strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Cassetta degli arnesi per editori indipendenti

Dimentichiamoci per un attimo della diatriba – che comunque è roba dell’anno passato, giusto? – sugli autori autoprodotti e sull’editoria indipendente quale nuova piaga biblica che affosserà il poco che rimane della nostra cultura o, in alternativa, l’unico faro splendente di originalità e qualità in un panorama popolato di editori/spacciatori di ciarpame.

cover24668-mediumDimentichiamoci di tutto questo e consideriamo che esitono delle associazioni professionali anche per quelli che non pubblicano con le majors.
Anche per gli editori indipendenti.
La Independent Book Publishers Association è una di queste, fondata trent’anni or sono per aiutare gli editori indipendenti d’America ad affrontare le complessità del mercato.
E la IBPA pubblica ora il primo volume di una cosa intitolata The Book Publisher’s Toolkit.
Sottotitolato 10 Practical Pointers for Independent and Self Publishers, si trattaa di un agile manualetto, che contiene alcuni articoli estremamente importanti.
Nell’ordine, ci vengono proposti…
. come usare a proprio vantaggio concorsi e premi
. come usare twitter per la promozione
. la differenza fra un successo istantaneo e un prodotto di nicchia con una lunga vita sullo scaffale
. una lunga disamina sui diritti d’autore, e le diverse tipologie di contratto
. le osservazioni di una bibliotecaria su come biblioteche, autori ed editori possono reciprocamente aiutarsi
. come fare un brand audit per determinare se il nostro marchio sia solido
. come pianificare l’uscita del primo libro
. autori e social network
. come creare un network di contatti costruttivi
. come convertire il manoscritto in ebook senza fare sciocchezze

È incredibile la quantità di buone idee che si possono concentrare in un libbricino che si legge in due ore, e che poi si tiene a portata di mano per futuro riferimento.

Il volume è uscito a novembre, e si vende per circa 2 euro.
È una lettura interessante, soprattutto per chi abbia mosso qualche passo impacciato nell’autoproduzione, e sia stanco di sentirsi tacciare di bassa qualità e insensataggini varie.
È chiaro, diretto, e molto sintetico.
Ed è zeppo di ottime idee.
Credo che a un paio dei lettori abituali di questo blog non potrà che interessare.

Ed attendo con una certa curiosità il secondo volume della serie.


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Ritorno alla musica

Acquistai il mio flauto traverso nel 1990.
Ero vecchio, per cominciare con uno strumento – per lo meno secondo l’opinione diffusa – ed avevo alle spalle una pessima esperienza musicale grazie ad un paio di insegnanti di musica semplicemnete incapaci incontrate alle scuole medie.
Non sapevo leggere la musica – se non a livello molto canino, da analfabeta.
L’unico strumento accessibile era la chitarra – il sistema era semplice: si entrava nei boy scout, eloro ti insegnavano a suonare la chitarra.
A me non piacevano i boy scout.

Il flauto aveva diverse attrattive.
Era portatile, molto più portatile di una chitarra.
Era esteticamente soddisfacente – il flauto di Boehm aveva tasti, meccaniche, un corpo di metallo argentato. È estremamente steampunk, come strumento, molto ottocento-hi-tech.
Era flessibile – ci si poteva suonare qualsiasi cosa, come sapevo avendo ascoltato per anni Nancy Hodder (rinascimentale), James Galway (classico), Herbie Mann (jazz) e Ian Anderson (rock).
E c’era un flauto usato, nella vetrina di un negozio di musica vicino a casa.
Una ragazza, mi spiegò il commesso del negozio, l’aveva comperato, e dopo una settimana l’aveva reso in cambio di una tastiera elettronica.
Lo portai a casa in cambio di sei mesi di risparmi, per quello che era, comunque, un prezzo stracciato.

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Nuovo progetto, nuovo formato, nuova sfida

L’idea era lì che covava da anni.
Anni.
Il fatto è che, l’ho già detto in passato, io mi sono stancato di partecipare a convegni, conferenze, congressi e lezioni, e subire inammissibili pipponi soporiferi da parte di professionisti certo preparatissimi, ma che credono che conoscere l’argomento di cui parlare – ed avere le slide su PowerPoint – sia sufficiente per fare una buona presentazione.

La famosa Morte da PowerPoint è ancora una delle principali cause di traumi fisici e mentali nei partecipanti a corsi, conferenze, congressi.
Ma non è solo PowerPoint – o software equivalenti – ad essere un problema.
Il problema è che la scuola, l’università, non ci insegna a comunicare in maniera efficiente e non traumatica.
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Archeologi della Domenica

Sto leggendo un interessante libriccino intitolato The Amateur Archaeologist.
Si tratta di un manuale, pubblicato nel ’92, per dare una formazione minima agli appassionati di archeologia in modo che sappiano cosa fanno quando vanno in giro avanti e indietro per il paesaggio alla ricerca di reperti archeologici.
Un buon testo, che copre le basi in maniera chiara, zeppo di foto, disegni, mappe, esempi, indirizzi (ormai non più) utili.
Non è il primo libro di questo genere che mi capita fra le mani – l’altrettanto ottimo Archaeology is Rubbish, pubblicato da Channel 4, è una versione più riccamente illustrata e costosa, e recente, dello stesso principio.

Ci sono due cose che mi colpiscono, apartire dalla lettura di questo volume.
Si tratta di due fatti collegati.

Il primo è la biografia dell’autore del libro che sto leggendo.
Stephen Wass è un archeologo dilettante.
Nel senso che non credo abbia una laurea in archeologia.
Però ha cominciato ad occuparsi di archeologia a scuola, nel 1967, e da adolescente partecipava agli scavi archeologici nei dintorni del suo paesello, venendo regolarmente pagato, e costruendosi una esperienza che a 16 anni gli garantì il primo incarico come supervisore allo scavo.
Insomma, in termini puramente cinematografici, Stephen Wass è Sallah.

Trovo questa cosa assolutamente meravigliosa.
Diventare archeologo cominciando da ragazzino, scavando nei prati…
Cosa mi offriva la scuola, quando avevo 14-15 anni?
Di giocare a pallone.
O di starmene a casa a leggere*.

La seconda cosa curiosa di questo libro – e di molti altri in effetti – è questa impressione che si ricava, che basti farsi una passeggiata per la campagna britannica per inciampare in resti di interesse archeologico – che poi sia archeologia romana, pre-romana, medioevale o industriale, poco importa.
Ce n’è ovunque.

E allora mi domando… la campagna britannica?
E noi, che dovremmo essere la nazione col più vasto patrimonio culturale e archeologico al mondo?
Com’è che se vado a fare quattro passi per la campagna dell’Astigianistan trovo un sacco, ma proprio un sacco, di capannoni, ma archeologia maledettamente poca, salvo qualche chiesa romanica rabberciata col calcestruzzo?
Come è possibile che nel 1992 ci fosero 177 società amatariali dedicate all’archeologia in Gran Bretagna, con un totale di oltre 40.000 iscritti?
E da noi?
Da noi dove in teoria basta rivoltare un sasso per trovarci l’arte, dove sono tutti?

Certo, ricordo ancora molto bene lo scavo delle sepolture longobarde che erano state rinvenute nel cortile di Palazzo Carignano, a Torino, durante dei lavori di ristrutturazione, nel ’90.
Ricordo bene l’archeologa – o futura archeologa – che mi inseguì urlando e sventolando una cazzuola dopo che mi ero introdotto nel cantiere (il cancello era aperto) con una Nikon ed un teleobiettivo.
Il mio piccolo momento-Peter-Parker.
Capita di rado, di essere inseguiti da una bella donna, certe cose restano impresse**.

Ma ve lo vedete, un quindicenne che in una situazione del genere si presenta e dice che l’archeologia gli piace, e vorrebbe partecipare?

Da tempo mi piacerebbe mettere insieme un volumetto per dare una impostazione scientifica e dignitosa ai raccoglioni – quei paleontofili che si sbattono come dei dannati a caccia di fossili, e troppo spesso fanno più danno di una sequenza di catastrofi naturali.
Sarebbe bello, mi dico, trasformarli da piaga biblica in risorsa per la scienza.
Ma ormai il problema non si pone più – raccattare qualsiasi cosa da sottoterra, manufatto o fossile che sia, è ormai un reato perseguibile penalmente, e quindi ai ragazzini, quali che siano i loro interessi e le loro aspirazioni, rimane ancora solo e sempre il pallone.

Ma quand’è che la nostra cultura ha deciso di arrendersi in maniera così totale ed assoluta al pensiero unico?
—————————–
* Sì, è vero, c’erano i boy scout, con la loro aura di militarismo, l’etilismo rampante, i soprusi, le gravidanze indesiderate e il piacere di camminare per chilometri sotto al sole per poi dormire per terra.
Eh, e poi mi lamento, eh?

** Mia cara, non riuscisti mai a raggiungermi perché io non fuggii fuori, ma dentro – perché all’ultimo piano c’erano le aule di Geologia.
Da quelle finestre continuai a fare fotografie, ma i negativi sono perduti da tempo.


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Infestatissimi

Si è detto, scrivere storie di spettri che abbiano un taglio fantascientifico.
Facile a dirsi.
Tocca documentarsi.

E se la rete è prodiga di materiali, come diceva la più bella donna che io abbia mai conosciuto, da un libro si può imparare qualsiasi cosa.
È per questo che, tramite i buoni auspici di Amazon.uk, mi procuro una copia usatissima di Ghost Hunters, manuale per cacciatori di spettri pubblicato da Hodder & Straughton, e compilato da Yvette Fielding e Ciaran O’Keefee, i conduttori della trasmissione Most Haunted.

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