atteggiamenti, al mio vecchio amico Sir Harry Flashman – ma come fa notare lo stesso Newman nella postilla, Moran per lo meno le medaglie se le è guadagnate seriamente, e se Flashman resta un vigliacco fortunato, Moran è piuttosto un maniaco dell’adrenalina piuttosto sfortunato.
Irto di opinioni irripetibili su bambini, cani, stranieri, donne, omosessuali, poliziotti, cittadini britannici, militari, cocchieri di piazza, contadini, intellettuali, politici e praticamente ogni creatura che respiri sulla superficie del pianeta (a cominciare dal suo datore di lavoro Moriarty), il colonnello Moran, il cacciatore di tigri che ha sparato a qualsiasi cosa gli sia capitato a tiro, sempre disperatamente alla ricerca di un guadagno, di una scorciatoia o di una sottana è un personaggio che è bello odiare, e che ci strappa dei sorrisi amarissimi.

Poiché dove mi trovo ora non ci sono tram, non posso sottoporre questo volume al test della fermata di casa.
Posso tuttavia portare un altro fenomeno a sostegno della qualità del romanzo – ad un certo punto, a circa un terzo del tomo, una battuta su Nietsche mi ha fatto ridere tanto a lungo e tanto forte, che i vicini si sono preoccupati (il fatto che sia accaduto alle due di notte spiega forse parte della loro preoccupazione).

Grande, solidissimo, intelligente intrattenimento.
Ce ne saranno altri.
Non possiamo che augurarci di sì.

(*) I padroni nazionali del vapore probabilmente lo odieranno, un po’ perché piace a me, un po’ perché è troppo intelligente, un po’ perché non potranno sfuggire all’impressione che Kim Newman sberleffi il genere con estrema allegria.


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Incubo in Noir

OK, un post per il piano bar del fantastico.

Un paio di notti or sono, sul blog Book & Negative, il padrone di casa ha proposto una eccellente rilettura di The Big Heat, un classico del noir con Glenn Ford, Lee Marvin ed una meravigliosa Gloria Grahame.
Si tratta di un film fondamentale, uno dei pilastri del genere noir, e Hell ne tratta con competenza ed evidente passione.
Andate a darci un’occhiata.

Ora, ne approfitto per un commento en passant, che un giorno dovremo approfondire – io detesto quelli che usano il termine noir per definire qualsivoglia poliziesco, semplicemente perché è molto più cool chiamarlo noir, che “giallo” sa di edicola e di letture in spiaggia.
Il noir, tanto su carta quanto su pellicola, ha delle regole precise, una estetica ed una provincia tematica tutta sua.
Ray Chandler non scriveva noir – al limite scriveva proto-noir.
David Goodis scriveva noir.
Giorgio Faletti scrive polizieschi.
Per l’inferno, leggetevi Silver & Ward!*

Ma non è di questo che voglio parlare.

I personaggi di The Big Heat, e in particolare i ruoli interpretati da Grahame e Marvin, ricompaiono in un piccolo romanzo fantastico (in tutti i sensi).
Hell non lo conosceva.
Da cui… piano bar.

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