strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Zen & Merda Secca

[nota: questo post compare in contemporanea, in forma leggermente diversa, anche sul blog Bujizen]

Questo post è vagamente connesso al post sulla nerdsfera, e sul fatto che quando le nostre passioni diventano mainstream, le vediamo sempre, o quasi sempre, svilite in qualche maniera.

Breve nota autobiografica – ho letto il mio primo libro sullo Zen, l’eccellentissimo La Cultura Zen, di Thomas Hoover, quando ero al liceo.
Sono passati poco più di venticinque anni, durante i quali ho continuato ad interessarmi all’argomento, leggendo libri, parlando con persone e, ammettiamolo, facendomi un sacco di risate.
Sono arrivato al punto di proporre al pubblico un breve corso ispirato proprio al libro di Hoover – ed il pubblico non se l’è filato.
Ora una parte sarà – speriamo – riciclata per una singola dotta (ma divertente!) conferenza.

Uno degli elementi più interessanti, per ciò che mi riguarda, della filosofia zen, che è stato anche il principale elemento di sfida e perciò di divertimento nel tentare di mettere insieme un corso, una conferenza, è il fatto che l’essenza dello zen sia inesprimibile.
Se vi spiego cos’è lo zen, vi sto ingannando.
Nel momento in cui il grande vuoto che è al nucleo della dottrina viene toccato dalle parole, si corrompe.
E anche la frase qui sopra è un inganno, una inutile generalizzazione.
Non è esattamente così.
Bertrand Russel ed il suo barbiere avrebbero apprezzato.

Poi, mangiandomi un pugno di riso (molto appropriato), apro La Stampa e…

Zen è parola di moda in Occidente e in Italia: quando non indica un sushi bar, segnala una certa essenzialità (nell’arredamento, per esempio), una certa calma, e anche una certa freddezza.

Non è affatto questo, lo zen. Lo zen è il punk del buddhismo: è contro le forme, contro le tradizioni, contro le buone maniere, contro le opinioni comuni, contro il buon senso, contro la mediocrità, contro l’accettazione, contro il conformismo, contro l’educazione e la cultura. Nient’altro che merda secca, direbbe Lin-chi.

Ecco fatto.

Punk prima di te

Esce da Mondadori una raccolta di testi di Lin-chi, che i Giapponesi chiamano Rinzai.
La Stampa affida la marchetta alla persona che ha curato il testo e scritto la postfazione del volume.
Laureato in filosofia teoretica.
Ha curato la comunicazione della prima edizione de Il Grande Fratello (dice Wikipedia).
Ma è stato anche dirigente della FGCI (dice sempre Wikipedia).

Il testo, intitolato Quando Buddha fa il Punk, è quantomai dotto.
Oltre a Lin-chi ed alla merda secca, cita Goethe, Benjamin, il cristianesimo e il marxismo.
E il punk.
Altra parola di moda in Occidente – e non solo, conosco un paio di feroci punk-band nipponiche…

E qui vorrei dire cose molto sagge o molto profonde, oltreché molto zen.
Vorrei parlare della critica dello zen all’eccesso di libertà, vorrei parlare del legame dello zen con la visione naturalistica del taoismo per cui non esistono pro o contro (o meglio, esistono, ma non sono pro e contro…), vorrei scrivere per settimane.
Ma è lo zen in prima pagina nella sezione Cultura & Spettacoli de La Stampa, con la merda secca e quell’essere contro, che mi butta un po’ giù.

E non riesco a fare a meno di ricordare quanto lo zen (e proprio il Rinzai, ora che ci penso), sia stato uno strumento di indottrinamento per una società reazionaria e militarista, come lo zen istituzionale abbia abbracciato con entusiasmo la teoria della Sfera di Coprosperità Panasiatica.
Di come lo zen sia stato fin dall’inizio un mezzo per cancellare la paura della morte dalla mente dei guerrieri.

Zen è quello sguardo sul mondo che ne coglie non soltanto il vuoto intrinseco o la superfluità, ma anche la straordinaria ricchezza, l’insostituibile pregnanza che dimora nel presente, e che ogni volta il mondo artefatto del divenire vuole impedirci di cogliere, incatenandoci al ricordo del passato o snervandoci nell’attesa del futuro. Zen significa apprezzare i piaceri della vita per ciò che sono: una manciata di sabbia nel vento incessante dell’oceano, e niente più; ma anche l’unica cosa che veramente abbiamo, l’unica cosa che veramente siamo. Zen è rivoluzione antidottrinaria, anticlericale, antiistituzionale in nome della libertà presente del pensiero e del corpo.

Infatti, comincia spesso proprio in questo modo – e poi ti ritrovi a Sekigahara.
A Nanchino.
A Guadalcanal.

Il che non significa che lo zen sia il male.
O il bene.
Alla fine è solo uno strumento, una scatola di attrezzi intellettuali per venire a patti con la realtà secondo un certo modello, che comporta dei vantaggi, che lascia aperti a certi rischi.
Non è meglio del marxismo o del cristianesimo o della filosofia spicciola di Lyon Sprague De Camp (Fai agli altri quello che gli altri vogliono fare a te, e possibilmente fallo prima).
E questo non vuol dire che quanto è scritto qui sopra sia sbagliato, o falso.
È semplicemente inutile.

Forse è vero che lo zen bisogna viverlo.
Ascoltarlo dalla voce dei maestri.
Al limite leggerlo nei libri.
Ma mai e poi mai cercare di spiegarlo.
Specie riciclando l’idea di un altro autore, che oltretutto pare averla afferrata meglio…


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Nerd, geek e altri superuomini

Questo è un pork-chop express a scoppio ritardato.
[e, sì, l’immagine qui a destra è orribilmente sessista – però funziona]
Qualche giorno addietro, sul Blog sull’Orlo del Mondo, Alex McMab discuteva di nerd-dom e geek-yness.
E tra le altre cose, provocatoriamente domandava…

Un’altra domanda, miei cari nerd, semi-nerd e geek assortiti: ma quanto i nerd propriamente detti, come si integrano con la società?
Voglio dire, può essere facile essere nerd a 20-30 anni. Ma a 40? A 45? Fino a quando si può fuggire dalla realtà?

Ora, naturalmente io non sto sfuggendo dalla realtà.
È la realtà che fugge quando mi vede arrivare.
Ma scherzi a parte…
Di fatto, ormai da almeno vent’anni nerd e geek sono termini denigratori solo per chi si crede spiritoso ad utilizzarli.
L’uomo più ricco del mondo è un nerd.
I nerd ed i geek hanno progettato gran parte della nostra società – beh, le parti che funzionano, per lo meno.
Il resto lo hanno fatto politici ed economisti.

Io non ho quindi grossi problemi ad integrarmi, perchè – essendo un nerd – vivo in una sorta di nerdsfera.
Quasi tutti coloro che conosco e frequento hanno una vita intellettuale.
Possiamo non condividere passioni ed interessi, ma riusciamo a capire passioni ed interessi intellettuali altrui.
Siamo in tanti.
Ci riconosciamo.
Siamo una tribù.
E sappiamo che, sotto sotto, abbiamo ormai vinto.
Siamo noi quelli ai quali ci si rivolge per risolvere i grandi problemi -a meno che non li neghino, ovviamente.
Il 90% di cio che c’è in TV è fantascienza o fantasy – da CSI a Porta a Porta passando per il telegiornale di Rete 4.
Si fanno le tesi di laurea su Lovecraft e su Star Trek.
I maggiori bestseller in libreria sono fantasy – che si tratti di Harry Potter o di Dan Brown, poco cambia.

Incidentalmente – che sfiga, la Rawlings, eh? Anche quando si parla di lei, si usa il nome della sua creatura. Quasi l’esatto contrario del Dr Frankenstein…
Ma sto divagando.

Insomma, abbiamo vinto.
E questo comporta un rischio.
Perché nel momento in cui il nerd diventa il nuovo Superman, automaticamente parte del suo universo viene invaso dagli hooligan.
Le vaste masse irsute dei minus habens.
I “creativi”.
I programmi del sabato sera.
Perché se è vero che i geek e i ner hanno vinto, è anche vero che la forbice si è allargata.
Se un tempo esisteva un continuum, con tutto lo spettro intellettuale più o meno omogeneamente coperto, ora c’è un abisso.
E l’abisso separa i nerd (che piaccia loro o meo) e le specie simili, dalla maggioranza che non ha interessi, non ha passioni, non ha sogni.
Se non quelli venduti dalla TV.

E questo fa male.

Per dire – venerdì, su Torino Sette, il supplemento dadaista de La Stampa (ma come lo impaginano?), un tale si sbrodola su tre colonne per “venderci” i film di Wong Kar Wai, maestro hongkongiano del cinema postmoderno.
E giù banalità.
Come quel docente di cinema che ha detto ad un suo tesista “Gli Shaw Brothers erano poi come i nostri Fratelli Vanzina.”
E noi vecchi nerd, che al cinema, al Torino Film Festival, attorno al 2001, ripetevamo il dialogo di Hong Kong Express anticipando i sottotitoli in italiano, facendo così la figura di quelli che sapevano il cinese (no, avevamo il film in videotape, sottotitolato in inglese, e lo avevamo guardato a morte), noi che abbiamo i dischi di Faye Wong proprio perché ce ne siamo innamorati guardando quel film, e che abbiamo tutti i film di Ti Lung su VCD e ci leviamo il cappello quando vediamo il logo della Shaw Brothers, ci sentiamo un po’ stanchi.
Un po’ vecchi.

Oppure oggi, sulla prima pagina di TuttoLibri, il supplemento de La Stampa dedicato a quei signori che al mercato ancora impacchettano le uova fresche in fogli di giornale, Antonio Scurati si scatena in una celebrazione di Lady Oscar, neanche fosse Anita Garibaldi, Madre Teresa, Martina Navratilova e Barbarella tutte insieme in una sauna finlandese.
Certo, è una marchettona dovuta al fatto che Ikeda Ryoko si trova nella terra dei tartufi proprio in questo weekend, e Scurati avrà il piacere di intervistarla, ma farla con un pochino più di classe?
Certo, l’articolo parla di manga e naturalmente riguarda cartoni animati, e contiene un paio di feroci rasoiate a casa Disney, e cita Capitan Harlock e il solito immancabile Ken il Guerriero (ma perché nessuno cita mai Lupin Terzo? – troppo difficile costruirci sopra una retorica?) e non sarebbe neanche male se non mi ricordasse un articolo molto, molto simile apparso una decina d’anni or sono su Il Borghese (era l’epoca in cui mi occupavo di anime e manga e leggevo tutto quello che si pubblicava a riguardo).
Con questo, non voglio dire che Scurati sottoscriva le tesi di quell’antico e dimenticato redattore di quella specifica rivista.
Dico solo che entrambi si incuneano più o meno sullo stesso livello di banalità.
Che è quello giusto per il pubblico generalista.
E noi vecchi nerd integrati, che guardavamo gli anime e leggevamo i manga (e magari lo facciamo ancora), noi che sappiamo che “otaku” è una brutta, bruttissima cosa, e ci ricordiamo anche dell’altro Miyazaki, andiamo in depressione.

Ecco, questo è un problema.
Ci sentiamo come si sentirebbe Superman se domattina si risvegliasse su Krypton.
Meraviglioso – per la prima mezz’ora, finché non ti accorgi che ormai sei come tutti gli altri.
E gli altri sono noiosi, e banali, e non hanno capito, e non condividono la tua passione, la tua visione…
Perdio, per lo meno con Lex Luthor ci potevi scambiare due parole!

Perché è come se una massa di hooligan stesse gettando le lattine di birra vuote e sacchetti di patatine nel nostro giardino.
Solo che non è più il nostro giardino.
E forse non lo è mai stato.
È stata la nostra passione intellettuale, e forse lo è ancora.
Ma ora abbiamo vinto.
Ed è solo l’ennesimo prodotto da vendere ai decerebrati, in attesa che se ne inventino uno nuovo.

Tanto vale ascoltare un po’ di musica per tirarci sù…


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Via dalla pazza folla?

L’ho già detto.
A me la crisi dei ’40 non è venuta.
E neanche quella dei 42.
Niente auto rosse sportive, niente fidanzate con metà dei miei anni e un quinto del mio QI, niente fughe verso i mari del sud.
Sarà perché ho avuto giusto il tempo di arrivare ai 42 che ho cambiato casa e lavoro in un sol colpo.
Chissà.
Certo, per quanto ora con la primavera il panorama sia interessante, il Monferrato rimane sempre il Monferrato.
La Transilvania d’Italia, come la chiamava Danilo Arona.
Mica male.

Per fortuna che c’è La Stampa, ormai sempre più surreale combinazione di inchiostri e cellulosa.

Ora anche il marketing punta sul fenomeno dell’«adesso basta, mollo tutto». Scopre lo slogan e lo fa proprio per promuovere quello che anche l’industria, nel frattempo, ha pensato: fornire un mezzo, uno strumento a chi della vita tutta casa e ufficio non ne può proprio più.
È il caso di una barca. Chi non sogna di lasciare la città e navigare? AluYacht, un cantiere italiano, ha progettato un’imbarcazione a vela che consente di chiudersi la porta di casa dietro le spalle e gettare la chiave, scegliendo il mare. «La nostra mission è realizzare barche per chi ha una gran voglia di “mollare gli ormeggi”, di lasciarsi trasportare dal vento in giro per il mondo, lungo rotte che tracciano i meridiani dei loro sogni» spiega Luca Benigni, industriale bergamasco, che s’è messo a costruire vele in alluminio con una delle sue aziende, la Metalmec.

Che sciocchi, eh, a non averci pensato subito? Continua a leggere


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Il dito e la luna

È ben documentata su questo blog la mia opinione sull’esplorazione spaziale e sugli allunaggi Apollo.
Ed è altrettanto ben documentata la mia opinione sui temini che settimanalmente i lettori de La Stampa si sciroppano da parte di Mina, apprezzata cantante (trent’anni or sono) e molto meno apprezzata pennivendola (oggi).

Il fatto che le opinioni – un misto di banalità e sciocchezze in salsa reazionaria – della cantante vengano settimanalmente spiaccicate sulla prima pagina del quotidiano torinese è uno dei grandi misteri del nostro tempo.
Perché?
Fatto salvo il fatto che ciascuno ha il diritto alle proprie opinioni, per quanto involute, tale diritto non include tacitamente il diritto di infliggere tali opinioni agli ignari lettori de La Stampa.
Al limite, potrebbe farcisi un blog – ma allora probabilmente non la pagherebbero.
O forse è un sintomo del neofeudalesimo che avanza – basta avere un titolo di popolarità e la vostra opinione diventa materiale degno di essere pubblicato.

Quali che siano i motivi, i quattro paragrafi consegnati la notte passata dalla cantante alle rotative torinesi hanno tutti i titoli per andarmi contropelo.

Prima di provare a raggiungerla, tutti sapevano che si trattava di sabbia, ghiaia, roccia. Tutti sapevano che la poesia non scaturiva dalla sua essenza brulla, ma dalla lontananza e dal notturno che la circonda. Il biancore, concesso dai sistemi delle rivoluzioni planetarie, assegna al nulla lunare una dignità maestosa.

Già, a Mina le Missioni Apollo non sono piaciute.
Curiosamente, sembra convinta che gli uomini abbiano affrontato il vuoto dello spazio, viaggiando più lontano di chiunque altro prima e dopo di loro, per verificare di prima mano quali fossero le cause della poesia della luna.
E pare altresì convinta che l’albedo del nostro satellite dipenda da non meglio specificate “rivoluzioni planetarie”.
How very Cyrano de Bergerac!

Ma non è tutto.

Il grande «spettacolo» ebbe luogo in un luglio lontano tra urletti isterici di cronisti pagati per stupirsi e suscitare stupore. Vennero sprecati, per una breve rappresentazione tra i Barbapapà e i Teletubbies, anni di costosissima e rischiosa ricerca, coraggio di uomini addetti ai lavori, illusioni degli altri uomini con la bocca aperta e il naso all’insù. Ci siamo scambiati in regalo alcune pietruzze confezionate in blocchetti di plastica trasparente, alcuni libri con le foto della faccia nascosta, con l’elenco dettagliato dei nomi dei crateri.

Già – lo stupore fu simulato.
I soldi buttati.
Così i sogni e le illusioni.
Tutto per due sassi e i nomi dei crateri.

Che baggianata colossale.
Sorvoliamo sul fatto che i mari e i creteri della luna avessero nomi ben prima che Aldrin e Armstrong facessero la loro prima passeggiata.
Sorvoliamo sul fatto che il passaggio citato qui sopra si agganci implicitamente, col riferimento ap ersonaggi di fantasia per bambini, alla solita storia della simulazione.
Sorvoliamo sull’ignoranza e sulla superficialità.
Cosa rimane?
Un pistolotto ancora una volta contro la curiosità umana, contro il progresso scientifico, contro uno dei maggiori traguardi raggiunti dalla nostra specie, in nome di una presunta spiritualità laica (?) che rimane riservata, a ben guardare, solo a chi se la può permettere.
L’ignoranza come fonte di meraviglia, per chi ha il tempo di meravigliarsi.

Rammaricarsi per il fatto che siamo arrivati fino alla Luna e poi ci siamo fermati?
Rammaricarsi per il fatto che se lo spazio fosse stato sviluppato, molti problemi contemporanei non esisterebbero?
No.
Mina non ha tempo per O’Neill, non ha tempo per Carl Sagan.

Quel 20 luglio 1969 pochissimo mi interessarono le gesta di Armstrong, Collins e Aldrin, i tre eroi che allunarono. Figurati cosa mi può importare del relativo anniversario. O del fatto che potrei fare un viaggio virtuale su Google moon. Con tutto quello che c’era e c’è da fare su questa straziata, disperata terra, con tutte le emergenze che gridavano e gridano vendetta a Dio, non sarebbe stato più saggio e fraternamente terrestre occuparsi di chi moriva e muore di fame, di guerre e di malattie? Prima di guardare in alto?

Già, perché guardare verso le stelle, se vivi in un fosso?
Mina non ha capito che l’unico modo per uscire dal fosso è tenere lo sguardo ben saldo sulle stelle.
Ed evidentemente non ha una buona dimestichezza con Oscar Wilde.

E resta il forte dubbio di come possa un’artista mantenersi vitale e interessante ignorando con fare sprezzante ciò che accade nel mondo reale.
Ma il dubbio si risponde da solo.
Perché Michael Collins, madame, sulla Luna non ci mise mai piede.
Dimostrare di non saperlo non è sdegnosa superiorità, è solo marchiana ignoranza. Come ciccare le date dei Barbapapà (1974) e dei Teletubbies (1997) – che con l’allunaggio Apollo (1969) non c’entrano nulla.

E la meraviglia dal contempllare tale ignoranza non è, credo, la stessa alla quale implicitamente faceva riferimento l’articolo.

E allora forse è meglio limitarsi alla musica, no?
Questa è per tutti quelli che credono che sulla luna ci siano andati Louis Armstrong e Phil Collins…

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Piaceri colpevoli e Satelliti

Uno dei piaceri sadomasochistici più a buon mercato ai quali nonostante tutto non riesco a rinunciare è la lettura della settimanale rubrica gestita da Mina – la cantante – su La Stampa – il giornale.
In fondo è semplice.
Si tratta di articoletti brevi, scritti male, pieni di banalità.
Meglio che farsi frustare sui malleoli – il dolore è lo stesso, ma senza cicatrici.

L’ultima uscita della cantante-opinionista è un pauroso pezzo sulla collisione in orbita di due satelliti, segnalata pochi giorni or sono dai servizi informazioni nazionali ed internazionali. Un vecchio rottame ha sbattuto contro un elemento di una costellazione di satelliti americani.
Non è la prima volta.
 

Questo, però, rappresenta il segnale di un traffico che comincia a congestionarsi colpevolmente e, in assenza di adeguata segnalazione, rende statisticamente probabili le collisioni. Dopo ogni frase potrei cominciare a sparpagliare tanti «chissenefrega».
Ve li risparmio per fingere una robusta astronautica passione.

Sottile e intelligente come sempre.
Il fatto è che l’opinionista pare convinta che la collisione sia dovuta alla distrazione di controllori del traffico spaziale addormentati – una visione della realtà infantilmente ingenua (o ingenuamente infantile, fate voi) che dimostra una assoluta ignoranza dell’argomento discusso.

Brutta cosa essere pagati un fisso alla settimana per scrivere quattro paragrafi.
Si finisce non solo col dire banalità, ma anche e soprattutto a parlare di argomenti dei quali non si capisce nulla.

Sul pianeta Terra, in alcuni sperduti, semisegreti o addirittura pulcinelliani osservatori, immagino tecnici annoiati e semidormienti che si imbambolano gli occhi tra playstation, scacchi, parole crociate e puntini verdi sui monitor che sorvegliano migliaia di chilometri di strato celeste oltre l’atmosfera.

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Manca solo una romantica reminiscenza del Dottor Procton, asserragliato nel suo Centro di Ricerche Spaziali in cima alla diga, per completare questo quadretto da fantascienza di serie B anni ’50.

La situazione è un po’ diversa.
Ci sono 26.000 oggetti artificiali in questo momento che orbitano la Terra.
Si và dalla Stazione Spaziale Internazionale a parti etichettate come “serbatoi” e altra componentistica abbandonata da precedenti missioni spaziali.
Ci sono satelliti per telecomunicazioni, satelliti per la meteorologia, vecchi satelliti spia della Guerra Fredda.

Ogni anno spariamo in orbita alcune migliaia di satelliti artificiali, che hanno una vita prevista oscillante tra i cinque ed i vent’anni.
E se è vero, come diceva Douglas Adams, che lo spazio è vasto, è anche innegabile che le orbite del pianeta cominciano ad essere affollate e complicate.
Poiché gli oggetti nello spazio si attraggono gravitazionalmente, interferendo l’uno sull’orbita dell’altro.

Non ci sono omini imboscati in perduti laboratori che ne pilotano o ne monitorano le orbite.
La Stazione Spaziale Internazionale fà il possibile per censirli.
Ci sono osservatori che scrutano il cielo in cerca di NEO, oggetti prossimi alla Terra, per scoprire in tempo proiettili puntati sul pianeta – ma sono pochi, e mal finanziati.
È la scarsa volontà politica, non l’indolenza dei ricercatori, a far sì che ci siano pochi occhi vigili rivolti al firmamento.
Per il resto, i progetti per la creazione di attività commerciali private dedicate al recupero e smantellamento degli oggetti artificiali instabili rimangono un’utopia – i progetti ci sono, ma nessuno li vuole finanziare.
Le banche preferiscono puntare su cose sicure – come i Bond Argentini.

Appaiono in tutto il loro splendore le lacune tecnologiche e politiche che sono le classiche magagne dell’uomo, quando, superbamente, sfida se stesso e tocca i fili dell’alta tensione.
Peccato che qualche pezzetto di astronave sbriciolata non possa contundere il colpevole crapone di alcuni meritevoli bersagli umani che saprei benissimo individuare.

Già – uomo superbo che osi sfidare il cielo e toccare i fili dell’alta tensione (?!), ti dovrebbe cascare in testa un satellite, così impari.
Ma perché non incide un disco, invece di perder tempo con il word processor?
Di solito è a questo punto che anche il piacere colpevole di leggere pattume scompare, e rimane solo il fastidio, profondo.

È già abbastanza fastidioso che uno spazio in prima pagina su un quotidiano nazionale venga destinato alle farneticazioni (pagate) di una persona che ha ben poco da dire, e quel poco sbagliato.
Che la rubrica serva poi a veicolare memi neofeudali del tipo Conoscenza = Superbia è francamente inquietante.
O forse solo prevedibile.


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Hokusai copiava i fumetti

//www.mtmshow.com/casted9.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Mi sento vecchio.
Il fatto è che, vedete, io da ragazzino non mi perdevo un episodio di Lou Grant.
Ve lo ricordate?
La serie (del 1977!) sul capocronaca del Los Angeles Tribune, con i suoi giornalisti e fotografi a caccia di scoop…
Dice Wikipedia…

The format of the episodes generally consisted of Lou assigning Rossi and Billie to cover news stories, and the episodes revealed the problems of the people covered in the stories as well as the frustrations and challenges the reporters went through to get the stories. The series frequently delved into serious societal issues,
such as nuclear proliferation, mental illness, prostitution, and chemical waste, in addition to demonstrating coverage of breaking news stories, such as fires, earthquakes, and  accidents of all kind. The series also took serious examination of ethical questions in journalism, including plagiarism, checkbook journalism, entrapment of sources, staging news photos, and conflicts of interest that journalists encounter in their work. There were also glimpses into the personal lives of the Tribune staff.

Diavolo, uno vedeva Lou Grant e voleva fare il giornalista, mica storie.

https://i0.wp.com/www.infoturisti.com/images/usa/NY/Tsunami_by_hokusai_19th_century.jpgEcco, oggi, quando mi cascano in grembo cose pubblicate dalla stampa del tipo…

Con il brand «Planet Manga» da maggio il fumetto nipponico, che tanto ispirò Hokusai, approda, con la promozione di Vivalibri, per la prima volta in libreria.

… io a Lou Grant ci ripenso.
Ci sarà un suo equivalente negli uffici de La Stampa?
Uno che è come unpadre per i redattori ma che è anche capace di prenderli a calci in culo come meritano quando pubblicano simili idiozie?

O c’è semplicemente un tipo sciapo e stracco, che usa parole come “brand” e che chiama dal suo sottoscala qualche spaurito pubblicista e gli dice di mettere insieme un po’ di roba per quelli che Tuttolibri lo leggono ancora, se vuole gli accrediti per potersi iscrivere all’albo.
“Una marchetta per la Panini,” gli dice. “Facci quattro colonne, e mi raccomando, cita i fumetti di Ronaldinho Gaucho…”

Forse la seconda.

Se per lo meno uno la stampa non la pagasse denaro corrente.
Patacca per patacca, perché non ce lo lasciano pagare coi soldi del Monopoli?