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Come essere perdenti

La discussione – che in realtà non ha mai preso corpo – è partita come al solito su Malpertuis, salvo poi rimbalzare su diversi blog.

La frase incriminata è

La natura di “perdente” di Shaun è così distante dalla nozione tipica americana o italiana da essere a tratti incomprensibile e aliena, un feroce tunnel nel quale nemmeno le più ardue prove del fato riescono a cambiare la natura di un individuo

Si possono davvero distinguere scuole nazionali, stili nazionali che caratterizzano i perdenti su questo pianeta?
E, altra domanda ovvia, chi o cosa è un perdente? Da cosa lo riconosco?

La domanda non è affatto banale – come sa benissimo chiunque là fuori (sù quelle mani, vigliacchi!) che è stato scavalcato per un lavoro o scaricato da una fidanzata in favore di una persona “con un carattere vincente”.
Se vi scartano in questa società alla perenne ricerca dei vincenti, eh, ragazzi, c’è poco da ridere – siete stati etichettati come perdenti.

Ma lo siete davvero?

Nel suo fondamentale How to ruin your life, Ben Stein delinea venti regole essenziali per essere dei perdenti assoluti.
Vediamole…

  • Non apprendere alcuna abilità utile
  • Convinciti di essere il centro dell’universo
  • Non accettare mai alcuna responsabilità se qualcosa va male
  • Critica subito, e frequentemente
  • Non mostrare mai alcuna gratitudine
  • Invidia tutto, non apprezzare nulla
  • Sii un perfezionista
  • Non godersi le cose semplici della vita
  • Frega chiunque, in qualsiasi momento, ogni volta che è possibile
  • Tratta male chi ti tratta bete
  • Sminuisci chi ti circonda
  • Porta rancore
  • Abbandonati ad alcool e droghe
  • Non risparmiare denaro
  • Ignora la tua famiglia
  • Ricordati che nessuno conta al di fuori di te
  • Ricordati che non devi niente a nessuno
  • Fai sfoggio di superiorità nei confronti di chiunque
  • Porta avanti una dura opposizione su tutto
  • Pensa il peggio di chiunque

In effetti, alcune regole sono ridondanti.
Sulla base del modello di Stein, possiamo vedere che il perdente è sostanzialmente una persona così strettamente avvoltolata nelle proprie nevrosi, da essere incapace di ottenere dei risultati.
Non ha capacità commerciabili.
Non è in grado di imbastire relazioni umane normali.
Non ha valori stabili.

Ci può stare.
Una sola di queste tre caratteristiche sarebbe sufficiente a redimerlo, ma il perdente latita su tutti i fronti.

Io, più brevemente, direi che il perdente, il loser, è un individuo che si pone dei traguardi molto modesti, ma non ha comunque le capacità e soprattutto il carattere per riuscire a raggiungerli.

Mi viene in mente un personaggio citato in un bel racconto di Charles De Lint, che dopo alcuni anni come piccolo spacciatore, capisce che la sua autentica aspirazione nella vita è fare il protettore per la sua fidanzata, minorenne ed eroinomane.
Un buon modo per fare in fretta un sacco di soldi – pensa lui.
Traguardi modesti, non abbastanza stoffa per raggiungerli = perdente.

Da qui – esiste una scuola nazionale?
Il perdente italico è diverso da quello britannico o nordamericano?
O si tratta solo di differenze climatiche e di diverse abitudini alimentari?

Io credo siano solo tratti accessorii – il loser americano sa tutto sul football più o meno quanto il perdente nazionale italiano sa tutto sul calcio.
Poi magari non hanno idea di che lavoro faccia il figlio, o dicome stia evolvendo il mutuo sulla casa, ma sul pallone – sferico od ovale – sono ferratissimi.

E naturalmente, è necessario diffidare da coloro che trattano loser come sinonimo di geek, nerd o cose del genere.
Qui non si tratta di avere semplicemente delle scarse capacità relazionali.
Qui parliamo di mandare a monte tutta la propria esistenza, facendo intanto il massimo danno all’esistenza di chi ci sta vicino.
E per di più, in maniera indistinta.

Perché, come diceva Tom Robbins, se davvero siamo dei perdenti, possiamo per lo meno impegnarci ad essere perdenti di successo.
Anche quella è una piccola redenzione, negata geneticamente ai loser.

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