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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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(Non) Dieci Libri #15 – Len Deighton

Onestamente non ricordo quando è stata la prima volta che ho letto The IPCRESS File, il romanzo d’esordio di Len Deighton. Da qualche parte verso la fine del liceo, tanto per cambiare – leggevo un sacco, all’epoca.
Leggo un sacco ancora adesso.
Di sicuro avvevo già visto il film che Sidney J. Furie aveva tratto dal romanzo nel 1965. E sì, erano gli anni del liceo.

Vedete, in quell’epoca oscura, IL franchise di riferimento, la serie di cui tutti parlavano, ed aspettavano il prossimo film, ed avevano letto i libri, e giocavano al gioco di ruolo, non era Guerre Stellari (tre film, una serie di libri che da noi non avevano tradotto, e poi più niente) o Star Trek (una serie, un paio di film con degli attori vecchi e sovrappeso). No, all’epoca IL franchise, quello sul quale i fan si accapigliavano, era James Bond 007. Connery o Moore?, si domandavano i fan. Timothy Dalton? Davvero?
Ma a me Bond non faceva impazzire – sì, OK, mi era simpatico Roger Moore, Solo per i tuoi occhi è un gran film, io avevo visto IPCRESS, e dopo IPCRESS, era palese che Bond non si impegnava abbastanza.

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Hobby: perché bisogna pure mangiare…

Si era parlato di parlare di hobby, ma si è finiti a parlare (o a cominciare a parlare) di tempo e di denaro. Perché in fondo è quello che ci dicono dei nostri hobby, no?
Che sono uno spreco di tempo e di denaro.
Se lo fate per lavoro vi pagano, se lo fate per hobby siete voi a pagare.
Me è molto più complicato di così, e anche queste regole possono essere piegate e adattate. Perciò, cominciamo con un post su un hobby.

La premessa: l’idea, come ho spiegato in un post precedente, l’ho rubata (adattandola entro i limiti del possibile) a Scarlett Thomas, che ha scritto un libro in cui la protagonista decide di scrivere una serie di articoli dopo aver provato dipersona una serie di hobby. Ma poi forse non lo fa.
L’idea mi pareva ottima, ma giocando sul fatto che

Il ragazzo ha troppi interessi

Come dicevano i miei insegnanti, io di hobby in curriculum ne ho parecchi, alcuni che ho abbandonato, altri che pratico ancora. Per cui comincerò a scrivere di quelli.
Così, tanto per evitare il solito

Ecco, parla sempre solo di se stesso

Per cui si diceva, parliamo di un hobby. Continua a leggere


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Leggere e mangiare (o viceversa) – una Top Five

Ci sono cose che le nostre madri non ci hanno insegnato, ma avremmo dovuto apprendere per osmosi.
E in un certo senso lo abbiamo appreso, solo che lo abbiamo capito quando era ormai troppo tardi.
Per dire, quando un’amica chiedeva una ricetta a mia madre, lei rispondeva

te la trascrivo, e la prima volta che ci vediamo te la passo

o qualcosa di simile.
Non rispondeva

ecco, ti presto il mio libro in cui c’è la ricetta

$T2eC16F,!)0E9s37F,yLBRb8nHYC8g~~60_35Ed è per questo che mia madre ha avuto una copia di Cucina Internazionale ed Esotica, di Ginette Mathiot, per quasi quarant’anni, e poi io l’ho prestato a una persona che voleva una ricetta, e quella non me l’ha mai più restituito.
Se avrò tempo e voglia ne cercherò una copia su eBay (so che si trovano) ma naturalmente mancherà il valore affettivo – così come mancheranno le ricette ritagliate dai giornali che mia mamma aveva infilato fra le pagine.

La cosa che mi fa assolutamente infuriare, al di là del valore affettivo (era un libro della mia mamma), è che Cucina Internazionale ed Esotica è stato il primo libro di cucina che io abbia avuto modo di leggere.
Si tratta, com’è ovvo, di un ricettario – una collezione di circa 600 ricette da tutto il mondo, illustrate con fotografie a colori.

Si tratterebbe certamente di uno dei cinque libri di cucina che io inserirei in una lista ideale.
E a questo punto, lo avrete capito, vi infliggo i restanti quattro.
perché dopotutto, non è sempre caviale, giusto? Continua a leggere


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Epocale

David Hasselhoff sostiene di essere stato lui, il responsabile.https://i0.wp.com/ecx.images-amazon.com/images/I/41Q1Z1VR9EL._SL500_AA240_.jpg
Circa un mese dopo la caduta del Muro, vedete, il buon David si arrampicò su un mozzicone di laterizio e intonò una canzone intitolata Looking for Freedom.
Che pare fosse parecchio popolare in entrambe le Germanie – un chiaro sintomo delle cose a venire(*).
O appena avvenute, considerando che Hasselhoff cantò la canzone dal Muro dopo la caduta del medesimo.
Comunque, lui dice di essere stato responsabile.
E vorrebbe una propria foto nel Museo del Muro, a Checkpoint Charlie.

Pork chop express, quindi, a tema storico.

Io francamente non ricordo dove mi trovassi o cosa stessi facendo la notte in cui cadde il Muro di Berlino.
Strano.
Ricordo dov’ero quando Neil Armstrong camminò sulla Luna – ero seduto sul pavimento del soggiorno a casa con i miei.
Ricordo dov’ero al momento dell’esplosione del Challenger – ero a casa di un compagno di scuola.
Ricordo dov’ero quando esplose la centrale di Cernobyl – ero a Ginevra.
E ricordo dov’ero quando crollò la prima delle due torri del World Trade Center – ero nella pasticceria Comba, a comprare la torta per il compleanno di mio fratello.
Ma della caduta del Muro… niente.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/5/58/BerlinGame.JPG
Per me, credo di averlo già detto, Berlino sarà sempre quella della guerra fredda, dei romanzi di Len Deighton, dell’agente Palmer, di Bernie Samson…
Grigia, piovosa, infestata di uomini in impermeabile.
La Berlino di oggi, quella dove mio fratello ha amici ed amiche, quella colorata e colorita, multietnica e a misura di giovane è troppo lontana dalle mie percezioni, dalle mie esperienze mediatiche.

Ne stano parlando – della caduta del Muro – in TV e per radio, con toni che mi insospettiscono.
Il 9 novembre 1989 cadde il Muro, ed il mondo non fu più lo stesso.
Indiscutibile.
Ma, meglio?
Discutiamone.

La caduta del Muro non portò pace e felicità al pianeta più di quanto avesse fatto in passato la caduta di Atlantide, della Torre di Babele o dell’Impero Romano.
Anzi – potremmo essere malvagi e revisionisti e sottolineare come la caduta del Muro abbia aperto un ventennio di diffusa, generalizzata e inesauribile guerra a bassa e media intensità.
Niente di globale, certo, niente di termonucleare.
Ma certo non perché ne manchi la volontà.
Guerre e sommosse popolari?
Ci sono.
Crisi economica rampante?
C’è.
Povertà inimmaginabile?
Presente e in buon ordine.
Epidemie?
Garantite.
La feroce, sistematica, spudorata sopraffazione dell’uomo sull’uomo?
Vorrete scherzare…

Ecco che il mondo, nella sua totalità, sembra arrivato finalmente dove da qualche anno mi trovo io a star seduto – e celebriamo con entusiasmo un evento che preannunciava grandi cose che poi non sono accadute.
Siamo stati tutti un po’ traditi.

Tenere in piedi il Muro avrebbe reso il mondo migliore?
Ne dubito.
La società, così come la storia, la fanno gli uomini, non le opere in muratura.https://i0.wp.com/static.rateyourmusic.com/album_images/760806211a5a7f51acfabd481d3a2f98/493716.jpg

(*) Ritengo un ben peggior presagio delle cose a venire il fatto che negli stessi anni la canzone più popolare in Unione Sovietica fosse Rasputin dei Boney M.
Nessuno ha mai approfondito questo legame fra storia ed hit parade, credo.
E dire che l’idea che la storia la facciano le canzoni l’ho sentita, la prima volta, da Leonard Cohen…

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Azione in cucina

Come ho fatto, senza, per tutti questi anni?
La Harper Collins ha appena ristampato, sottoforma di robusto rilegato rigido tascabile, al prezzo popolare di circa 6 sterline (ma lo si può avere per 4 dai rivenditori giusti), lo storico Action Cookbook di Len Deighton.
Come non creare un piccolo altare sul mio scaffale per il libro di cucina dell’autore che mi fece apprezzare l’idea di saper cucinare (alla faccia degli amici della fast-food nation e le loro battutine)?
Ne ho già parlato, ma ne riparlo volentieri.

Prima di diventare autore di bestseller e di creare il personaggio iconico di Harry Palmer – portato sullo schermo da Michael Caine – Deighton fu analista fotografico per i servizi segreti britannici, illustratore e cuoco/cameriere in una quantità di ristoranti.
Classico caso di nepotismo, visto che la madre era una cuoca piuttosto titolata.
Nel 1965, la Penguin fece uscire una raccolta di articoli e tavole grafiche di cucina e gastronomia che Deighton aveva pubblicato sull’Observer, con l’aggiunta di svariate decine di pagine di consigli generali, considerazioni diverse e chiacchiere.
Il tutto con una copertina ribalda (riprodotta qui di fianco), che è stata resuscitata per la nuova edizione.
Il testo vendeva per dieci scellini e sei pence, e c’è un cert’aria retrò sospesa fra British Empire e Swinging London, che aleggia su queste pagine.
Tutte le misure sono date in unità imperiali – pinte, once, libbre…
Un lungo capitolo ci guida nella scelta di un frigorifero (ne abbiamo davvero bisogno? perché non farsi consegnare a casa il ghiaccio da un rivenditore specializzato?), uno sviscera le meraviglie del frullatore elettrico, uno analizza i pro ed i contro di uno strumento “di lusso” come la pentola a pressione.
Ma se questi capitoli non ci fossero, così come se non ci fosse la copertina ribalda, l’Action Cookbook non sarebbe la stessa cosa – col suo capitoletto sulla cucina ultrarapida per scapoli (i piatti organizzati per tempo di preparazione, una tabella per preparare i sandwich), i suoi consigli su come stoccare la dispensa e la cantina, il suo dizionario di testi gastronomici.
E le ricette – che sono tante, semplici, insolite, e piuttosto attraenti.

Il solo capitoletto su come falsificare la cucina giapponese giustizia con quarant’anni di anticipo la “sushi generation” – niente di nuovo sotto al sole.

L’idea di un libro di cucina scritto da un autore di thriller spionistici suona oggi forse un po’ strano, un po’ ridicolo – immaginiamo un “La Cucina del Codice DaVinci” di Dan Brown o, più vicino a casa, un “Io cucino” di Giorgio Faletti, e non riusciamo a non sorridere.
Ma c’è chi ha compilato una collezione di ricette tratte dai romanzi di Andrea Camilleri

Ma se qualcosa non è, l’Action Cookbook di Deighton non è affatto ridicolo.
Nonostante la copertina ribalda.
Ma in fondo è così che noi vogliamo sentirci, quando cuciniamo.

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Una frittata e un bicchiere di vino

Ho imparato a destreggiarmi in cucina, per necessità, abbastanza presto.
Oltre alla necessità, c’erano i libri che leggevo.
Non è sempre caviale, di Joannes Mario Simmel – ormai introvabile, la mia copia perduta da secoli – e soprattutto IPCRESS di Len Deighton, e tutti gli altri romanzi di quell’autore.
Leggevo (anche) spionaggio, ai tempi del liceo.
Per staccare dalla fantascienza, ogni tanto.
Sia il protagonista voltagabbana di Simmel che l’agente segreto senza nome di Deighton (protagonista di alcuni fra i primi libri che mi capitò di leggere in inglese) sono anche dei discreti cuochi.
Più che discreti.
Non ho idea di quali siano le radici di Simmel, ma Deighton, ex uomo dei servizi segreti inglesi, fu notoriamente cuoco e cameriere in vari ristorantini francesi, da studente, e pubblicò anche un libro di cucina – Action Cooking, che verrà ristampato a maggio.
Ecco, l’idea dell’eroe che riesce a stare ai fornelli – anziché aprire la solita valigia col solito beluga e il solito Clicquot – mi piaceva.
Io l’ho sempre detestato, James Bond – io preferisco Harry Palmer.
Aggiungiamo le esperienze – sempre in quegli anni – di campeggiatore in Provenza (e la disponibilità di cibi straordinari a prezzi modici in quelle terre), e la mia identità gastronomica era ormai quasi perfettamente definita.
Fu a quel punto che trovai, su uno scaffale dell’unica libreria torinese che trattasse regolarmente libri in lingua, una copia di un libro straordinario: An Omelette and a Glass of Wine, di Elizabeth David.
Gran donna, Elizabeth David.
Anglo-Irlandese di buonissima famiglia, educata alla Sorbona, una carriera in gioventù come attrice, una crociera intorno al Mediterraneo su una nave a vela col suo amante interrotta dalla seconda Guerra mondiale.
Arrestata dalle autorità italiane e deportata in Grecia – poi a Creta a al Cairo.
Amica di Lawrence Durrell.
Lavorò per i servizi inglesi, dicono. Di sicuro per il Ministero della Propaganda.
Poi, dal 1946, cominciò a scrivere – articoli, prima (su Vogue) e poi libri di cucina.
Non necessariamente libri di ricette – anche se le ricette ci sono.
Si tratta piuttosto di una impostazione mentale.
Non importa che gli ingredienti abbiano mome, cognome e pedigree.
Non importa se arrivano dall’altro capo del pianeta o dall’orto dietro casa.
Non importa la complessità o la semplicità della ricetta – anche se la semplicità è preferibile.
È possibile banchettare anche solo con una frittata e un bicchiere di vino.
Il che, naturalmente, è molto zen.

È perciò colpa di due ex spie (Len Deighton e Elizabeth David), e dei loro libri, se io alla fine non riesco ad apprezzare i banchetti da mezzo stipendio a coperto, i cibi serviti in porzioni microscopiche su piati enormi, i ristoranti con menù etnico, le pizzerie incui servono pizze con sopra l’ananas,i posti nei quali – in poche parole – molti miei amici (e le loro mogli!) amano intrattenersi quando se lo possono permettere.

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