strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Uno strumento di libertà

Ho appena letto una lunga intervista ad uno scrittore che non conoscevo (limite mio, naturalmente – e non ve la linko ma tanto so che sapete come trovarla). O, per essere più precisi e in linea col taglio dell’intervista, con un professore di chimica che fa lo scrittore. Ci sono diecimila cose in quell’intervista delle quali penso varrebbe la pena di parlare ma ce n’è una che mi ha riempito di tale e tanto orrore che non posso che concentrarmi su quella.

E, incidentalmente, questo diventa così un post in ritardo per la festa del papà. Perché mio padre ci farà una comparsata.

La cosa che mi ha riempito di orrore è questa:

Nel tuo libro il denaro è uno strumento di meravigliosa libertà: confermi?
Sì, non c’è dubbio. È un’ipocrisia dire che il denaro non conta, spaventosa. Un’ipocrisia che io non reggo proprio. Se hai tanti soldi puoi fare quello che ti pare, anche le belle cose che facevi senza, ma in più puoi farne delle altre. Non vedo proprio il senso di colpa che uno dovrebbe avere perché è ricco. Non vedo il peccato che commette chi ha guadagnato dei soldi, finché lo fa onestamente.

Parliamone, volete?

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Il Gioco del Go come pratica e metafora

Quando andavo al liceo, giocavo a scacchi.
Ci giocavo un sacco, dieci o dodici partite la settimana.
Non ero particolarmente in gamba – avevo un paio di compagni che erano infinitamente più in gamba di me.
Ma era divertente.

shibumisumPoi, tra l’ultimo anno di liceo ed il primo di università, cominciai a giocare a Go.
Mi procurai un bellissimo manuale in una libreria del centro* e incassai un regalo di Natale sotto forma di scacchiera da Go, e cominciai a fare pratica.
In retrospettiva, mi rendo conto che parte del mio interesse per il Go venne stimolato dall’aver letto Shibumi, di Trevanian – e da alcune storie della Guerra del Cambio di Fritz Leiber (che fu un grande scacchista).
Incredibili le cose che succedono nella nostra vita per colpa dei romanzi, vero?

Gioco più o meno seriamente a Go da circa vent’anni – non sono diventato bravissimo: nei giorni di grazia arrivo a un livello di 9 kyu, che sarebbe quello del giocatore occasionale o dilettante prometente.
Per un breve periodo nel 2005 fui 7 kyu.
Potrei entrare in un club, se fossi in estremo oriente, ed essere l’ultima ruota del carro.
Il mondo dei giocatori di primo e secondo dan, che si giocano borse milionarie in tornei internazionali (un torneo maggiore ha solitamente una borsa che oscilla dai 300.000 ai 500.000 dollari, ma in passato sono state giocate borse più alte), è lontano da me quanto Alpha Centauri.

Ora, il gioco del Go è ingannevolmente semplice, ed ha delle regole molto facili da riassumere.

Il Go (o Baduk in Coreano, o Weiqi in Cinese) è un gioco di scacchiera.
La scacchiera è costituita da una griglia di 19 linee orizzontali e 19 linee verticali.
All’inizio del gioco, la scacchiera è vuota.
board-game-goI due giocatori – il Nero, che gioca per primo, ed il Bianco – piazzano a turno una pedina, o “pietra” all’intersezione di due linee.
Se tutte le intersezioni attorno a una pietra o a un gruppo di pietre di uno stesso colore, è bloccata da pietre del colore opposto, la pietra o il gruppo vengono catturati.
Una intersezione completamente circondata da un colore non può essere occupata da una pietra del colore opposto (sarebbe come buttarsi in pasto all’avversario, farsi mangiare in automatico).
Ciascun giocatore può passare la propria mossa quando vuole.
Quando un giocatore passa per due volte consecutive, la partita è finita.
Vince chi occupa la porzione più ampia della scacchiera, ovvero chi occupa più intersezioni, o impedisce che le intersezioni ancora libere siano occupate dal suo avversario.

c8a7225471d846fbedcefdb7571a7cc3Le regole sono poi soggetto di interpretazioni e consuietudini, ma il sistema base è questo.
Il Go è un gioco posizionale (le pedine non si muovono), su una scacchiera vastissima e vuota, che si riempie sempre più, limitando progressivamente le scelte possibili.
In questo è perciò un esatto opposto del gioco degli scacchi – un gioco di movimento che si svolge su una scacchiera piccola e affollata, che progressivamente si svuota.

Giocare a Go contro scacchisti è di solito un’esperienza esilarante – perché per lo scacchista passare dalla mentalità strategica degli scacchi a quella del Go è di solito molto traumatico.
Nel senso che non ci riesce.
Lui è lì seduto davanti a voi, e sa di essere meglio di voi (è uno scacchista, è fermamente convinto di essere meglio), a giocare questo gioco che sembra Othello, e improvvisamente ci sono pedine bianche e nere ovunque, e lui non riesce a starci dietro.
Perde, perde malamente, e come mi risulta essere tipico fra gli scacchisti che ho consciuto, quando perde ne fa una tragedia, o si infuria**.
O magari entrambe le cose***.

Esistono dei software per giocare a Go, esistono comunità online – che un tempo frequentavo, e presso le quali giocavo, utilizzando dei client java che si trovano abbastanza facilmente.
Oggi vivo nella campagna depressa e non ho una connessione sufficientemente veloce – giocare coi miei vecchi avversari è un’altra opzione lontana come Alpha centauri, non per limiti miei, ma per limiti della tecnologia nella provincia rurale italiana.
Gioco spesso dei solitari contro il computer – e anche qui il Go è diverso dagli scacchi, perché contro il computer, a Go, anche uno schifoso 9 kyu può vincere, e senza troppa fatica.
Ma è un buon allenamento.

200px-GolibsEd è una buona metafora, il Go – molto più degli scacchi – della realtà che ci circonda, ed è per questo che la notte passata m’è venuta voglia di fare questo post: immaginate, un campo vastissimo, dove chi può cerca di occupare tutti gli spazi disponibili.
Le intersezioni delle linee attorno alla pedina del go si chiamano “libertà” – se si controllano le 4 libertà attorno alla pedina, la pedina “muore”.
C’è di che pensarci, non vi pare?

—————————————-
* Manuale che prestai ad un amico e che andò naturalmente “perduto”
** E si tiene il manuale che si è fatto prestare e poi ti dice di averlo perso.
*** voi non saprete mai cos’è la follia finché non vedrete un adulto paonazzo che urla frasi irriferibili e scaglia in giro per tutta la stanza 361 pedine bianche e nere della dimensione di un bottone.


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Folksonomy e oltre

La lezione tenuta da Andreas Formiconi a Fosdinovo merita un post a parte.
Questo.

Il tema dell’intervento era il concetto di folksonomy.
Per chi se la fosse persa, la folksonomy è la tassonomia, la classificazione, creata dal basso, apartire dall’azione della popolazione, che marchia gli oggetti da classificare con tag più o meno personali.

O come dice Wikipedia

una categorizzazione di informazioni generata dagli utenti mediante l’utilizzo di parole chiave (o tag) scelte liberamente

La folksonomy è, a modo suo, il motivo per cui Amazon.com vi suggerisce certi libri e non altri sulla base non solo di ciò che avete acquistato, ma anche sulla base di ciò che altri hanno acquistato e gradito.
La folksonomy è, a modo suo, il motivo per cui LastFM vi consiglia gli ultimi successi di Gigi D’Alessio se avete ascoltato prevalentemente Alan Parsons Project o Genesis, o se fate una ricerca per Progressive Rock.

Il secondo punto è il motivo per cui io sento dire folksonomy e comincio a sudare freddo.
Perché i nativi digitali sono spesso piuttosto casual nell’attribuzione delle etichette.
Quello “scelti liberamente” di Wikipedia racchiude un sottinteso tutt’altro che banale – la libertà comporta la responsabilità.

Senza responsabilità, sono libero di etichettare Gigi D?Alessio come Progressive Rock.
È successo.

Al suo meglio, ovviamente, la folksonomy permette di creare indici multidimensionali.
Di mettere lo stesso libro su più scaffali contemporaneamente, per usare la metafora utilizzata da Andreas.

Ma l’intervento di Andreas è andato molto oltre.
In uno stupefacente colpo di teatro, il relatore è riuscito, senza l’ausilio di supporti elettronici – no PowerPoint! – a comunicare un volume colossale di informazioni.
Una faccenda un po’ strana e un po’ esoterica come la folksonomy è stata riportata al suo stato naturale – trattandosi di uno dei modi nei quali i nostri cervelli funzionano normalmente, cogliendo connessioni e paralleli fra fonti diversi, in modi diversi ed in momenti diversi.

La rete, quindi, con le sue nubi di contenuti etichettate multidimensionalmente dagli utenti, si rivela per ciò che è – una estensione dei nostri naturali processi mentali, informata ed organizzata da strumenti che emulano le nostre funzionalità naturali.

O, in altre parole, non c’è nulla da temere.

Aggiungo a titolo personale che lo stile di esposizione di Andreas mi ha riconciliato con la categoria degli insegnanti.
La carica di entusiasmo, intelligenza e curiosità che Andreas riesce a trasmettere, dimostrando una capacità di comunicazione impareggiabile, mi porta ad invidiare i suoi studenti, e mi induce a pensare che ci sia una speranza per la didattica in italia.

Nulla che due giorni a contatto con l’Università nazionale non siano riusciti a colare a picco, nturalmente.
Ma per due giorni, è stato bello tornare a crederci.
Grazie.

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Freeman

Citazione di Freeman Dyson, dal suo To Teach or Not to Teach, del 1990.
http://www.princetoninfo.com/files/moreinfo/Freeman-Dyson-(color).jpg

“E così accadde che io appartenessi ad una piccola minoranza di ragazzi che erano carenti in termini di forza e di capacità atletiche, interessati in altre cose oltre al calcio, e schiacciati fra le oppressioni gemelle della frusta e della carta vetrata. Odiavamo il preside con la sua grammatica latina e odiavamo ancora di più i ragazzi con le loro teste vuote piene di palloni. Perciò cosa avrebbe potuto fare la nostra povera minoranza di intellettuali, più tardi noti in un altro paese come nerds, per difenderci? Trovammo rifugio in un territorio che era ugualmente inaccessibile al nostro preside ossessionato dal latino ed ai nostri compagni di classe ossessionati dal calcio. Trovammo il nostro rifugio nella scienza. Senza alcun aiuto da parte delle autorità scolastiche, fondammo un circolo della scienza. Come ogni minoranza oppressa, mantenemmo un basso profilo. I nostri incontri si tenevano a bassa voce e senza attirare l’attenzione.  Tutto ciò che potevamo fare era scambiarci libri e spiegarci a vicenda ciò che non capivamo. Ma imparammo un sacco dicose. Soprattutto, imparammo quelle lezioni che non possono essere insegnate in corsi di formazione formali; imparammo che la scienza è una cospirazione di cervelli contro l’ignoranza, che la scienza è la vendetta delle vittime sugli oppressori, che la scienza è un territorio di libertà e amicizia in mezzo all’odio e alla tirannia.”

Amen.

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