strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Prigionieri

Selezione_003Mi hanno regalato un libro.
Nulla di personale – si tratta di una di quelle cose per cui ti iscrivi alla mailing list di un editore, e quello ti regala uno dei suoi libri in formato digitale.
Niente di che.

Il libro è invero un libricino, di qualcosa come quaranta pagine, si intitola Be Free Where You Are, ed è la trascrizione di una lezione tenuta dal monaco e maestro zen, Thich Nhat Hanh, nell’Istituto Correzionale di Hagerstown, in Maryland.
Sì, sitratta di una lezione sulla libertà tenuta davanti ad una platea di carcerati.

Ora, mi interesso di zen da decenni e ho sempre letto con un certo piacere i testi di Thich Nhat Hanh, ma ad incuriosirmi, inq uesto caso, è stato l’argomento, e il luogo.
Ci vuole un certo coraggio, una certa facciatosta, per andare a parlare di libertà in una prigione.E d’altra parte, in quale altro luogo il discorso troverebbe ascoltatori altrettanto attenti – e altrettanto bisognosi di scoprire come trovare la libertà indipendentemente da dove ci si trova?

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La voce nella testa di Grainger

51nAbmxnz5L._SX373_BO1,204,203,200_Grainger non ha un nome – è solo Grainger.
Ha pilotato navi spaziali per tutta la vita, in una galassia popolata da una umanità che in mille e cinquecento anni di era spaziale è cambiata molto poco rispetto a come noi la conosciamo.
Poi, due anni fa, la sua nave si è schiantata su Lapthorn’s Grave – un pianeta disabitato al margine dell’Halcyon Drift, un mondo che deve il suo nome a Lapthorn, il socio di Grainger, che ci ha lasciato la pelle nello schianto.
Tratto in salvo dopo due lunghi anni di isolamento e solitudine, Grainger è senza un quattrino, con un debito colossale e una voce che gli parla nella testa. Forse è un parassita alieno – lui dice di esserlo. Forse è semplicemente Grainger che è sciroccato dopo gli anni passati da solo su un mondo morto.
In una galassia nella quale la crisi economica è una realtà, su una Terra periferica, Grainger deve trovare un modo per sbarcare il lunario.
E c’è proprio il lavoro che fa per lui – pilotare la Hooded Swan, dritto nel cuore dell’Halcyon Drift, in cerca di una nave perduta da ottant’anni.
Nessuno di coloro che l’hanno cercata è mai tornato. Continua a leggere


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Come faccio a farmi prendere sul serio?

crop380w_istock_000003015755xsmall-mathNell’ambito accademico si parla spesso di “Invidia della Matematica” – quella condizione particolare, quella specie di insicurezza che hanno talune materie nei confronti della matematica.
Perché i matematici hanno le equazioni, hanno le dimostrazioni, hanno i teoremi.
È tutto nero su bianco, ci sono dele regole, si ottengono dei risultati che sono numeri. Hard numbers, come si suol dire.
Ma un biologo?
Cos’ha un biologo, di hard?
Ricordo ancora il professor Alvarez, fisico, che definì la paleontologia “Collezionare francobolli”1.

Il che naturalmente è un’idiozia, o se preferite una ultra-semplificazione – ma l’invidia della matematica esiste.
Se non si hanno dei numeri, in ambito scientifico, è difficilissimo essere presi sul serio.
E a me sta bene – dopotutto io sono uno che si occupa di analisi statistiche di dati ambientali, che per gran parte delle scienze naturali rappresentano l’unico modo per avere dei numeri da mostrare – e numeri ben poco hard, ma accontentiamoci.

Un fenomeno affine, io credo, è presente nella narrativa – e potremmo chiamarlo “Invidia del Realismo”.
Si riassume facilmente nella frase che fa da titolo a questo post, e che per i distratti ripetiamo qui di seguito:

Come faccio a farmi prendere sul serio?

Credo che sia la più diffusa e pressante domanda inespressa di chi scrive narrativa d’immaginazione.
E soprattutto di chi legge narrativa d’immaginazione.
Voi non credete? Continua a leggere


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Una lista di lettura

A sorpresa, un post del piano bar del fantastico, senza immagini, ma con un sacco di link.

Procediamo con ordine – sono stato intervistato.
Da Valentina Marchetti, per DazebaoNews.
La mia intervista la trovate qui, insieme con una mia foto.
Non credete a quell’immagine – è stata photoshoppata ad arte.
Io in realtà sono snello e bellissimo.

Riguardo ai contenuti dell’intervista, tuttavia, una delle mie risposte ha già stimolato la curiosità dei fan, ed il giovane Angelo, da Londa, mi scrive e mi dice…

Davide ora pretendo di sapere qual è il miglior libro di Fritz Leiber, il migliore di Henry Kuttner, di Lyon Sprague De Camp, di Michael Moorcock, di M. John Harrison, di Jack Vance e di Gene Wolfe.

E chi sono io per negarmi la possibilità di pubblicare una bella reading-list, e far scucire un sacco di soldi al mio amico Angelo?

E allora, proprio solo una lista di titoli con brevi commenti, per elencare queli che secondo me sono i titoli consigliati di… Continua a leggere


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Il Mago di Earthsea

file0497Il volume numero ventisette della Fantacollana è Il Mago di Earthsea, ovvero A Wizard of Earthsea, primo volume della trilogia (successivamente tetralogia) di Earthsea, di Ursula K. LeGuin, uscito in America nel 1968.

Il romanzo è a tutti gli effetti quello che oggi chiameremmo un Young Adult – un testo orientato ad un pubblico giovanile, e incentrato sulle esperienze di un giovane avviato alla professione/missione di mago, con tanto di scuola di magia, prove iniziatiche, quest.
Ma non è Harry Potter.
Ursula K. Le guin non è una semplice autrice di intrattenimento per ragazzini – ed il suo romanzo mostra chiaramente la preparazione antropologica e folklorica dell’autrice, che non esita a includere nell’opera materiale derivato dallo studio condotto dai suoi genitori (gli antropologi Alfred e Theodora Kroeber) con uno sciamano di una tribù nativa californiana.
E non mancano i riferimenti al pensiero narrativo di Joseph Campbell – la cerca mistica, il viaggio, il confronto con l’ombra.
E forse l’attenzione per certi dettagli – i legami sociali, i procedimenti rituali, i significati magici dei nomi – è ciò che porterà, molti anni dopo, M. John Harrison a liquidare la LeGuin come autrice “di vincoli tribali, non di narrativa”.

a-wizard-of-earthseaIl giudizio tranciante di Harrison non è completamente giusto – il romanzo, per tutta la sua ricca materia antropologica, scorre, si lascia leggere, e prepara la strada ai volumi successivi.
Nel narrare le avventure di Ged, la LeGuin crea un mondo, definendone la natura ed i rituali, sì, ma anche la società e la storia.

La comparsa del primo Earthsea nella Fantacollana segnala che un nuovo carico di roba buona sta per arrivare sugli scaffali degli appassionati – dopo un periodo di stanca segnato da troppo Conan e poco altro.

Sciocco dettaglio personale – non mi piacque per niente, probabilmente perché ero troppo vecchio quando lo lessi; e sarei tentato di rileggerlo per vedere che effetto mi farebbe, ma non ne trovo la motivazione.


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Nove Maestri, una Top Five (beh, ok…)

L’idea per questo post la rubo all’amico Alex Girola, che ha postato una sua lista di maestri su Plutonia Experiment.

È innegabile che per imparare a scrivere (anche un semplice tema sulle vacanze estive) è imortante leggere.
Come già osservato in passato, se leggere autori pessimi può essere uno stimolo a dimostrare di poter far meglio, è vero che leggere autori in gamba è una spinta amigliorare – oltre ad essere un campionario di opzioni, di strutture, di idee, di vocaboli.

Da tutti si impara qualcosa.
Ma alcuni restano più profondamente impressi, alcuni incidono di più.
Alcuni hannos critto libri che potremmo immaginare come manuali in un corso sulla scrittura attraverso la scrittura.

Quindi, non in un ordine particolare, una lista di autori con i quali sono in debito.
Se mai ho scritto qualcosa di buono, il merito è loro.

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Sei Giorni per Salvare il Mondo – il manuale

Ciò che potete scaricare da qui è un agile volumetto estremamente stringato, intitolato Sei Giorni per Salvare il Mondo.

Si tratta di una sorta di manuale di scrittura pulp, e contiene tre articoli e due notarelle.

Gli articoli sono

. “Come Scrivo”, di Norvell Page, che avete già visto in tre puntate su questo blog.

. “La Formula Definitiva”, ovvero il famoso Lester Dent Master Plot, o come scrivere un racconto di 6000 parole secondo la formula del più famoso autore di pulp di tutti i tempi.

. “Sei Giorni per Salvare il Mondo”, un estratto della lunga intervista di Colin Greenland a Michael Moorcock che venne pubblicata come Death is No Obstacle; in queste pagine Moorcock spiega come scrisse Stormbringer in tre giorni.

Al mix si aggiungono una pagina di M. John Harrison sull’ispirazione, e la famigerata nota su correzioni e revisioni di Ian Fleming.

Trenta pagine ed una brutta copertina, che per la loro natura di cotto-e-mangiato, sono presentate qui come .pdf
Non me ne vogliano gli estimatori dell’epub.

Lo scarico è naturalmente gratuito.


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Cose che non succedono

La narrativa di M. John Harrison non è esattamente user-friendly.
Il suo ciclo di Viriconium latita da sempre sui nostri scaffali – Urania pubblicò The Pastel City, del 1971, con un titolo assurdo, un milione di anni or sono, e l’edizione definitiva uscita pochi anni or sono rimane appannaggio di chi i libri se li vuole leggere in originale.
Poi due o tre racconti, e all’improvviso Light, ancora per i tipi di Urania, nel 2006.
Negli oltre trent’anni trascorsi fra quei due romanzi, apparentemente, il nulla.
Niente The Committed Men, niente Centauri Device
Se questo non è maltrattare un autore, maltrattare il suo pubblico…

Harrison ha una prosa densa, controllata al millimetro.
Le sue storie mescolano liberamente il fantastico più assoluto con il quotidiano più squallido e triste.
Alla dettagliata, precisa descrizione del qualunque si affiancano poderosi affreschi dell’incredibile.
È da questa contrapposizione che scaturisce normalmente la tensione della narrazione – il cui scopo è sollevare domande, non fornire risposte.

Poco tradotto all’estero, Harrison è rimasto per quasi tre decadi un fenomeno strettamente britannico.
Il pubblico americano ebbe pochi anni or son l’occasione per sperimentare Harrison nella sua forma più concentrata e potente – con la pubblicazione nel 2003 di una massiccia collezione di storie, intitolata Things That Never Happen.
Storie pubblicate fra il 1975 ed il 2000, inclassificabili e incentrate quasi tutte su fenomeni inspiegati e inspiegabili, popolate di protagonisti marginali, chiusi in relazioni non richieste e incomprensibili.
La narrativa breve di Harrison è stata paragonata ad autori disparati quali Philip Dick e Thomas Ligotti.
Paragoni imprecisi e fuorvianti, ma significativi.
Sono storie scritte benissimo, e non invidio un ipotetico traduttore obbligato per contratto ad affrontare lavori come questi.
Se la maggior parte dei lettori del fantastico frequenta il genere per sfuggire alla realtà, M. John Harrison scrive per coloro che leggono fantastico per il piacere di tornare alla realtà, dopo.
Non sono molti.

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