strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Copiando Gaiman: i libri della mia vita

Dicono che dobbiamo copiare da quelli bravi, e c’è questa rubrica, sul Guardian, che si chiama I libri della mia vita, in cui vari personaggi pubblici parlano … aha, dei libri della loro vita.
Hanno appena pubblicato l’episodio dedicato a Neil Gaiman, che trovate qui, e mi sono detto… perché non farlo anche qui?
Così, tanto per vedere cosa ne viene fuori.
Non ci metto neanche i link commerciali, via…

Il mio primo ricordo da lettore

I miei ricordi d’infanzia sono piuttosto sbiaditi. Non sono una di quelle persone che ricordano fotograficamente ogni minuzia della propria vita.
Ma ricordo di aver letto e riletto, durante le scuole elementari, una versione quasi certamente semplificata de Le Avventure di Tom Sawyer. È stato certamente il primo libro che io ricordi di aver letto. Era nella nostra biblioteca scolastica.
E poi i volumi di una vecchia enciclopedia per ragazzi, appartenuta a mio zio. Questi sono i miei primi ricordi di lettore.

Il mio libro preferito crescendo

Mia nonna mi regalò una copia de La Legione dello Spazio, di Jack Williamson, per il mio decimo compleanno. Prima, ero stato un lettore assiduo dei Gialli per Ragazzi della Mondadori, in particolare la serie dei Tre Investigatori, presentata da Alfred Hitchcock, ma in realtà scritta da Robert Arthur.
E sempre a marchio Hitchcock, il volume La Galleria degli Spettri, certo il mio primo incontro con l’horror, altro libro letto e riletto ossessivamente.

Il libro che mi ha cambiato la vita quando ero adolescente

Difficile. Negli anni tra le medie e il liceo ho letto tantissimo. C’è un libro che “mi ha cambiato la vita”? Cosa significa, esattamente?
Ma sono portato a dire The Birthgrave, di Tanith Lee, il secondo libro che io abbia mai letto in inglese – mi cambiò la vita non solo per la qualità della scrittura e le idee che conteneva, ma perché mi confermò che sì, potevo leggere in inglese e divertirmi.
Considerano la piega che ha poi preso la mia vita sucessivamente, quella prima manciata di libri – e quello della Lee fra tutti – ha inciso sulla mia esistenza più di qualunque altra scelta fatta in quegli anni.

Lo scrittore che ha cambiato il mio modo di pensare

La risposta istintiva è Tom Robbins. Lessi Natura Morta con Picchio, in inglese, in un periodo in cui non ero particolarmente felice (capita), e in cui scrivere era diventato estremamente difficile.
Still Life with Woodpecker si rivelò essere tutto ciò a cui aspiravo con la mia scrittura – era comico, era politico, era surreale, era farcito di idee ed era scritto con una facilità ed un ritmo incredibili.
Trent’anni dopo avrei scoperto che Robbins aveva impiegato un anno a scrivere quel romanzo così “facile”. Ma leggendolo la prima volta fu come sentirsi dire “vedi? è possibile”.

Il libro che mi ha fatto venire voglia di essere uno scrittore

La Guida alla Fantascienza di Isaac Asimov, che conteneva un capitolo con i consigli per i lettori che volevano provare a scrivere.
Ma quello è stato solo la scintilla che ha acceso una miccia che era lì dai tempi delle elementari.

Un libro che ho ripreso dopo aver abbandonato

La trilogia di Gormenghast, di Mervyn Peake. Acquistai i tre volumetti della Ballantine principalmente sulla scorta delle copertine, attorno al 1984, e il primo impatto fu molto molto difficile.
Tornai a leggere il lavoro di Peake un paio d’anni dopo, e da allora lo rileggo ad anni alterni.
Non è una cosa così strana, tornare a un libro che ci ha stancati solo per scoprire che non era il momento giusto, ma ora lo è.

Un libro che non potrei più leggere

Non lo so.
Probabilmente troverei i Tre Investigatori insopportabilmente infantili.
Ma non ho mai provato a rileggere quei romanzi (che in effetti ho regalato) e quindi è solo un’ipotesi.

Un libro che ho scoperto tardi nella mia esistenza

Il Conte di Montecristo, letto attorno ai quarant’anni, in seguito alla scoperta di una edizione in inglese (sì, lo so, c’è una certa perversità nel leggere Dumas in inglese) risalente al tardo ottocento. Un libro scritto a cottimo, ma che contiene quasi tutto ciò di cui vale la pena scrivere.

Il libro che sto leggendo ora

Sto per finire The Man from the Diogenes Club, di Kim Newman, e intanto sto rileggendo da cima a fondo la Black Company di Glen Cook – sto per iniziare i Libri del Sud.

Il mio libro-salvagente

Il libro che ti salva la vita, quando le cose non funzionano.
Le Mille e Una Notte, che serve a tirarmi su di morale quando le cose girano male. Oppure qualcosa di P.G. Woodehouse, per lo stesso motivo.
Ma le Mille e Una Notte prima di ogni altra cosa. Ancora una volta, un libro che contiene tutto ciò che vale la pena di raccontare.


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Il solito disastroso rapporto ISTAT sulle letture

In Italia, a quanto pare, non si legge.
E non si conosce la statistica … o forse semplicemente l’italiano.

Lo scorso anno gli editori hanno pubblicato 62.250 libri in formato cartaceo, a cui si aggiungono 56.727 titoli in quello digitale, mentre gli e-book rappresentano il 91,1% delle novità pubblicate.

Questo qui sopra si chiama statisticolare.
Come devo interpretare la frase qui sopra?
Che sono stati pubblicati 62.250 titoli, dei quali 56.727 anche in formato digitale?
O che sono stati pubblicati 62.250 titoli più altri 56.727 in formato digitale, per un totale di, vediamo… 118.997 titoli?
Visto che si aggiungono, sono portato a pensare alla seconda – che è palesemente implausibile.

books

Poco prima, l’articolo della Repubblica che riporta i dati ISTAT ha affermato

In Italia si pubblicano in media 164 libri al giorno, domeniche comprese, ovvero 60 mila titoli all’anno.

Ma 164 x 365 fa 59.860, che non è né 62.250 né 56.727.
Stiamo quindi ragionando con dei numeri che non coicidono con … con cosa? Con la realtà? Continua a leggere


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Syncopation

Onestamente oggi non ho granché di cui chiacchierare.

Però no, ok.
Un segno del fatto che ormai si è oltre il puto di non ritorno?
Semplice – scoprire che si sta leggendo per diporto un testo universitario.
Non, badate, uno di quei bei saggi divulgativi di alto livello che sono, a tutti gli effetti, dei corsi universitari condensati.

Mentivo… un’immagine l’ho trovata.

Proprio un testo universitario.

Nella fattispecie Environmental Systems, An Introductory Text, Second Edition, di I.D. White, D.N. Mottreshead e S.J. Harrison.
Pubblicato da Chapman & Hall nel ’94.
Un testo così istituzionale che non se ne trova neanche una immagine di copertina per illustrare questo post.
Acquistato per un centesimo – copia di biblioteca, in ottime condizioni.

Seconda edizione, del 1994.
Prima edizione del 1982.
Ora, io nell’82 non ero all’università*
Ma c’ero un po’ di anni dopo.
C’ero nel ’94, per dire**

Continua a leggere


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Quattro nuovi e sconosciuti

Sì, questa è ANCHE una pubblicità subliminale del Lemuria Social Club

È agli atti la mia passione per il vecchio fantastico.
Romanzi cinesi ed arabi.
Cose scritte da strampalati gentiluomini nel 1800 che a detta di quelli fighi non sono steampunk.
Vetuste riviste pulp e loro frequentatori più o meno assidui.
Quelle cose seriali che pare si facessero solo fra gli anni ’50 e ’70.
La space opera.
L’orrore sovrannaturale e lovecraftiano.
Il fantasy pre-tolkieniano.
La sword & sorcery.

Non sono tuttavia convinto – come sostengono alcuni personaggi nazionali – che la fantascienza sia morta quando morì Dick, o che il fantasy sia entrato in stagnazione col suicidio di Bob Howard.

A titolo di ginnastica, in questo senso, da quando ho deciso di ridurre drasticamente la spesa per i libri (c’è la crisi, sapete), una delle mie pratiche è la seguente…
Avendo fissato un budget per le letture mensili, un mese ogni sei lo dedico a dare la caccia a cose nuove (o relativamente tali) e di autori mai letti prima.

Marzo – mese della follia, ricordate, la lepre e tutte quelle cose – ho deciso di investire i miei sudati risparmi in quattro volumi, che leggerò nelle prossime settimane (uno in effetti è già in funzione).

Per ciascuno farò un post, ma tanto per dare un’idea della vitalità e della varietà dell’offerta fantastica in lingua originale, elenco qui – senza i titoli – i quattro volumi acquisiti.

. una space opera, ma hard science fiction (*), del 2011
. un planetary romance, ma femminista, del 2012
. un fantasy, ma di ambientazione giapponese, del 2003
. un orrore sovrannaturale, ma cospirativo e ucronico, del 2006

In totale, circa 1600 pagine.
Insomma, una buona selezione.
E tre su quattro sono opere prime.

E mi pare opportuno chiudere questo semplice cat blog con una esortazione ad adattarsi a leggere in lingua.
Più varietà, più qualità e prezzi infinitamente più abbordabili.

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*(occhio, Iguana – Stross dice che è meglio di Hamilton – e dalle prime cento pagine gli darei ampiamente ragione)


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Rand

Nella mia memoria, la figura di Gary Cooper non è legata – come per i tre querti della popolazione del pianeta – a Mezzogiorno di Fuoco, bensì ad un film di gran lunga meno importante nella storia del cinema occidentale, quel La Fonte Meravigliosa, di King Vidor; che da sempre associo pure ad un assoluto, insopportabile, plumbeo senso di noia.
Non credo di essermi mai annoiato tanto guardando un film quanto con La Fonte Meravigliosa.
Al confronto anche L’Albero degli Zoccoli, impostomi ai tempi delle scuole medie, pare un apocrifo di Mad Max.
E tutto questo è maledettamente on-topic, perché La Fonte Meravigliosa venen tratto da un romanzo di Ayn Rand e questo è un pezzo a richiesta del piano-bar del fantastico, proprio su Santa Ayn Rand, Regina del Culto della Ragione.

Ora, in questo specifico piano-bar del fantastico, Ayn Rand non costituisce uno dei cinque pezzi facili, e mi sorge quasi il dubbio che il buon Elvezio Sciallis abbia richiesto un pezzo sulla Rand apposta per vedere con quanto successo e quanto a lungo io riesca a schivare le pallottole suonando il piano.
Perché parlare di Ayn Rand costituisce l’equivalente di appiccicarsi un bersaglio sulla schiena.
Perciò, procediamo.
Non sparate sul pianista.

Parlare di Ayn Rand e dei suoi libri significa, senza possibilità dis campo, affrontare due argomenti diversi – la qualità della scrittura e della narrativa, ed i contenuti ideologici della stessa.
La letteratura di genere – e la letteratura in genere – sono zeppe di scrittura “a formula” e di scrittura programmatica.
Uno dei miei autori preferiti, Kim Stanley Robinson, non risparmia al lettore una massiccia dose di propaganda ideologica.
Kim Stanley Robinson scrive benissimo, ed il fatto che la sua ideologia coincida abbastanza da vicino con la mia fa sì che io non vada giù troppo pesante nei miei giudizi – è possibile abbassare mentalmente il volume dell’ideologia e godersi l’avventura.
Michael Crichton è stato un competente autore a formula, con il valore aggiunto di essere disponibile, dietro pagamento, a spingere l’ideologia del cliente – lo ha fatto con Sol Levante e con Stato di Paura. Trovo difficile leggere qualsiasi cosa Crichton abbia scritto dopo il 1978, e trovo assolutamente insopportabili i suoi libri di propaganda. Però da giovane scriveva molto bene.
È possibile separare nettamente e completamente narrativa ed ideologia?
Non credo.
Volontariamente o involontariamente, la weltenschaug (chissà se si scrive così?) autorale percola nella narrativa.
Nel bene o nel male.
Poi, ci sono diversi gradi, diversi momenti, diverse contingenze…
Ciò premesso, passiamo alla Rand.

Sarebbe facile essere brutali e sbrigativi e liquidare Ayn Rand come una pessima scrittrice.
I suoi personaggi sono bidimensionali e statici, incapaci di evolvere e a tal punto egocentrici da suonare come una accozzaglia di solisti anziché come un gruppo.
I dialoghi sembrano perciò monologhi – o dibattiti molto accesi.
Le descrizioni sono eminentemente dimenticabili – Rand fallisce nel gioco di prestigio di convincere il lettore che lei conosca intimamente ciò che descrive, e si vedono i cavalletti e le funi che sorreggono quello che vorrebbe essere un paesaggio, me è un fondale dipinto alla svelta.
Questa scarsissima qualità della scrittura è in parte spiegabile col fatto che i personaggi della Rand sono in effetti sempre i portavoce di un’ideologia, e le situazioni in cui si vengono a trovare sono meccanismi costruiti per mettere alla prova l’ideologia, o per stimolare un dibattito nel quale si possa dimostrare la superiorità di un’ideologia rispetto all’altra.
L’intento didascalico è tale, che la narrativa si schianta sotto al proprio peso.
Il giudizio sulla narrativa è ulteriormente esacerbato dall’ideologia proposta – per cui, ammettiamolo, se a voi piace la visione del mondo proposta dalla Rand, probabilmente sarete disposti ad essere meno trancianti in un giudizio di qualità.
Narrativa ed ideologia sono così strettamente connessi, che non si possono che coadiuvare o sabotare reciprocamente.

Gli eroi della Rand sono i portavoce di una filosofia che è stata successivamente etichettata come oggettivismo (Rand avrebbe preferito “esistenzialismo”, ma l’esistenzialismo c’era già e non era quello che piaceva a lei), una versione particolarmente melliflua del darwinismo sociale di spenseriana memoria.
Alla “sopravvivenza del più adatto” (frase di Spenser, non di Darwin) si sostituisce un ideale di individualismo eroico svincolato dalla massa degli individui passivi.
Ora, cerchiamo di capirla – la Rand aveva preso un bello spavento (giustificatissimo) confrontandosi con lo statalismo estremo della Russia di Stalin, e quindi desiderava promuovere un tipo di pensiero che fosse quanto più possibile opposto al cosiddetto “collettivismo”.
La collettività non ha peso, diritti o pretese da rivolgere all’individuo.
Gli eroi della Rand desiderano creare al fine di realizzare le proprie potenzialità, infischiandosene del bene comune o degli interessi della collettività – che anzi, sono visti come freni.
Si potrebbe anche qui essere sbrigativi e definire l’oggettivismo della Rand come una forma di supereroismo socio-economico.
A differenza dell’ideale romantico, che vede l’eroe come punta didiamante dell’avanzata della specie, che deve trasgredire le regole per crearne delle nuove dalle quali tutti possano trarre giovamento, l’eroe randiano agisce per il proprio interesse e trasgredisce le regole semplicemente perché queste sono pastoie alle quali egli è superiore. L’eroe della Rand fa delle nuove regole per se stesso – se qualcun’altro vorrà seguirle, in fondo, dimostrerà in questo modo la sua inferiorità.

If any civilization is to survive, it is the morality of altruism that men have to reject.

Il sentimentalismo e le emozioni, naturalmente, sono per i deboli.
Qua e là la Rand pare anche convinta che, se lasciate libere da ogni vincolo, le forze economiche si assesterebbero su un equilibrio dinamico capace di creare una crescita infinita – e dopotutto, cosa sarebbero le crisi, se non fasi di repulisti nei quali i non adatti vengono eliminati dal sistema?

Government “help” to business is just as disastrous as government persecution… the only way a government can be of service to national prosperity is by keeping its hands off.

Per questo motivo, i libri di Ayn Rand piacciono molto ai sostenitori di posizioni libertarie – con la loro ferma opposizioneall’ingerenza statale negli affari economici dei cittadini

E prima che vengano avviati i lanciafiamme, vorrei sottolineare che la mia opposizione alle teorie di Ayn Rand non è di natura politica, ma culturale. Per tutti i suoi orpelli pseudoscientifici e la sua pretesa di oggettività, la teoria di fondo della Rand scivola troppo facilmente nel wish-fulfillment, casca con troppa frequenza nell’egocentrismo assoluto, per poter avere un valore… ehm, oggettivo.
Concordo insomma con quei critici che hanno visto, in una adesione acritica alle teorie di Ayn Rand, l’anticamera di gravi problemi psicologici.
E se non si può provare una certa simpatia per il taglio apparentemente meritocratico e positivista della teoria, è anche inevitabile accorgersi che, in primis, si tratta appunto di teoria, e che nel suo insieme tale teoria nega tanto i dati a nostra disposizione sulla natura delle culture umane (nelle quali l’elemento collaborativo è essenziale) quanto le proprie premesse di efficacia; non è necessaria avere una grande esperienza per sapere che un singolo individuo brillante che non voglia o non sappia integrare il proprio sforzo col resto della squadra è spesso più dannoso di una mezza dozzina di idioti capaci solo di eseguire ordini molto semplici.

Le cose si fanno ancora più complicate quando consideriamo che, secondo la Rand, l’universo è costituito da “Valori” che sono immediatamente (= in modo non mediato) comprensibili e riconoscibili da un individuo che, avendo abbandonato i pregiudizi spacciati per conoscenza nel passato, applichi un’analisi razionale e spassionata alla realtà. L’intera faccenda ha un sentore vagamente platonico, ed è sostanzialmente antiscientifica.
Se non avete ancora visto la Realtà per ciò che è (vale a dire come la intende Ayn Rand), è solo perché non siete ancora liberi dagli orpelli del passato.
O, se preferite, chi non dice che ho ragione sbaglia.
Non male, per una che accusò Kant di nichilismo.

Di fatto, il messaggio della Rand è molto attraente, specie in una certa fase della vita dell’individuo.

Achievement of your happiness is the only moral purpose of your life, and that happiness, not pain or mindless self-indulgence, is the proof of your moral integrity, since it is the proof and the result of your loyalty to the achievement of your values.

Quale liceale non sottoscriverebbe una scuola di pensiero che gli dice che può fare ciò che gli pare, che chi cerca di porgli dei limiti è cattivo, che fare un sacco di soldi è buono e giusto, e gli altri si fottano?
Specie se questo tipo di discorso ci viene presentato all’interno di una narrativa, che sottolinea l’elemento eroico, e sbandiera grandi concetti (la Civiltà, la Storia, l’Evoluzione, gli Ideali) al fine di supportare una tesi odiosa?

Avanti, seriamente…

Civilization is the progress toward a society of privacy. The savage’s whole existence is public, ruled by the laws of his tribe. Civilization is the process of setting man free from men.

Poco importa che i suoi portavoce narrativi siano personaggi implausibili o fondamentalmente spiacevoli (l’eroe di The Fountainhead – Gary Cooper – è uno stupratore ed un architetto modernista… due attività esecrabili).
In fondo, ciò che Ayn Rand ci dice è che se siamo meglio degli altri (e noi siamo meglio degli altri, giusto, ragazzi?), dovremmo avere accesso al meglio dele risorse, e non essere frenati da regole e leggi che tarpano il nostro impulso creativo.
Se il nostro destino è essere grandi, ricchi, indipendenti, perché perder tempo a prendersi cura dei senzatetto (gente che non lavora abbastanza), a curare gli ammalati (gente che indebolisce il pool genetico) e a mantenere dei governanti (che hanno bisogno di una collettività alle spalle per giustificare le proprie scelte)… E di tutti gli altri?

Si tratta di uno strano baraccone – e concordo com Michael Schermer quando lo paragona ad una pseudoreligione alla maniera di Scientology.

‘The cultic flaw in Ayn Rand’s philosophy of Objectivism is not in the use of reason, or in the emphasis on individuality, or in the belief that humans are self motivated, or in the conviction that capitalism is the ideal system. The fallacy in Objectivism is the belief that absolute knowledge and final Truths are attainable through reason, and therefore there can be absolute right and wrong knowledge, and absolute moral and immoral thought and action. For Objectivists, once a principle has been discovered through reason to be True, that is the end of the discussion.

If you disagree with the principle, then your reasoning is flawed. If your reasoning is flawed it can be corrected, but if it is not, you remain flawed and do not belong in the group. Excommunication is the final step for such unreformed heretics.’

In fondo, la Dianetica e l’Oggettivismo sono entrambi basati sugli scritti di (mediocri) autori di fantascienza, presentano una visione messianica e supereroistica dell’individuo, affermano di basarsi su una visione oggettiva della realtà ma non fanno nulla per provarlo, e di fatto hanno creato la fortuna dei propri fondatori ma non ci pare che abbiano stimolato il successo ed il trionfo della volontà di qualcuno dei loro seguaci.
Le star hollywoodiane affiliate a Scientology sono entrate nel giro dopo essere diventate famose.
E non ricordo alcun oggettivista che sia arrivato a posizioni di preponderanza da qualche parte – a parte forse Gordon Gekko.

Gordon Gekko non è citato a sproposito – è maledettamente difficile scrivere una buona storia con un protagonista che predichi il verbo di Santa Ayn Rand.
Oliver Stone, in Wall Street, c’è riuscito.
Ayn Rand no.

Money is the barometer of a society’s virtue.

I libri di Ayn Rand sono, fortunatamente, pochi – ma sono piuttosto spessi e di una densità orripilante.
Contrariamente ad una certa tendenza della letteratura americana, i protagonisti non sono underdogs e little men che trionfano grazie al proprio ingegno ed alla propria costanza, ma membri delle classi superiori, ormai arrivati, ma minacciati dall’avanzare della marea collettivista.
Piaghe sociali come i sindacati, le politiche assistenziali e l’ingerenza della politica nell’economia minacciano – sostanzialmente – il mondo dorato dei nostri eroi, che si oppongono (che diamine!) con lunghi panegirici soporiferi, e poi, avendo pontificato a morte, ed essersi variamente accoppiati, se ne vanno.
Non si tratta tuttavia del ritirarsi dalla società dello studioso taoista, che vuole allontanarsi dalle distrazioni ed entrare in comunione con una Natura della quale si riconosce parte, che vuole conoscere e studiare, quanto piuttosto l’andarsene portandosi via il pallone del ragazzino che non ci fa più amici.
Nel momento in cui le menti migliori se ne vanno, ovviamente, la civiltà crolla, e i nostri eroi possono tornare a bomba e fondare finalmente una società oggettivista (che a me pare una contraddizione in termini, un po’ come “organizzazione anarchica”).
E non riesco a non vedere, in questo crollo della civiltà come conseguenza della ritirata al colle degli eroi, una sorta di gratificazione adolescenziale… perché quando non ci sarò più capirano quanto ero importante, ma ormai sarà troppo tardi.
E questo è quanto.
Anthem è una novella fantascientifica ed è probabilmente la cosa migliore che Rand abbia scritto – o copiato, considerando che è stato fatto notare come la storia ricalchi molto da vicino quella di un romanzo di Y.I. Zyamiatyn (ma anche Orwell e LeGuin copiarono da YIZ, quindi non è un grave peccato)… lui è un indomito elettricista imprigionato in una società distropica, lei è una bionda intrappolata in una civiltà distropica… scopano, fuggono e combattono il collettivismo!
The Fountainhead è un romanzo mainstream, confuso e carico di prosa turgida… lui è un architetto modernista la cui opera è stata travisata dalle menti deboli, lei è una ricca ereditiera che lui ha violentato e le è pure piaciuto… combattono il collettivismo!
Atlas Shrugged è invece un romanzo di fantascienza (pessimo, ma ehi, questa è la mia opinione, ok?) sulla fuga dei ricchi e brillanti alla faccia di tutti quei poveracci ingrati che lavorano tropo poco ed i loro politici ficcanaso … lei è una miliardaria che poossiede ferrovie, lui è un genio scientifico e finanziario che controlla il mercato del rame… combattono il collettivismo!
Stando a recenti statistiche, l’ascesa di Barak Obama alla Casa Bianca ha portato ad un picco nelle vendite di questo romanzo – come ha notato Stephen Colbert, la situazione in america si è fatta così tragicache gli americani hanno cominciato a leggere.

Ci sono altri titoli, ma possiamo farne a meno.
Spogliati del loro contenuto ideologico, i romanzi della Rand sono monotoni polpettoni sentimentali – poiché, per quanto propugnasse un’approccio privo di sentimentalismi alla realtà, Rand amava una bella storiaccia farcita di sesso sudaticcio, strapazzamenti emotivi e sentimenti avvampanti quanto l’ultimo dei pennivendoli della Gold Medal, che per lo meno non si proponevano di riformare la Civiltà.
E poi, Bob Heinlein, Alfred Van Voght o lo stesso Ron Hubbard, per amor dell’onestà, hanno scritto di meglio, pur propugnando teorie altrettanto barbine.

Insomma, alla fine, se proprio voglio leggere certe cose….
No, come non detto, io non voglio leggere certe cose.