strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il coraggio di mettersi in gioco

Qualche giorno addietro, in maniera quantomai velata ma inequivocabile, mi è stato detto che gli autori veri sono quelli che hanno il coraggio di affrontare la dura e inflessibile selezione di una casa editrice.
Significa “mettersi in gioco”.
Decidere di autopubblicarsi è “la strada più facile”.

the_gillman_by_joelrcarrollDa autore ibrido – che quindi si autoproduce ma pubblica anche con case editrici vere – la cosa mi ha urtato profondamente.
La stupidità spacciata per saggezza ha sempre il potere di farmi infuriare.

E avevo anche preparato un bel post, a riguardo, incentrato soprattutto sulla paura, e avrei voluto postarlo sabato.
Poi non mi è parso il caso.

Ma l’irritazione profonda è ancora lì, e quindi, riproviamoci oggi.
Pork chop express, ladies and gentlemen. Continua a leggere


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Scrittori, lettori, e il muro di vetro antiproiettile che li separa

article-1299986-0A5D6DA0000005DC-208_468x524Il 19 del mese, al Festival della Letteratura di Manchester, la scrittrice Joanne Harris ha tenuto un discorso che non ha mancato di suscitare polemiche in giro.

Se vi interessa – e credo dovrebbe interessarvi – qui trovate la trascrizione completa della Harris.

Ciò che ha scatenato il dibattito – anche abbastanza fuorioso – sonos tate le due posizioni centrali della Harris nel suo discorso.
In poche parole, l’autrice ha detto che scrivere è un lavoro e che non tutti sono portati a farlo, e ha poi invitato i lettori a stare al loro posto e a fare, appunto, i lettori.

Era ora, che qualcuno lo dicesse (di nuovo).

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Dialoghi

OK, l’avete visto in giro, probabilmente ne avete sentito parlare in rete: Amazon si appresta ad attivare una funzione che permetterà di commentare le recensioni.

Io ho già detto la mia altrove, e la riassumo qui: no.
Le recensioni esistono per chi legge, non per chi scrive.
Quando ci si riesce, si ringrazia sempre pubblicamente chi ci recensisce – anche quando è ostile – ma non si commentano le recensioni.
Vi piacciono le regole della scrittura?
Beh, questa è una regola1: non si commentano le recensioni.

La discussione sul nuovo servizio Amazon ha tuttavia portato in luce un’altra faccenda complicata.
Molti autori infatti hanno visto nella possibilità di commentare le recensioni una opportunità per avviare un dialogo con i miei lettori2.

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Davvero? Continua a leggere


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La teoria del lettore indifeso

È di queste ore la notizia secondo la quale la popolare autrice di fantascienza e fantasy, Marion Zimmer Bradley, avrebbe abusato della propria figlia per molti anni, in un clima da incubo nel quale l’autrice ed il marito avrebbero coinvolto molti altri bambini.

Si tratta di una notizia terribile.
Marion Zimmer Bradley è morta da molti anni, e ciò che rimane è il trauma subito dalle vittime.

Non sorprende, forse, che improvvisamente sia diventato molto molto difficile trovare dei fan della Bradley fra i lettori di genere.
E questo mi porta a riflettere su un’altra facenda – grazie al cielo infinitamente meno terribile – che negli ultimi tempi mi è capitata molto spesso fra i piedi: la teoria del lettore indifeso. Continua a leggere


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Lettori e Controllo

La discussione è cominciata ieri su facebook, partendo da una osservazione del mio amico Elvezio Sciallis.
Poi,come capita di solito su facebook, siamo finiti a impegolarci a parlare di balene*, e quindi la cosa, per quel miriguarda, è rimasta mal definita ed espressa male.

L’idea di partenza – si propone di dare più controllo al pubblico sui programmi televisivi.
Lo propone Kevin Spacey, ma questo è un dettaglio.
Da qui si passa ipotizzare che “dare ai lettori ciò che vogliono” non sia una buona politica.
Poi arrivano le balene, ma noi fermiamoci qui, e proviamo un pork chop express.

È davvero sbagliato “dare ai lettori ciò che vogliono”?
Più in generale, quanto controllo deve avere il pubblico sull’opera dell’autore?

Sì, lo ammetto... mi ha rovinato il rock'n'roll.

Sì, lo ammetto… mi ha rovinato il rock’n’roll.
Ho anche una giacca, proprio come quella…

Metto giù quelche idea, soprattutto per chiarire le mie, di idee.
La tirerò per le lunghe e non posso garantire che ciò che seguirà sarà un discorso coerente.
Siete stati avvisati.

Partiamo dalla prima questione – “dare ai lettori ciò che vogliono”.

La mia tesi è la seguente – se non dò ai lettori ciò che vogliono, i lettori non mi leggono.
Quindi, è indispensabile che io dia ai lettori ciò che vogliono… o se preferite (e forse sarebbe meglio) ciò di cui hanno bisogno.
Perché magari lo vogliono, ma ancora non lo sanno.
In altre parole – quando scrivo devo avere un pubblico di riferimento, e devo soddisfare le sue aspettative.
Attenzione, non ho detto blandirle, assecondarle o subirle – ho detto soddisfarle.
Qui entrano in gioco due fattori.
. da una parte, il mio rispetto, come autore, per il mio lettore di riferimento – che presumo desideri da me il meglio, ed al lato migliore (intellettualmente o emotivamente) del quale io intendo appellarmi
. dall’altra, la mia capacità, come autore, di soddisfare le aspetattive profonde del lettore al contempo spiazzandolo o sorprendendolo. Continua a leggere


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Statisticolare

Questo è uno di quei post che contribuiscono a farmi odiare.
Un dannato pork chop express se mai ne è esistito uno.
Scusatemi.

Durante la nostra ultima discussione, Gamberetta ha citato i dati dell’Istat sui lettori in Italia.
In particolare, l’affermazione che prenderemo in considerazione qui è la seguente…

la percentuale di chi ha letto il suo ultimo libro dopo averlo scaricato da Internet è dello 0,1% (in assoluto, facendo due conti sono 24.145 persone).

Non credo proprio.

Perché è vero, il testo afferma che c sono circa 24 milioni di lettori attivi in Italia, ma i signori dell’istat non hanno chiesto a ventiquattro milioni di persone come si siano procurate il loro ultimo libro.
Lo hanno chiesto ad un campione.
Lo 0,1% di quel campione ha risposto “prelevato gratuitamente via Internet”.
A questo punto, l’Istat ha deciso che il campione era sufficientemente rappresentativo da essere esteso all’intera popolazione di 24.000.000 di lettori.

Il campione considerato dall’Istat è di “circa” 54.000 persone.
Se 1 su mille (lo 0,1%) ha scaricato un libro gratis nell’ultimo anno, fa un totale di 54 persone.
Questo è il nostro unico dato certo.
È lecito a questo punto estendere il risultato alla popolazione e affermare che circa 24.000 persone hanno scaricato un libro nell’ultimo anno?
No.

In prima battuta, si dice di solito che più grande è il campione, maggiore è l’affidabilità del risultato.
Da questo punto di vista, 54.000 sembrerebbe buono – è il 2,25% della popolazione studiata, che non è poi male.
Ma qui c’è l’inghippo.
Perché l’estendibilità non dipende solo dalle dimensioni del campione, ma anche dalla percentuale di persone che hanno risposto in un certo modo alla mia domanda.
Ciò che conta, infatti, è l’intervallo di confidenza – praticamente il margine di errore che io considero accettabile sulla mia previsione.
Complicato?
No, vedrete!

Nell’estendere i risultati dello studio del campione alla popolazione, entra un grado di incertezza.
Se lo 0,1% del mio campione ha risposto “prelevato gratuitamente via Internet”, allora posso prevedere con un certo grado di sicurezza (di solito il 95%) che più o meno lo 0,1% della popolazione risponderebbe “prelevato gratuitamente via Internet” se glielo chiedessi.
Ma quanto vale quel “più o meno”?
Incredibile a dirsi, sta a me deciderlo – e tanto più stretto sarà il margine di errore che io deciderò di accettare, tanto più grande dovrà essere il campione che andrò a studiare.

Allora, nel nostro caso, qual’è l’errore “accettabile”?
Di sicuro, dovrà essere più piccolo di 0,1%, la mia originaria percentuale di risposte.
Diciamo allora che sia un errore di più o meno 0,01% – un margine di errore del 10% sulla mia previsione.
E ora facciamo due conti…

Per essere sicuro al 95% che una percentuale compresa fra lo 0,09% e lo 0,11% della popolazione di 24.000.000 risponda “prelevato gratuitamente via Internet” dovrei averlo chiesto ad un campione di circa diciannove milioni e mezzo di persone.
Chiedo a venti milioni, e sarò relativamente sicuro che 2160-2640 persone abbiano scaricato un libro gratis dalla rete negli ultimi dodici mesi.

Questo è palesemente ridicolo: il campione è troppo grosso, allora allargo le maglie del mio metodo.
Mi accontento di un intervallo di confidenza di più o meno 0,05% (un errore del 50%) nel risultato.
Per essere sicuro al 95% che una percentuale compresa fra lo 0,05% e lo 0,15% della popolazione di 24.000.000 risponda “prelevato gratuitamente via Internet” mi basterebbe averlo chiesto ad un campione di circa tre milioni e trecentomila persone.
Chiedo a tre milioni e mezzo di persone, e sono discretamente certo che 1200-3600 persone abbiano scaricato un libro gratis da internet nell’ultimo anno.

Il campione è ancora enorme, e la mia incertezza sta crescendo.
E vada, mi accontento di un intervallo di confidenza di 0,09% (un errore del 90%) nel risultato.
Per essere sicuro al 95% che una percentuale compresa fra lo 0,01% e lo 0,19% della popolazione di 24.000.000 risponda “prelevato gratuitamente via Internet” dovrei averlo chiesto ad un campione di circa un milione e centoventimila persone.
Chiedo ad oltre un milione di persone e sono discretamente certo che 240-4560 persone abbiano prelevato gratis dei file di testo da internet nell’ultimo anno.

….

Ergo, l’affermazione che 24.000 persone hanno scaricato un testo gratis da internet nell’ultimo anno è statisticamente insignificante.
Potrebe anche essere vera – ma non abbiamo i dati per dimostrarlo.
Un campione di 54.000 individui su una popolazione di 24.000.000 di persone mi fornisce infatti un intervallo di confidenza di 0,42%.
In altre parole, sulla base delle risposte ottenute dal campione, posso affermare che un numero che oscilla fra zero e quasi 125.000 persone ha scaricato file di testo gratis dal web.
Un risultato inammissibile.
Tanto varrebe sparare numeri a caso.

Nei dati Istat sulla lettura pubblicati, qualsiasi valore inferiore all’1% porta con sé un errore troppo grande per poter essere considerato accettabile.

E qui chiudo e vado a dormire….


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Una manica di illetterati

La notizia riportata da La Repubblica dovrebbe in qualche modo farmi sentire vendicato, ma proprio non ci riesco, a vedere un lato positivo…

Laureati analfabeti.

Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l’antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all’Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l’indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un’enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in
biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. “Manca il tempo”, “sono troppo stanco”, le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: “leggere oggi non serve”, “è un medium lento”, “preferisco altre forme di comunicazione sociale”.

Numeri agghiaccianti.
Meno di cento libri?
Leggere oggi non serve?

Poi alla sensazione agghiacciante segue una certa vaga familiarità.
Non c’è forse un ex-collega (oggi rispettato accademico) che da quindici anni, se interrogato a riguardo, risulta impegnato nella lettura dello stesso volume – Le Grandi Controversie della Geologia?
E non c’è una forte, fortissima resistenza nell’ambiente accademico, verso coloro che “hanno troppi interessi”?
Non mi è stato consigliato, molto amichevolmente, di evitare di citare in curriculum il mio interesse per la letteratura ed il fatto che io scriva “raccontini polizieschi” (sic), per evitare imbarazzi?

“In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia “, sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di
Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: “Di solito comincio da virgole e apostrofi…”. Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, “esito profiquo”, “le chiedo una prologa”, “attendo subitanea risposta”. Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. “Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere” spiega. “Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall’università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti”.

E poi ci sono quelli che credono che conoscere una lingua straniera sia un extra.
Quelli che credono che le linee guida per la pubblicazioni siano “libberticcide”.

Idioti.
Come quello che definisce la lettura “un medium lento”.

La lista dei colpevoli è lunga.
Lunghissima.

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: “Quello che se potrei, quello che s’è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs…)…”. Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? “Dipende”, si fa serio, “noi cerchiamo
bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma”.

Per fortuna la pagina de La Repubblica non manca di linkare in calce Grandi Scuole.
La civiltà è salva.
Diventeremo tutti bravi venditori.

Aggiunta a posteriori

Tanto per fare un paragone

Canadians’ attitudes toward reading appear to be very positive. The following attitudinal findings are pulled from the PCH study as well as a report from the Canadian Publishers’ Council (CPC), Book Buying Attitudes and Behaviours (conducted in 2004 among only English-speaking Canadian adults).

  • Nearly half (43%) of Canadians said they enjoy reading “very much,” and a further 39% like to read some of the time (PCH).
  • Eighty-five percent indicated that “reading is very important to me” (PCH).
  • Eighty-two percent said they “read for fun” and 72% to “relax/unwind,” higher than the 60% who read to “learn” (CPC).
  • Forty-three percent picked “reading books” as an activity they would choose to do if they had more time, virtually tied with the #1 pick, “visiting with friends in a home” (45%) and the #3 pick at 40%, “out of home entertainment” (CPC).

Chissà quanti sono bravi venditori?