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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il post del giorno dei morti

muertosBrutta cosa la fretta.
Ieri ho postato il post che avrei dovuto fare oggi, dicendo che era il giorno dei morti, e sarebbe stata una buona occasione per parlare di editoria, ma non ne avevo voglia.
Però sbagliavo, ed è oggi il giorno dei morti!
E quindi, parliamo di editoria, che oggi ne ho voglia.
Tanto, essendo il giorno dei morti, sono tutti a Lucca Comics, e quindi non lo legge nessuno, e nessuno si offende.

Alcuni anni addietro (doveva essere il 2000 0 il 2001) un mio amico incassò una piccola eredità da una zia ricca*, e fondò una casa editrice.
Essendo lui canadese ed essendo il posto in cui viveva il Canada, gli ci vollero un paio di settimane, e poi si mise in affari – tutt’ora pubblica saggistica molto molto di nicchia, libri a tiratura bassissima e prezzi piuttosto salati, con un discreto successo.
È una struttura flessibile con una manciata di collaboratori alla pari.
Non è il suo lavoro principale (è psichiatra), ma aveva sempre desiderare farlo, e quindi l’ha fatto.
Bello liscio.

Ora, io zie ricche non ne ho, ma mi dicevo l’altra sera, parlando con alcuni amici, che se proprio mi trovassi nell’occasione, io non credo che lo farei.
NOn lo farei per il cartaceo, e men che meno lo farei per il formato digitale.
Con questo non voglio dire che sia sbagliato – io sul mio post pubblico le mie idee, non le verità assolute**.
Però io non lo farei.

Trapeze_artists_1890Una casa editrice tradizionale comporta una struttura definita – dei lettori che selezionano i manoscritti, degli editor che lavorano con gli autori, dei direttori di collana, un direttore artistico, un settore marketing.
Il processo è definito – c’è un ingresso (i cacciatori di teste), c’è un processo produttivo che opera in parallelo (lavoro sul testo, lavoro sul prodotto e sul suo lancio), comporta dei tempi, dei piani programmatici, comporta uno stile e una linea editoriale.
Sono elementi che si costruiscono col tempo, e che – per quanto spesso inconsapevolmente – hanno un significato per il lettore.
È un po’ come fare i trapezisti – bisogna essere un gruppo affiatato, con ruoli definiti, perfettamente sincronizzato, che spende gran parte del proprio tempo allenandosi.

È una struttura che presuppone unmercato – da una parte un mercato degli autori (che hanno aspettative, si adattano a guidelines, accettano un gatekeeping) e dall’altra di un mercato librario fatto di critici, librai, distribuzione.
Quando il mercato cambia – come sta cambiando, cominciano i problemi.
E tale struttura non si può rivoluzionare senza rischiare di perdere qualcosa – è costoso, rischioso e lento.

Allo stesso modo, tentare di emulare in piccolo o “al risparmio” una struttura tradizionale, per cercare di ovviare inquesto modo alla pesantezza organizzativa, rischia di costare un sacco di fatica per i pochi individui coinvolti nell’esperimento.
Lavorare sotto stress non è mai una buona idea.

Insomma, io non lo farei.

BadgeMeglio, a questo punto, crearsi un imprint, un marchio personale – che sarebbe poi una patacca che posso spiaccicare su qualunque cosa in cui io metta becco, che sia una storia che scrivo, un testo che traduco, una pagina che edito.
Certo, questo potrebbe significare dover mettere tre o quattro patacchine su ciascun libro – quella dell’autore, quella del traduttore, quella dell’editor, quella del copertinista…
Ma perché no?
L’ho visto fare, funziona.
Si manterrebbe una struttura flessibile – che è poi ciò che manca ad una casa editrice tradizionale, che ha ruoli definiti per personaggi definiti, e che rischia di non sapersi adattare ad un mercato che cambia con una rapidità terribile.

E la rapidità, io temo, rischia di colpire molto in fretta le piccole case editrici più che le grandi – le major, dopotutto, hanno una loro inerzia, un loro campo gravitazionale, possono fare il mercato invece di seguirlo.
O per lo meno possono provarci.
La cosa peggiore che un piccolo editore possa fare, credo, è tentare di emulare la struttura di una major – eppure succede, come se quel modello fosse l’unico possibile.
Io non credo che lo sia.

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È per questo che io mi muoverei con un imprint, un marchio personale (ce l’ho, in effetti – se guardate sui miei ebook lo trovate facilmente) e con una struttura mobile e poco definita, adattabile e pronta a tutto.
Ma naturalmente, non è una guerra.
Non è neanche una vera competizione.
Ci sarebbe spazio per tutti, con un minimo di delicatezza.
Ma questo, naturalmente, è un altro discorso.

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* visto che aveva un senso, farlo il giorno dei morti?
** ci sono altri blog che trattano verità assolute, potete rivolgervi a loro, se vi serve


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Qualche annotazione per il mio funerale

Oggi è il giorno dei morti.
Avrei voluto fare un post sull’editoria, ma poi mi sono detto che sono tutti via – a fare il giro dei cimiteri, o a Lucca Comics (sì, sì, lo so, poi si offendono, non capiscono l’ironia, ma cosa ci volete fare?) e quindi nessuno l’avrebbe letto.

E allora, perché non fare un post per me?
Ma non ho voglia di annoiare i pochi lettori di questo post con le mie riflessioni sulla fine della vita.
Meglio mettere un po’ di musica.
Io questa canzone la voglio al mio funerale*.

John Martyn, The Man in the Station

… oh, già che ci sono, potendo scegliere, vorrei che metteste questa versione qui sotto.
Il disco è insieme agli altri di Claire Martin.

Anzi, guardate, mettetele tutte e due.
Tanto io a quel punto avrò tutto il tempo del mondo, giusto?*

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* Ci sono un sacco di canzoni che voglio al mio funerale, quindi credo che finirà con l’essere una cosa lunga, e che darà a qualche idiota l’opportunità per criticare i miei gusti musicali.
Beh, è il mio funerale, che diavolo!