strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Castello d’Acciaio

Il Castello d'acciaioIl volume numero 11 della Fantacollana è Il Castello d’Acciaio, di Lyon Sprague de Camp e Fletcher Pratt, edizione delle storie originali della serie Enchanter, pubblicate in volume unico nel 1950 e poi ampliate nel 1975.
La copertina è di Karel Thole.

La Fantacollana continua con le storie di Unknown ed il catalogo di Sprague de Camp, pubblicando quello che rimane uno dei suoi lavori più famosi – scritto in collaborazione con Fletcher Pratt, storico ed esperto di codici, la cui scomparsa prematura pose fine alla serie.
Le storie originali comparvero negli anni ’40 sulla rivista Unknown, ed appartengono ad un tipo di fantasy razionalizzato del quale De Camp fu un portabandiera.

L’idea di partenza è “fantascientifica” – se con la logica simbolica è possibile descrivere la realtà, e se la realtà è poi solo una nostra percezione, sarebbe possibile determinare altri sistemi simbolici che descrivono altre realtà, percepirle e visitarle.
Per provare, un gruppo di psicologi newyorkesi sviluppa la logica simbolica che sembrerebbe alla base di alcune importanti opere letterarie di ambito fantastico.
E così il giovane – e un po’ tronfio – Harold Shea, desideroso di sperimentare i paradigmi del folklore irlandese, si ritrova invece risucchiato nel mondo delle leggende norrene, fronteggia un Odino particolarmente truce e un Thor un po’ farlocco, e deve trovare un modo per tornare a casa prima del Ragnarok (The Roaring Trumpet).
The_Roaring_TrumpetNegli episodi successivi della serie, le cose non gli andranno meglio – una visita al Faerie Queene (The Mathemathics of Magic) solleva una quantità di complicazioni, che innescheranno anche una visita all’Orlando Furioso (The Castle of Iron).
E a seguire, dopo una abortiva visita al Kubla Kahn di Coleridge, l’applicazione della matematica della magia porterà finalmente i nostri eroi nell’idillio del folklore irlandese – previo passaggio nel molto più brutale Kelevala (The Wall of Serpents, The Green Magician).

La serie risultò estremamente popolare, alla sua uscita – tanto per l’inventiva e l’umorismo, quanto per l’indiscutibile qualità della scrittura –  e ancora una volta ci offre un punto di vista moderno e antiromantico sul fantastico.
Per De Camp & Pratt, i mondi immaginari dei grandi classici e dei grandi cicli mitici sono ingessati, pomposi, ridicoli e pericolosi, zeppi di contraddizioni (dal ruolo di Loki nel pantheon vichingo alla moralità flessibile di dame e cavalieri nel Faerie Queene), popolati di cialtroni e donne di facili costumi, marinati nell’alcool, retti da regole che avviliscono l’individuo e lo cacciano in guai di ogni genere.
Il fantasy diventa allora un gioco intellettuale, uno sberleffo coltissimo ma in ultima analisi affettuoso, una affermazione che in fondo la nostra società fondata su principi scientifici e laici è molto meglio, pur con tutti i suoi difetti.

The_Castle_of_IronÈ emblematico l’episodio della Bestia Poetica, nella seconda storia della serie.
La Bestia Poetica (the Blatant Beast) è una creatura che Spenser inserì nel Faerie Queene, a simboleggiare i Puritani, ma probabilmente basata su un gioco di società praticato alla corte di Elisabetta – una sorta di mosca cieca, nella quale il giocatore designato come Bestia Poetica, se riesce ad afferrare uno dei concorrenti, può liberarlo solo se questi reciti una poesia*.
Nel momento in cui il malcapitato Shea si ritrova imprigionato dalla Bestia, l’unica cosa che gli venga in mente di recitare è La ballata di Eskimo Nell, una poesia goliardica (forse in qualche modo legata a Noel Coward) ben nota ai lettori di Unknown, e di una sconcezza inarrivabile.
La povera Bestia ne esce traumatizzata e in crisi depressiva.

Insomma, è possibile che i fan dello sturm und drang howardiano possano trovare molto da eccepire nella bonhomie con la quale Pratt & De Camp disinnescano ogni afflato epico e nei lazzi coi quali affossano qualsiasi speranza di retorica superoministica.
Eppure si tratta di storie eccellenti, molto divertenti, con una notevole dose di spettacolarità.

Il ciclo di Harold Shea – ed il suo successo di pubblico – fu anche alla base della faida fra De Camp e Ron Hubbard che avrebbe seriamente inciso sulla produzione di De Camp dopo il 1950.
Non è chiaro se fu John Campbell a chiedere a Hubbard di scrivere una storia di Harold Shea, nel 1941, in risposta alla domanda incessante dei fan di nuove storie, o se (più probabilmente) Hubbard riuscì ad estorcere l’incarico nel tentativo di rubare un po’ di lettori al più popolare De Camp.

De Camp & Pratt meditano la loro prossima malefatta.

De Camp & Pratt meditano la loro prossima malefatta.

Sia come sia, The Case of the Friendly Corpse è una storia di Harold Shea scritta da Hubbard e che non ha assolutamente nulla a che vedere con il lavoro di Pratt & De Camp – Hubbard non si prese neppure la briga di leggere le storie già uscite, ed improvvisò un pasticcio abbastanza orribile.
Lyon Sprague de Camp se ne ebbe estremamente a male – l’intera faccenda era avvenuta senza che lui e Pratt ne venissero informati – e Ron Hubbard si rese conto (soprattutto dalla reazione dei lettori inferociti), che fintanto che De Camp restava su Unknown, lui sarebbe sempre stato un autore di seconda fila**.

Pratt & De Camp perpetrarono anche molti altri assalti al fantastico dalle pagine di Unknown – con romanzi come Land of Unreason (che arremba, depreda e cola a picco da Shakespeare al mito di Federico Barbarossa) e con i meravigliosi racconti del Bar di Gavagan, autentico testo fondante del cosiddetto fantasy urbano.
Dal canto suo, Fletcher Pratt è anche autore di due interessanti romanzi fantasy “politici” – il dunsaniano The Well of the Unicorn (da noi uscito in una edizione poverissima,ma certamente uno dei grandi testi del fantasy adulto) e The Blue Star, storia di fantasy e rivoluzione.

mathematichofmagicMolti anni dopo, scomparso ormai Fletcher Pratt, De Camp avrebbe ripreso il ciclo di Harold Shea – sistemando alcune cose lasciate in sospeso, a cominciare dal deragliamento di Hubbard, e portando devastazione in altri mondi immaginari (da Shakespeare – again – a Burroughs).
Queste storie non mi risultano pubblicate nel nostro paese (ma potrei sbagliare).
In un esempio ante-litteram di universo condiviso, De Camp permise ad una lunga lista di autori di giocare con la sua creazione (alla faccia di Hubbard): Roland J. Green, Holly Lisle, Frieda A. Murray, John Maddox Roberts, Lawrence Watt-Evans, Tom Wham, Christopher Stasheff.

Sciocco dettaglio personale ***- questo è il primo libro fantasy che io abbia letto, dopo parecchi anni di dieta esclusivamente fantascientifica. Non dubito che molte delle mie scelte e delle mie opinioni sul genere nascano dall’esserci entrato attraverso una porta tanto idiosincratica.
Leggere qualunque cosa contenga poesie in elfico dopo Castle of Iron, è fonte di indicibile ilarità.
Posseggo orgogliosamente tanto l’edizione Nord che la meravigliosa edizione filologica della NESFA.
E sono dichiaratamente un decampiano.

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* Sì, ci si annoiava a morte, in certe serate, a corte.

** Sarebbe diventata guerra aperta quando Sprague de Camp prese a farsi pubblicamente beffe della Dianetica, giocandosi il favore di Campbell e una fetta notevole del proprio mercato.

*** Yngvi is a louse!


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Jorian di Iraz

jorianIl volume numero 6 della Fantacollana è Jorian di Iraz, di Lyon Sprague de Camp.
Con questo volume, la Fantacollana e la collana Arcano della Nord confluiscono definitivamente – Jorian di Iraz è infatti il secondo volume del ciclo di Novaria, ed è uscito negli USA nel 1971 col titolo di The Clocks of Iraz.
Il primo volume, La Torre di Goblin, ne abbiamo parlato, è uscito in Arcano.
Anche questa volta, la copertina è di Karel Thole.

C’è un sacco di Sprague de Camp, nella Fantacollana e nela Nord, in questi anni – probabilmente una conseguenza della ben nota abilità dell’autore americano nel gestire il proprio catalogo.
Ma anche, certamente, una conseguenza che negli anni ’70 l’autore che oggi i fan di Howard amano odiare era certamente uno dei più prolifici e rispettati autori di letteratura d’immaginazione (una sua definizione) operanti in America. Continua a leggere


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Conan l’Avventuriero

conan l'avventurieroIl quinto volume della Fantacollana Nord è Conan l’Avventuriero, di Robert E. Howard.
Finalmente (è il caso di dirlo) un titolo sul quale l’etichetta di “fantasy” può stare senza scatenare particolari dubbi o discussioni tassonomiche.
Fantacollana 5 è sword & sorcery – ed eccellente sword & sorcery.
È l’aprile del 1974.
Il volume ha una bella copertina di Karel Thole, ed è tradotto da G.L. Staffilano*.

I lettori della Nord hanno già incontrato Conan nella collana Arcano, dove The Hour of the Dragon/Conan the Conqueror è stato pubblicato pochi mesi prima dell’uscita de L’Avventuriero.

Le storie di Conan pubblicate dalla Fantacollana sono quelle della edizione ACE americana, curate da Lyon Sprague De Camp, e integrate dagli apocrifi di De Camp medesimo, di Lin carter e di Bjorn Nyberg.

Facciamo qui una pausa di due minuti perché i fan durissimi e purissimi possano urlare al cielo il loro odio per De Camp, Carter e Nyberg, che hanno dissacrato la creazione dell’eccelso Two Guns Bob Howard.

Fatto?
Bene.
Torniamo alla realtà.

Secondo la leggenda (e chi siamo noi per mettere in dubbio la leggenda?), Prinzhofer e Valla contattarono De Camp per negoziare i diritti delle sole storie scritte da Howard, ma De Camp li convinse che, a parità di spesa, tanto valeva acquistare tutto il pacchetto.
Ma allora, perché partire con Conan l’Avventuriero? Continua a leggere


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L’Anello del Tritone

20308Il secondo volume della Fantacollana Nord è L’Anello del Tritone (The Tritonian Ring) di Lyon Sprague de Camp, originariamente uscito ventidue anni prima, nel 1951.
Ottima copertina di Karel Thole – l’originale aveva una copertina di Frazetta.

L’Anello del Tritone è molto più fantasy de I Gioielli di Aptor, uscito poche settimane prima – si apre con una panoramica di un pantheon alquanto grottesco, e passa ad un dialogo piuttosto acceso fra divinità, per poi spostarsi a Lorsk, principale nazione del continente di Pusad, che sta lentamente colando a picco…

Ma anche così, il romanzo è parecchio distante da ciò che oggi un fan del fantasy accetterebbe a cuor leggero come esempio del proprio genere d’elezione.
Oh, ci sono parecchi elementi tipici.
Non ci sono elfi, draghi e Oscuri Signori, è vero, ma c’è la magia, ci sono strane bestie e strane razze, c’è un mondo diverso dal nostro.
Beh, relativamente diverso dal nostro…

Lyon Sprague de Camp – lo abbiamo detto e lo ripeteremo – è un ingegnere, e un materialista empirico.
Questo – oltre al suo amore per i classici e per la letteratura d’immaginazione – informa il “Ciclo Pusadiano” al quale appartiene L’Anello del Tritone.
Pusad (o Poseidonis che dir si voglia) è un continente in via di progressivo sprofondamento, e possiede una geografia basata sull’autentica mappa del mondo in epoca glaciale, e molte delle sue caratteristiche sono affini a quelle di Atlantide.
È a Pusad, ci farà sapere l’autore (non senza una strizzata d’occhio) che Platone pensava quando descrisse il suo continente perduto*.

Tritonian_ringLe divinità del prologo battibeccano per via di una profezia che ne preventiva la decadenza e la scomparsa, in seguito alle azioni future del principe Vakar di Lorsk.
Quali azioni?
Nessuna divinità ne ha la più pallida idea.
Si vota allora il progetto preventivo di eliminare Vakar, e risolvere il problema all’origine.
Inutile dire che proprio il piano per sopprimere Vakar metterà in moto gli eventi che porteranno la profezia a compiersi.
Al centro dell’azione, l’Anello del Tritone, misterioso artefatto che gli dei temono, e del quale Vakar spera di avvalersi per uscirne vivo.

Ma non mancano una congiura di palazzo, i pirati, una donna con la coda di cavallo, le amazzoni e un ampio bestiario preso di peso dalla mitologia classica e dai racconti di viaggiatori medievali e rinascimentali.
E un granchio gigante.
Perché tutto viene meglio, con un granchio gigante.

Estimatore di Howard, Lyon Sprague De Camp è infinitamente più fiducioso nei valori della civiltà, rispetto a Two-Guns Bob, e infligge un bonario ridimensionamento di molti elementi tradizionali del fantasy howardiano.
Vakar è moderatamente eroico, ma forse più interessato a spassarsela e a salvare la ghirba che non a maneggiare spade e altri aggeggi affilati.
E le donne sono forse altrettanto fascinose, ma molto meno algide – De Camp ha un atteggiamento più sano e maturo di Howard rispetto alla sessualità, e apprezza un po’ di sana scollacciatura (pur restando ampiamente entro i limiti della decenza).
Il dialogo è divertente e lieve, e specie quando sono gli dei a parlare, ha un tono anacronistico che aggiunge un livello di ridicolo al già notevole carico di ridicolo che il fieramente ateo De camp riserva ai suoi dei – non dissimile in questo da ciò che negli stessi anni sta facendo Fritz Leiber (oh, se ne parleremo!) o quanto abbia fatto in tempi più recenti Terry Pratchett.
Gli dei sono sciocchi, non esageratamente onnipotenti, persi in diatribe fasulle e in sciocchi atteggiamenti… beh, divini.
Non mancano divinità pluritentacolate “che erano antiche quando ancora gli altri dei erano fanciulli”, e divinità di ovvia origine preistorico-cavernicola (fronte bassa, mascella massiccia, abbondante peluria e vaghi tratti ursinidi).

L’Anello del Tritone, insomma, è fantasy, ma fantasy scritto da un autore di fantascienza, che ragiona e immagina secondo i parametri della fantascienza, e non può fare a meno di dimostrare una certa elegante superiorità verso il genere e i suoi cliché.
E si legge con un certo piacere.
La miscela di invenzione, dato storico, elementi mitologici tradizionali e classici e modernità piacque a molti, all’uscita del romanzo, e meno ad altri.
È ragionevole ipotizzare che – divertimento a parte (e il romanzo è oggettivamente divertente) – De Camp stia continuando col suo uso ideologico del fantasy, sfruttandone modi e strutture per portare avanti un discorso razionalista e scientifico.
Sarà dopotutto qualcosa di diverso dalla magia, a compiere la profezia e ad annunciare il tramonto delle divinità.

Il ciclo pusadiano prosegue con tre storie, “The Stronger Spell”, “The Owl and the Ape”, and “The Eye of Tandyla” – che sarebbe bello avere nello stesso volume.
La Nord non le pubblicò mai.

tritonianSciocco dettaglio autobiografico – lessi il romanzo in inglese, in una edizione New English Library che aveva una copertina che riuscii a capire solo dopo aver superato la metà del romanzo.
Fu uno dei primi romanzi che affrontai in inglese – conoscevo De Camp (per via del volume 11 della Fantacollana – ne parleremo) e cercavo attivamente lavori suoi.
Lyon Sprague De Camp, colto, ironico, sottile, scrive in un bell’inglese chiaro e diretto, ed è una eccellente lettura per chi, con l’inglese, non è ancora al meglio.
La mia copia in italiano arriva da una bancarella, ed è un cimelio al quale sono decisamente affezionato.

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* Non dimentichiamoci che De Camp pubblicò l’eccellente Lost Continents, proprio sul mito di Atlantide nella storia e nella letteratura (da noi lo pubblicò Fanucci, e vale ogni centesimo speso per procurarselo).


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Conan il Conquistatore

Questo post è propedeutico all’imminente avvio della serie sulla Fantacollana della Nord.
Nel 1971, la Nord lanciò una collana chiamata Arcano, nella quale avrebbero dovuto confluire – per lo meno a giudicare dai titoli pubblicati – opere non strettamente fantascientifiche, ma orientate piuttosto al fantasy (che all’epoca veniva definita fantascienza eroica*) o all’orrore.
Da cui il sottotitolo: Magia – Fantasia – Orrore.
La collana non ebbe una eccessiva fortuna, e confluì nella successiva Fantacollana.

Quello che segue è uno di due post indispensabili, poiché fra tutti i volumi della Arcano, due sono direttamente connessi con dei volumi della Fantacollana dei quali parleremo nelle prossime settimane.
Per cui, vediamo il numero cinque.

Conanilconquistatore1Il numero cinque della collana Arcano Nord è, naturalmente, Conan il Conquistatore.
L’unico romanzo di Conan scritto da Robert Howard, e qui presentato nella versione “corretta” da Lyon Sprague de Camp – che cura anche una polposa introduzione.

Il romanzo ci presenta un Conan ormai quarantacinquenne e “sistemato”, avendo usurpato il trono di Aquilonia.
Ma il tradimento è prossimo – e gli avversari politici del cimmero non esitano a far ricorso alla necromanzia, richiamando ai vivi il defunto Xaltotun, stregone nerissimo dell’antico e corrotto impero di Acheron.
Spogliato del titolo e incarcerato, Conan riuscirà a fuggire, e si metterà sulle tracce del Cuore di Arhiman, l’unica arma che gli permetterà di affrontare e sconfiggere i suoi nemici.

406px-Weird_Tales_1935-12_-_The_Hour_of_the_DragonScritto riciclando idee e situazioni da una decina di storie precedenti, The Hour of the Dragon – questo il titolo originale – rappresenta il tentativo (fallito) di Bob Howard di aprirsi al mercato anglosassone.
Il manoscritto venne infatti preparato nel 1934 per l’editore inglese Dennis Archer, che tuttavia andò fallito prima di poterlo pubblicare**.
Howard lo riciclò a puntate su Weird Tales.

Secondo alcuni, The Hour of the Dragon non è il lavoro migliore di Howard – che si trovava palesemente più a proprio agio con la forma breve o intermedia – e le critiche si appuntano solitamente sulla struttura troppo episodica, sulla natura quasi di tour tutto-compreso dell’Era Hyboriana… se oggi è giovedì questa dev’essere la Stygia.
Certo, il romanzo gode del dubbio primato di presentare la protagonista femminile più sciapa dell’intero canone hyboriano: quella schiava Zenobia che libera Conan dalla sua prigione, e che il cimmero promette di sposare.

Il fatto che poi, negli apocrifi scritti da Carter e De Camp, la sposi davvero è certamente il peggior crimine perpetrato dai due scrittori ai danni di Conan.

Eppure si tratta di una lettura divertente, e se non è il vertice dell’opera di Howard, è comunque un lavoro solido; certo offre una buona panoramica dei punti di forza dello scrittore texano, impegnato a dare il meglio per impressionare il potenziale cliente britannico, garantisce un buon tour del mondo hyboriano, e ci presenta Conan in un momento piuttosto interessante della sua carriera – nel ruolo di re oppresso dalla propria corona, e fin troppo felice di tornare alle avventure ed alla libertà della gioventù.

Per il resto, le modifiche editoriali apportate da De Camp – a parte il cambio di titolo in Conan the Conqueror – non sono, nonostante ciò che sostengono i puristi, nulla che meriti la fucilazione alla schiena. Come sua abitudine, De Camp rimuove il linguaggio politicamente scorretto di Howard, adattando il testo alle sensibilità di un pubblico generalista, e inserisce forse un paio di paragrafi pedanti.

È interessante notare come la pubblicazione della Nord sembri voler seguire l’ordine delle uscite Gnome – che avviarono la pubblicazione delle storie di Howard, nel 1950, proprio con Conan the Conqueror.
Il volume successivo delle avventure di Conan uscirà nella Fantacollana, anche qui col numero cinque.
Ma ne parleremo fra qualche settimana.

HowardBerkleyHour-1Sciocco dettaglio autobiografico – non posseggo una copia di Conan il Conquistatore nella collana Arcano.
Il romanzo di Howard è stato ristampato con una tale frequenza, d’altra parte, che reperirne una versione non è così difficile.
dal canto mio, lessi The Hour of the Dragon nell’edizione Berkley curata da Karl Edward Wagner, e basata direttamente su copie di Weird Tales. Senza, cioè, gli interventi editoriali di De Camp.
Rimane un testo indispensabile.
A metà anni ’90, riuscii poi a procurarmi una copia dell’edizione di Donald M. Grant, che riposa su uno scaffale blindato, troppo inestimabile per essere contemplata da occhi mortali.

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* ma ne riparleremo

** la legenda di alcune decine di copie stampate e mai rilegate è stata per un certo periodo una sorta di Sacro Graal dei collezionisti howardiani, così come l’ipotesi di un capitolo mancante dall’edizione Weird Tales e presente nel manoscritto spedito ad Archer.


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La Torre di Goblin

Questo post è propedeutico all’imminente avvio della serie sulla Fantacollana della Nord.
Nel 1971, la Nord lanciò una collana chiamata Arcano, nella quale avrebbero dovuto confluire – per lo meno a giudicare dai titoli pubblicati – opere non strettamente fantascientifiche, ma orientate piuttosto al fantasy o all’orrore.
Da cui il sottotitolo: Magia – Fantasia – Orrore.
La collana non ebbe una eccessiva fortuna, e confluì nella successiva Fantacollana.

Quello che segue è il primo di due post indispensabili, poiché fra tutti i volumi della Arcano, due sono direttamente connessi con dei volumi della Fantacollana dei quali parleremo nelle prossime settimane.
Per cui, vediamo il numero uno della collana.

goblinIl numero uno della collana Arcano della nord è La Torre di Goblin, romanzo del 1968 di Lyon Sprague de Camp, primo della serie detta del Re Riluttante.

Il romanzo segue le peripezie del riluttante re Jorian, in effetti un ingegnere ed orologiaio, che per un caso fortuito si è trovato ad essere re di Xylar.
Ma la tradizione vuole che la carriera del re di Xylar sia “a termine” – e si concluda sul ceppo del boia.
da qui una certa ansia del nostro eroe di abbandonare il titolo, il trono, ed il paese, prima che la sua posizione si faccia troppo compromettente.
Non che oltre i confini le cose vadano meglio, giacché tutte le nazioni del continente paiono essere in preda ad una eccentricità politica e sociale che scivola nel grottesco.
E nel maledettamente pericoloso.

goblinGoblin Tower è un classico esempio di fantasy decampiano – un fantasy ben poco rispettoso dell’afflato epico o dell’angst eroico.
Lyon Sprague de Camp, che come il suo protagonista è un ingegnere ed un materialista, ha poca pazienza per miracoli e maraviglie, e popola il proprio universo di stregoni cialtroni, eroi sfuggenti e cacciaballe, principesse dalla virtù quantomai trattabile e una quantità di elementi che sembrano voler lavorare attivamente contro il sense of wonder e l’atmosfera “magica”.
Eppure la storia funziona.
Nel ciclo del Re Riluttante, Sprague de Camp si sbizzarrisce poi nell’inventare strutture politiche e forme di governo che appaiono sulla carta assolutamente bislacche – la dittatura del Gran Bastardo, il regime dell’Usurpatore Ereditario – ma sono di fatto applicazioni molto fedeli di realtà politiche apparteneti alla nostra storia, solo con un nome più divertente e oggettivamente descrittivo.

In questo senso, il fantasy di De Camp è un fantasy “ludico”, che gioca con le idee di base della storia, estendendole fino alle loro estreme conseguenze secondo una logica ferrea.
Non diverso, a ben guardare, da ciò che, molti anni dopo, farà un autore come Terry Pratchett – forte di un background condiviso coi lettori che è infinitamente più vasto di quello sul quale De Camp fonda i propri giochi intellettuali.

Ma potrebbe anche esserci un altro fattore, da considerare – il fantasy di De Camp, al di là della componente ludica, è anche un fantasy “ideologico”, che usa il fantastico per portare avanti una visione razionalista.
In fondo, i maghi cialtroni, le strane bestie ridicole e la vuota pompa dei regni pseudo-medievali di De Camp permettono all’autore di perorare, in maniera molto divertente, la causa della ragione, dell’empirismo, del materialismo scientifico.
E non è poco.

Uscito in italia nel 1971, a soli tre anni dall’uscita in America, la Torre di Goblin rappresenta una scelta piuttosto insolita, da parte di un editore che voglia presentare il genere fantasy ad un pubblico che non ne abbia ancora metabolizzati gli elementi chiave.
De Camp contraddice molti dei precetti basilari di Morris e Dunsany, rifiuta l’arcaismo romantico, è cinico e disincantato, usa un linguaggio anacronisticamente moderno.
Ed è, a ben guardare, molto molto divertente.

Restano due volumi, nel ciclo del Re Riluttante, che vedranno la pubblicazione nella Fantacollana.
Avremo tempo di parlarne.

Il volume della Arcano contiene una bella introduzione di Riccardo Valla, che cerca di inquadrare il genere della fantascienza eroica per un pubblico piuttosto a digiuno.

Sciocco Dettaglio Autobiografico – lessi Goblin Tower nell’edizione originale pubblicata dalla Grafton negli anni ’80, in un periodo in cui i volumi “storici” della Fantacollana e della Arcano latitavano dagli scaffali, e scucivano prezzi stravaganti da parte dei collezionisti.
Oggi le cose non sono esageratamente cambiate.


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Nove Maestri, una Top Five (beh, ok…)

L’idea per questo post la rubo all’amico Alex Girola, che ha postato una sua lista di maestri su Plutonia Experiment.

È innegabile che per imparare a scrivere (anche un semplice tema sulle vacanze estive) è imortante leggere.
Come già osservato in passato, se leggere autori pessimi può essere uno stimolo a dimostrare di poter far meglio, è vero che leggere autori in gamba è una spinta amigliorare – oltre ad essere un campionario di opzioni, di strutture, di idee, di vocaboli.

Da tutti si impara qualcosa.
Ma alcuni restano più profondamente impressi, alcuni incidono di più.
Alcuni hannos critto libri che potremmo immaginare come manuali in un corso sulla scrittura attraverso la scrittura.

Quindi, non in un ordine particolare, una lista di autori con i quali sono in debito.
Se mai ho scritto qualcosa di buono, il merito è loro.

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L’Ombra di Tranicos

Ho riletto The Treasure of Tranicos, la notte scorsa.
La vecchia edizione ACE del 1980, con la costola irrigidita e le pagine ingiallite, che per me è quasi il sinonimo di fantasy.
L’ho riletta per due motivi – in preparazione per un futuro post su Il Futuro è Tornato, e perché mi è capitato di venire nuovamente assaltato da uno di quelli che sputano sulla tomba di Lyon Sprague De Camp.

Cominciamo da qui.
La storiella fa più o meno così – Robert E. Howard scriveva da dio, Conan è il vertice della narrativa fantastica; poi venne Lyon Sprague De Camp, a fare scempio del capolavoro, censurando la maschia prosa del texano, aggiungendo ridicoli dettagli su selle e staffe, e producendo una valanga di pastiches, spesso in combutta con Lin Carter.
E quindi quelli fighi sputano sulla tomba di De camp.
E anche quella di Carter, per far buon peso.

Ecco, io credo che sia una valanga di scemenze. Continua a leggere