strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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I venti di Marte

Nei giorni passati, l’atterraggio della sonda InSight sulla Elysium Planitia, su Marte, ha generato un certo traffico in rete, e una quantità di commenti, rimbalzati qua e là attraverso i social, che facevano più o meno così:

#maccheccefregaannoi

InSight è una sonda progettata per fare delle analisi geologiche su Marte. Studierà il sottosuolo del Pianeta Rosso, dove è possibile che si nascondano tracce del passato del pianeta, forse anche testimonianze di antiche forme di vita.
O forse chissà, delle forme di vita ancora attive.
Cosa scoprirà, InSight?

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Shambleau

clmooreshambleauMi son trovato a parlare di Shambleau, ieri.
Il discorso ruotava attorno a come, in mano ad un autore o ad un regista capace, anche la storia d’amore fra il vampiro e l’umano, fra il predatore e la preda, possa avere degli sviluppi interessanti.
Il che è vero.
Certo, resta sempre il fatto che un vampiro che s’innamori di un essere umano è un po’ come un essere umano che si innamori di un quarto di bue (o di un orto, se preferite un paragone vegetariano).
Ma in effetti, per quanto un’idea possa essere stramba, un buon autore può certamente cavarci qualcosa di buono.
Lo fece P.J. Farmer con The Lovers, giusto?
La storia d’amore fra un umano e un insetto che imita la forma umana, un mimetismo con fini predatori.
Erano gli anni ’60.
Ma prima ancora, non aveva perfettamente sviluppato ed esaurito il tema C.L. Moore, con Shambleau?

E qui devo fermarmi.
Perché per me, a questo punto, mettere giù un po’ di mie idee sul racconto di C.L. Moore sarebbe abbastanza immediato.
Ma viene fuori, chiacchierando, che un sacco di gente non ha letto Shambleau.
Che per me è incredibile.
In primis, perché è certamente uno dei dieci, dodici racconti fondamentali per lo sviluppo del fantastico moderno, e poi perché è un classico dei classici.
Io lo conoscevo e desideravo leggerlo prima ancora che lo la Nord, nella Fantacollana, ne facesse uscire una versione in italiano, tanta era la sua risonanza in articoli e saggi sul fantastico.
Ma come, non avete mai letto Shambleau?!

Però è un fatto innegabile, molti là fuori non l’hanno letto (ma cosa vivono a fare?)
Per cui io ora mi fermo e vi dico – qui c’è il link dal quale scaricare legalmente una copia della storia, in inglese.
Non leggete questo post.
Leggete Shambleau.

Poi, casomai, leggete questo post.
Che da qui in avanti contiene S P O I L E R.
Siete stati avvisati.
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Con Rhiannon su Marte

tws_4906La Spada di Rhiannon è un romanzo di Leigh Brackett pubblicato nel 1953, e basato su una storia che la Brackett aveva pubblicato su Thrilling Wonder Stories nel ’49, intitolata Sea Kings of Mars*.
Lo lessi per la prima volta a metà anni ’80, nell’edizione italiana della Libra, e ora, complice la mia infatuazione per la collana Planet Stories della Paizo, lo sto rileggendo con grande divertimento.

La trama.
Matt Carse, avventuriero e (un tempo) archeologo su un Marte decadente e burroughsiano del futuro, penetra nella perduta tomba di Rhiannon il Maledetto, un personaggio semi-mitologico che, un milione di anni prima, sarebbe stato punito per aver in qualche modo infranto la legge della onnipotente razza dei Quiru.
Tradito da un compare truffaldino, Carse viene risucchiato da un artefatto alieno, e si trova intrappolato nella tomba, e spedito millenni nel passato – su un pianeta Marte ancora verde e rigoglioso, con vasti oceani solcati dalle navi dei Re del Mare.
Catturato e ridotto in schiavitù, Carse dovrà risolvere i misteri di Marte, sfuggire alla crudele e bellissima Lady Ywain, e scendere a patti con Rhiannon stesso, e con la sua oscura maledizione.

Il tutto, in meno di centocinquanta pagine. Continua a leggere


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I Sovrani delle Stelle

In prospettiva, il lavoro su Capitan Futuro, se garantì a Edmond Hamilton una certa sicurezza economica, ne segnò la carriera letteraria in maniera meno che lusinghiera.
Capitan Futuro era narrativa a formula, nella sua forma più grezza – l’eroe, con la sua squadra di assistenti improbabili (i Futuremen – un robot, un androide, un cervello in scatola), che affrontava un misterioso avversario che in ciascun romanzo lo avrebbe intrappolato, e lui sarebbe per tre volte riuscito a fuggire prima della conclusione finale.
Quello, e il pessimo giudizio consegnato ai posteri da H.P. Lovecraft sulla prosa di Hamilton, hanno fatto sì che negli ultimi anni soprattutto, questo autore ed i suoi lavori migliori siano un po’ passati nel dimenticatoio.

E tuttavia c’è molto di buono nel catalogo di Edmond Hamilton, e se la trilogia di StarWolf rimane probabilmente uno dei momenti più alti della produzione hamiltoniana (e in quel periodo confuso in cui la fantascienza cominciava a ragionare su se stessa), io ho sempre avuto una grande simpatia per John Gordon, e per la serie dei Sovrani delle Stelle.
Per tutta una serie di buoni motivi.

Ah, già – quanto segue conterrà degli spoiler. Se non avete letto I Sovrani delle Stelle e Ritorno alle Stelle, se intendete leggerli, e se temete che quanto segue possa rovinare il vostro godimento di queste opere, beh… andatevene.
Tuttavia stiamo parlando di fantascienza pulp degli anni ’40 – posso davvero rovinarvi la sorpresa? Continua a leggere


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Marte! 150 anni di scienza e immaginazione

Nulla va mai secondo i piani, come cantavano gli Styx.

Il piano iniziale prevedeva il lancio del’agile volumetto lemuriano Marte! 150 anni di scienza e immaginazione per il 9 del mese.
La stessa data che, per una curiosa coincidenza, la Disney aveva scelto per il lancio in Italia di John carter di Marte, il blockbuster basato sui lavori di Edgar Rice Burroughs, che figurano prominentemente nell’agile volumetto.
Ma ora scopriamo che la House of Mouse ha anticipato al 7 l’uscita della pellicola – probabilmente per bruciare il lancio di Marte!
Niente di meglio allora che rendere disponibile l’agile volumetto con due ulteriori giorni d’anticipo.
Dopotutto, è un gioco che si può fare in due.

Marte! è una breve panoramica sul rapporto che ha legato i terrestri ai marziani, nella scienza e nell’immaginazione, fra il 19° ed il 21° secolo, con enfasi particolare sulla natura avventurosa della questione (si tratta, dopotutto, di un Agile Volumetto Lemuriano).

Il campionario di citazioni e di titoli, di fatti e fattoidi, si accompagna a due appendici, una per i cacciatori di libri a remainder e sulle bancarelle, ed una sulla spaventosa Maledizione del Pianeta Rosso.

Il volumino è disponibile in formato epub, dalla mia pagina degli ebook (link in alto a destra) e dal catalogo del Lemuria Social Club (dove troverete anche altri titoli, molto interessanti).

Sulla base di varie richieste ricevute nei giorni passati, il volume viene anche rilasciato in formato PDF.
Anche questo si può scaricare dalla pagina degli ebook.

Marte! è disponibile gratuitamente – per quanto le donazioni siano come sempre beneaccette.

Buona Lettura!


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Erik John Stark

[interrompiamo momentaneamente i post sull’ e-publishing/book/learning, per qualche minuto di onesto cartaceo. Di vecchio onesto cartaceo.]

È arrivato stamani, impacchettato in un agnolotto di cartone.
Quattrocento e rotte pagine, edizione Doubleday 1976, usato ma ben conservato, privo ahimé della sovracoperta a colori (Don Maitz?) riprodotta qui di fianco.
Proprio perché la copertina è assente, credo, il rivenditore si è accontentato del prezzo di una pizza  margherita, e non del cuore di una vergine circassa.

The Book of Skaith riunisce i tre romanzi centrali del ciclo di Erik John Stark, l’opera per la quale Leigh Brackett è ancora oggi ricordata con affetto ed ammirazione da migliaia di fan.
Sulla base di questo libro soltanto, la Brackett si è meritata il titolo di Regina della Space Opera, che detiene ormai da mezzo secolo.
Non che si tratti dell’unico lavoro memorabile della scrittrice – che sceneggiò Il Grande Sonno, Rio Bravo, Hatari!, El Dorado e L’Impero Colpisce Ancora, e pubblicò decine di racconti e romanzi di fantascienza e polizieschi

Lo maneggio con cura, The Book of Skaith, e lo metto da parte per l’inverno.
L’ho già letto, certo – uno dei primi libri che mi capitò di leggere in inglese, tre volumetti della Ballantine Del Rey.
Rileggerlo dopo più di vent’anni sarà un bel test – ma non dubito dei risultati.
Semplicemente, spero di appreazzare di più qualcosa di straordinario.

Vediamo di fare il punto.

Erik John Stark è una delle icone della fantascienza avventurosa degli anni ’40 e ’50.
Il fatto che non sia più conosciuto nel nostro paese dipende dal fatto che sono passati decenni, letteralmente, da quando le sue avventure sono state disponibili al pubblico in una edizione dignitosa.
L’edizione Libra ha praticamente la mia età. Poi si scopre un fantomatico Fanucci.
C’è un vecchio Classici Urania, c’è un’edizione Nord Oro del ’99… poi il silenzio.
Curioso, come praticamente tutti abbiano pubblicato Stark nel nostro paese, e nessuno sembri ricordarsene.

Trovatello cresciuto fra i selvaggi di mercurio dopo che i genitori terrestri sono stati uccisi in un disastro minerario, Stark è un po’ Tarzan, un po’ Mowgli, ma a differenza di questi personaggi è meno integrato, meno buon selvaggio e più alienato.
Il rapporto conflittuale con le origini umane lo porta a percorrere un cammino costellato di brutalità e di crimini.
C’è molto di Conan il Barbaro, in Stark, con più di intelligenza, più sofisticazione.

Le prime avventure di Stark, scritte a cavallo degli anni ’40 e ’50, si svolgono sul Marte post-Burroughsiano di tanto planetary romance, ed hanno titoli che da soli valgono il prezzo di ammissione – Queen of the Martians Catacombs, Enchantress of Venus e The Black Amazon of Mars.
Stark è un fuorilegge braccato, un avventuriero che casca suo malgrado in intrighi più grandi di lui, che deve affrontare segreti abbastanza oscuri e inquietanti da togliere il sono a personaggi meno blindati.
Come si può immaginare dai titoli, Stark avrà modo di incontrare donne belle e letali, e visitare luoghi pericolosi ed esotici.
A differenza di tanti eroi della fantascienza e del fantasy, Stark ha una deviata coscienza sociale.
Solitario, cinico, pessimista, rimane comunque un primitivo che sta dalla parte dei primitivi, ed i romanzi lasciano una forte sensazione di ambiguità quando descrivono l’influenza civilizzatrice della Terra sulle sue colonie interplanetarie.
Inoltre, in un dettaglio spesso trascurato dagli artisti dic opertina, Stark ha l’onore e la responsabilità di essere il primo eroe di colore della narrativa pulp e della space-opera.
Brackett è infatti chiara quando lo descrive come nero di pelle e di capelli.
Ma sulle copertine, praticamente mai.

Più tardi, con gli anni ’60, quando sonde ed esplorazioni spaziali scacciano per sempre l’idea di un sistema solare in cui possa fiorire la civiltà dei pulp, Brackett recupera Erik Stark e lo trasferisce nello spazio profondo, sul lontano pianeta Skaith.
Ancora avventura esotica, si penserà, ma questa volta c’è dell’altro.
Ennesimo pianeta morente popolato dall’ennesima civiltà sull’orlo dell’estinzione, Skaith infatti si dimostra un boccone troppo grande da ingoiare persino per Stark.
E se il nostro eroe esce solo grazie alle proprie riserve di intelligenza e di energia bestiale dallo scontro con l’ecologia, la srtoria e ciò che passa per civiltà su Skaith, l’ordalia ce lo consegna con una nuova, tagliente patina di saggezza.
Stark su Skaith non è più un turista col fulminatore, la soddisfazione di mille fantasie adolescenziali.
È maturo, è saggio.
Lo Stark di Skaith è uno dei migliori argomenti a difesa della necessità dell’uomo di proiettarsi in avanti, di sfuggire alle trappole dell’autocompiacimento e dell’indulgenza.
Stark parla per tutti coloro che vedono nel futuro l’unico luogo in cui sia possibile vivere, parla per l’umanità.

Ed è qui che l’altra arma straordinaria di Leigh Brackett, la disciplina narrativa, porta la serie al livello del capolavoro.
Non c’è unaparola sprecata, non c’è una scena che non lasci il lettore assolutamente alla deriva su un mare di sense of wonder.
Possiamo davvero dire che non li fanno più così.

Eppure per tutto il suo lirismo e per tutto il suo contenuto sovversivo, The Book of Skaith è comunque anche un grande spettacolo d’azione – fra paesaggi alieni, animali terribili e nemici tanto enigmatici quanto letali.
Ed è curioso immaginare come una donna dall’aria tanto mite quanto la Bracket potesse essere in contatto tanto diretto con gli aspetti più oscuri e selvaggi della natura e dell’animo umano.

Qui da noi, il ciclo di Skaith lo pubblicò la Libra, tanti e tanti anni or sono.
In originale, dopo due decenni di assenza, ora lo ristampa Paizo, nella benemerita collana Planet Stories in cui compare pure il suo antenato e forse unico concorrente al titolo di icona di un’epoca e di un genere, Northwest Smith, di C.L. Moore.
I più curiosi possono trovare gli altri racconti della serie nell’eccellente ed economico Sea Kings of Mars, della Gollancz; e nel raro e costoso Stark & The Star Kings. collezione pubblicata dalla Heffner, scoprire gli ultimi racconti del ciclo, scritti in collaborazione dalla Brackette dal marito Edmond Hamilton negli anni ’70, e pubblicati postumi negli anni ’80.

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