strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Buttiamola in politica

Post assolutamente egocentrico ed autopromozionale, ma con una vaga tematica ambientale (per cui, ci mettiamo la signora in verde come è ormai nostra abitudine).

Il fatto è che ho trascorso la mattinata facendo qualcosa che – sulla base delle mie regole personali – non avrei dovuto fare: ho recuperato una manciata di libri dallo scaffale tecnico, e mi sono messo a buttar giù un’ipotesi di conferenza pubblica.
Senza avere un committente.
Non solo lavoro nel weekend, quindi, ma senza neanche una speranza di retribuzione.
Suicida.

Il fatto è che mio fratello – che vive molto più vicino alla civiltà del sottoscritto – mi ha ricordato che il 12 ed il 13 di giugno ci sarà il referendum sull’acqua.
E me lo ha ricordato notando che non è che se ne parli granché.
I più paiono disinformati, non sembrano proprio intenzionati ad informarsi, e volendo essere cattivi, se ne infischiano.

Ma come diceva il poeta

I see through the glasses of the drunken blind
a city were tragedy is an industry
but it’s food for a healthy mind

.. e perciò, perché non approfittare del vuoto, ed organizzarsi per riempirlo?

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Perché non con PowerPoint?

Settembre sta finendo – ed è di nuovo ora di ripulire i curriculum, e spargerne un po’ per l’universo.

Ora, ho già scritto, molto tempo fa, un post sull’uso delle mappe mentali per scrivere il curriculum.
Ribadisco il consiglio – è eccellente per isolare le parti veramente importanti della propria storia (che ad ogni anno si allunga e si arricchisce, e si complica), e per mettere sul foglio solo quello che interessa al potenziale datore di lavoro.

Ora, rubo dalla rete un’altra idea.

Perché non presentare il proprio curriculum, magari opportunamente snellito attraverso una mappa mentale, sotto forma di presentazione in PowerPoint?

Sì, come no... continuate a sognare...

Dopotutto, lo ha detto Edward Tufte, PowerPoint non serve per spiegare, serve per convincere.
E noi vogliamo convincere la mente debole che valuta il nosro curriculum che dietro a quelle poche idee raccogliticce c’è il miglior individuo dell’universo.
E proprio quello che serve per il lavoro!

Quindi, mano a PowerPoint – o ad Impress, o a qualsiasi cosa usino gli utenti Mac per fare slide, e mettiamo insieme un curriculum sotto forma di presentazione.

Le regole base sono sempre le stesse

  • poche chiacchiere
  • liste puntate solo se servono
  • non più di sei righe di sei parole per slide
  • immagini pertinenti
  • limitare gli effetti

E nessuna paura di dimostrare intelligenza e senso dell’umorismo.
Un buon posto da cui cominciare a cercare immagini per il nostro CV è Morguefile.
Poi possiamo buttarci sull’Internet Archive.
Selezioniamo un font pulito e senza troppi fronzoli.
E non esageriamo con i colori.

Se poi fossimo veramente pronti a metterci alla prova, potremmo presentare un curriculum sotto forma di pecha kucha – venti slide, venti secondi per slide.
Ma questo è solo per quelli che pongono lo stile al di sopra dell’ottenere il lavoro.

Ah, già – l’idea non è originale, quindi online troverete, tramite il solito Google, dei siti dai quali scaricare i template del curriculum per PowerPoint.
Evitateli.

La prima idea, dopotutto, è quella di dimostrarsi originali, no?

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Brainstorming col contagocce

Ancora mappe mentali, in quello che – nato come un interesse extracurricolare – sembra sul punto di diventare un’altra voce del mio curriculum professionale.

È nota e documentata la mia lealtà verso Freemind (del quale incombe la versione 0.9.0) come software di mappatura mentale, secondo solo al buon vecchio blocco da disegno con le matite colorate (lo strumento che sto usando per il mio ripasso dello spagnolo).
Mi viene fatto notare, tuttavia, che sia Freemind che la sua ben più analogica contropartecartacea possono causare qualche problema quando il progetto deve essere condiviso e fondato sulla collaborazione.
Meglio i tool 2.0, mi dicono.
Meglio le web applications.
Meglio i programmi di mappatura mentale on-line.

Mind-mapping e collaborazione, naturalmente, significa brain-storming.
Non più mappe personali ad uso e consumo del mappatore, ma unelemento sostanziale nel corso di sviluppo di un progetto.
Sarebbe difficile – e sbagliato – affrontare il lavoro in solitaria ed il lavoro collaborativo con lo stesso atteggiamento, e mantenendo gli stessi scopi.
Le mappe mentali sono strumenti potenti, ma se si sbaglia approccio, si finisce col perdersi.

E come mi viene fatto notare, ormai collaborazione significa collaborazione online.
Ora, sono naturalmente aperto all’innovazione e pronto ad abbracciare l’idea di produttività nella nube che il web 2.0 sembra promettere, ma mi rimangono dei dubbi.
Non posso dimenticare che in capo ad un mese scarso sarò in un posto dove ADSL significherà 7 mega nominali – di fatto forse 4.
Non posso fare a meno di pensare a tutte le occasioni in cui potrò avere voglia di dare una botta al mio lavoro senza connettermi alla rete.
E da vecchio giocatore di Trinity ricordo fin troppo bene Mungu Kuwasha, detto Backlash.
Quindi, ok il web 2.0, ma voglio una copia dei file sul mio hard disk.

La risposta potrebbe essere DropMind, programma di mindmapping e collaborazione on-line disponibile sia come web-application che come software da scaricare ed installare sull’hard disk.

Capace di comunicare con altri software (inclusi Freemind e Mind Manager) e dotato di una interfaccia in stile WinVista, Dropmind è potente e piacevole – mantiene i tradizionali collegamenti curvilinei fra settori della mappa e permette di inserire icone o caricare immagini personalizzate.
È pure dotato di una modalità chat (versione on-line) per discutere di ciò che si sta facendo coi collaboratori mentre lo si fa, e di una modalità presentazione per sbattere i risultati del nostro lavoro in faccia al pubblico pagante.

L’uso e la registrazione della versione desktop sono gratuiti per scopi non commerciali, mentre per la versione web – unica nota dolente – la registrazione dà diritto solamente a 15 giorni di prova gratuiti.

Carta e matita rimangono fondamentali ed insostituibili.
Ma avere uno strumento in più a portatadi manopuò sempre tornar utile, prima o poi.
Certo, la proliferazione di software di mappatura mentale – tutti più o meno variazioni minime su un tema comune – se da una parte lascia presagire un imminente ingresso di questa tecnica nell’uso comune, dall’altra sembra indicare un vicolo cieco nello sviluppo di supporti informatici.
In particolare, nessuno apparentemente ha ancora proposto un tool per la mappatura mentale tridimensionale.
Che sullo schermo del computer risulterebbe più facile che su carta, ed avrebbe notevoli potenzialità.

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Mappe mentali e lingue straniere

Strane coincidenze prendono forma attraverso il web, seguendo percorsi curvilinei.
Ricevo un commento ad un post da parte di Sagitta55 – blog interessante, sul quale di quando in quando faccio volentieri un giretto per trovare qualcosa di diverso.
Nel blogroll di Sagitta trovo un link a mappe_mentali_blog.
Un blog gestito da una persona che si fiscalizza come mind mapper (invidia!) che parla di qualcosa di cui mi interesso, di uno strumento che utilizzo, di un argomento sul quale sto preparando un post.
Questo post.
Inutile dire che mappe_mentali_blog sarà da esplorare a fondo.
Ma intanto, prendendo l’avvio da ciò che avevo detto nel mio ultimo (nel senso di più recente) post sull’argomento, ho cominciato a ripassare lo spagnolo…

Una parte della mia famiglia (la più divertente, senza voler offendere nessuno) vive in Argentina.
Per questo motivo, oltre che per diverse frequentazioni giovanili, capisco e mastico un minimo di spagnolo.
Proprio il minimo, eh, roba da “Me Tarzan tu Jane”, una oscena miscela che deve di più a Carlos Santana e a Giù la Testa che non ad una educazione formale.
Eppure lo spagnolo, come lingua – oltre ad essere relativamente facile per noi italiani – è anche una scelta piuttosto vantaggiosa, se decidiamo di imparare una lingua straniera.
È vero, l’inglese si parla ovunque (sì, ok… parliamone) e il cinese ha un bacino di utenza sterminato, ma lo spagnolo arriva ad un dignitoso secondo posto in entrambi i casi.
E se è vero che ci sono posti (East Los Angeles, ad esempio) dove è più probabile cavarsela parlando spagnolo che inglese, è anche vero che la lingua di Cervantes viene parlata estesamente in Europa, Asia, Sudamerica e Africa.
Bello liscio.

E così, avendo più tempo e danaro che buon senso, mi sono procurato il bel libriccino della Zanichelli Grammatica Spagnola, nella collana Lingua in Pratica, un quaderno e un po’ di matite.
Per buona misura ho anche fatto un account su VoxSwap, il social network per coloro che vogliono imparare una lingua reperendo interlocutori o corrispondenti madrelingua.
Il corso Zanichelli è buono, relativamente a buon mercato (22 euro) e corredato di un CD zeppo di mp3 per fare esercizi di pronuncia. Com prevedibile il volume è molto bello esteticamente, e promette di durare a lungo.
Nonostante il titolo, il Grammatica Spagnola non è una grammatica, ma un corso vero e proprio; articolato in lezioni, segue una formula collaudata da millenni, offrendo una progressiva crescita in complessità delle forme verbali presentate, insieme con semplici dialoghi ed esercizi per inculcare nella mente della vittima quanto più vocabolario possibile.
Perché poi è quella, la vera fonte di ogni problema – la necessità di costruirsi un vocabolario.

È qui che le mappe mentali tornano utili.
In prima battuta, per condensare su un unico foglio, a colpo d’occhio, finita la prima lettura, i contenuti della lezione.
Buonoper chiarirsi dubbi, verificare di non essersi persi nulla.
In seconda battuta, posso fare due altre mappe – una per le forme verbali introdotte nella lezione, una per il vocabolario.
Per le forme verbali, dovrò semplicemente creare un ramo per ogni tempo o modo, dal quale dipenderenno i rami con le persone plurali e singolari, ed il verbo ad esse coniugato.
Per il vocabolario – che viene solitamente presentato in forma tematica (“Saluti”, “Alla stazione”, “A cena a casa di Juan”…) – posso porre il tema a centro mappa, e poi aprire un ramo per ciascun vocabolo. Sui rami di ordine inferiore potrò porre sinonimi e contrari, ad esempio, recuperati con la complicità di un robusto vocabolario Italiano-Spagnolo, o forme idiomatiche connesse a quel vocabolo o a quel tema.
Divertente, e meglio che il solito esercizietto di verifica proposto dal testo – che posso tuttavia sviluppare come mappa mentale, definendo tutte le possibili risposte ad un dato input, o sviluppando catene di dialoghi.
Nel complesso il sistema sembra funzionare.
Vocaboli e verbi si memorizzano abbastanza in fretta – più in fretta che con il semplice combo lettura + esercizio – e l’attenzione rimane desta.

Parlo ancora lo spagnolo come un pessimo cantante di mambo di serie B, e probabilmente non progredirò mai oltre una pallida ombra di Tito Puente, ma l’esperimento per il momento è un successo.

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Ancora mappe mentali

Affinché non si dica che io prendo sottogamba certe cose, dopo il mio ultimo post sui possibili problemi derivanti dall’utilizzo delle mappe mentali,mi sono procurato un manualetto di Tony Buzan sull’argomento – tanto per vedere come la cosa venisse presentata dall’ideatore del procedimento.
Ne esistono a centinaia, di simili manuali (una manciata sono usciti anche in Italia) e Buzan ammette allegramente di averci fatto un sacco di soldi.
Quale scegliere per questo esperimento in odore di pork chop express?
Semplice – quello che costa meno.

A parte un paio di scoperte interessanti – le mappe mentali vennero suggerite a Buzan dalla lettura di romanzi di fantascienza di Bob Heinlein e A.E. Van Voght – l’esile How to Mind Map (in italiano ne esiste una versione edita da Frassinelli), nel presentare la forma originaria del metodo, suggerisce alcune utili riflessioni.

In primo luogo, due degli elementi fondamentali delle mappe mentali originali – la curvatura dei rami e l’utilizzo di un solo vocabolo per identificare ciascun ramo, sono in parte andati perduti con lo sviluppo dei software di mind mapping.
Se da una parte il software spesso fornisce opzioni interessanti – esportazione in formati diversi, integrazione con altri software, condivisione fra più utenti – è anche vero che limita molto il controllo dell’autore su fattori quali i colori e l’aggiunta di disegni e annotazioni diverse sui rami del grafico.
Come spiega Buzan nel manuale, l’utilizzo dell’immaginazione e della creatività nello sviluppo delle mappe mentali è essenziale.

È importante notare che aderendo alle regole base delineate da Buzan, il rischio di eccedere nel dettaglio è limitato dalla struttura stessa del procedimento.
Se mi limito ad una parola per ramo, l’economia stessa della mappa mi impedirà (o mi ostacolerà) nello sprofondare in un abisso di minuzie.
L’uso di colori e di scarabocchi mi aiuterà nella sintesi e nella memorizzazione.

Ne consegue che allo stato attuale, la miglior piattaforma open source per fare mind mapping è un bel blocco di carta riciclata con associate un paio di matite, una gomma, un temperino, e un po’ di pastelli colorati (possiamo tenere il tutto in un bell’astuccio)
Dai cinque ai dieci euro circa, in un grande magazzino.
Il sistema è eco-friendly, assolutamente portatile, con un po’ di funzioni extra incluse.
Le ricariche si trovano ovunque.

Volendo restare ancorati al software, FreeMind sembra la scelta ottimale – gratuito, open source e cross-platform, dialoga con una quantità di software, include opzioni per la collaborazione e la condivisione online delle mappe, permette di inserire immagini (anche se ci sono ancora problemi in questo senso).

Una seconda osservazione interessante, conseguente la lettura del manualino, è che esiste, ed è stata divulgata, una confusione fra le mappe mentali di Buzan e le mappe concettuali di Novak.
Ed è forse proprio questa confusione/commistione ad aver generato i possibili problemi ai quali accennavo nel mio post precedente.
Se la mappa concettuale è stata riconosciuta (in meno di trent’anni!) come un valido strumento per l’insegnamento, la mappa mentale deve ancora essere identificata con precisione come eccellente strumento per l’apprendimento.
La mappa mentale è personale ed idiosincratica quanto colui che la traccia.
La mappa concettuale ha una pretesa di univocità.

In ultima analisi, la lettura del manualino di Buzan aiuta a mettere in prospettiva lo strumento ed il suo utilizzo – oltretuttofornendo interesanti esempi di applicazione.

Ho personalmente già utilizzato il metodo dellamappa mentale per pianificare le mie conferenze divulgative, per delineare i contenuti di un racconto o un articolo, e per scrivere il mio curriculum.
Fin qui hanno funzionato egregiamente – e con le informazioni che ho ora, probabilmente la prossima volta funzioneranno meglio.
Il prossimo esperimento sarà applicare una o più mappe mentali all’apprendimento di una lingua straniera.

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Mappe mentali

Mi è capitato in questi giorni di andare a sbattere contro una conseguenza piuttosto negativa (a mio parere) dell’uso delle mappe mentali.
Visto che lo strumento del mind mapping sta prendendo piede in parecchi ambiti diversi (lo utilizzo ormai sia per il lavoro che per le attività non-professionali), mi pare il caso di rifletterci un po’ sù.

Cominciamo dalle basi: cos’è una mappa mentale – è uno schema fortemente grafico sul quale riporto tutti gli elementi che compongono il mio progetto, disponendoli secondo ramificazioni gerarchiche a partire dal nucleo.
Il nucleo può essere l’high concept della mia sceneggiatura (per high concept si intende la singola frase che da sola incapsula tutto il film – tipo, “Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito sono fratelli gemelli in cerca della loro mamma”), il tema del mio racconto o il fuoco della mia ricerca, il tema della mia serata in birreria o la traccia della prossima partita a D&D.
Da questo punto di partenza si dipartiranno diversi percorsi, ciascuno dei quali traccerà uno degli aspetti del progetto.
Per una storia, dovrò mappare personaggi, situazioni, scene, location, idee sfuse…
Per un progetto di ricerca dovrò definire materiali, metodi, tempistiche, bibliografia, collaborazioni esterne e quant’altro.
Posso incrociare i rami, conenttere elementi molto lontani.
In poche parole posso trasformare le mie idee in oggetti quasi-materiali, e manipolarne le relazioni spaziali/concettuali.

Wow.
Con uno strimento per la mappatura mentale posso farmi il curriculum, o delineare una ricetta, o impostare la tesi di dottorato.

I software (per chi non si accontenta di carta e bloc-notes) sono parecchi.
Restando al dominio  del free/open source, FreeMind è considerato lo standard, scritto in Java e quindi multiplatform; su Linux, VYM (View your Mind) è una solida alternativa, con la possibilità di esportare le mappe in formato web-friendly.
On-line c’è Mindmeister, che gira nel browser senza bisogno di plugin; in alternativa, Mindomo è un altro tool on-line.
Varie altre opzioni, opinioni e prove su strada sono disponibili sul sito di Lifehacker, oltre che sulla solita Wikipedia.

Detto tutto ciò – cosa potrebbe andar male?

In primo luogo, c’è il solito problema di voler introdurre uno strumento nuovo in un ambiente in cui ancora il computer lo chiamano calcolatore e lo guardano con sospetto.
Trattare con i neofili, che adottano ogni novità essenzialmente è molto cool, potrebbe addirittura essere peggio – perché la linea che separa atteggiamento ipercritico ed atteggiamento acritico è sottilissima.
Ma questo non è un problema delle mappe di per se.

Inerente invece la mappa mentale, ed estremamente insidioso, è il rischio di farsi prendere la mano.
Tracciare troppi rami, scendere troppo nel dettaglio, creare troppe connessioni, per cui alla fine, anziché semplificarmi il lavoro, me lo complico.
I dettagli veramente importanti si perdono nella quantità di minuzie inutili.
I percorsi possibili diventano troppi, e prendere una decisione sul percorso da seguire diventa impossibile.

Connesso a questo primo problema c’è quello di cedere alla tentazione di confondere la mappa col territorio – e spendere lunghe ore a riarrangiare i concetti sulla carta invece di cominciare a lavorare davvero.
Un po’ come certe ricerche vengono soffocate dalla raccolta della bibliografia, alcuni progetti possono incepparsi per eccessivo lavoro di mappatura.

Legato invece all’inesperienza dell’operatore è il rischio di confondere i livelli – e dare perciò pari peso e importanza a fattori diversi e non paragonabili.
Il rischio si moltiplica quando la mappa passa di mano in mano, fino ad arrivare a qualcuno che non ha tuttele informazioni necessarie per valutare certi elementi personali del mappatore.

Perché, e qui forse sta il vero problema, è pressocché impossibile standardizzare le mappe, e ciascun operatore creerà una mappa diversa – apartire dallo stesso progetto – a seconda del proprio approccio al lavoro, della propria percezione delle priorità, e del proprio senso artistico.
Poiché come ci ha detto Tony Buzan (l’avete guardato il video?), inventore delle mappe, la mappa rappresenta ciò che sta capitando nella nostra testa…

E per chiudere, un video in italiano…

Compito a casa, confrontare i 6 minuti in italiano con i 5 in inglese.
Porsi una domanda.
Darsi una risposta.

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Curriculum Vitae

Settembre, tempo di disseminare un po’ di Cvin giro.
Specie con la mazzata appena assestata ai docenti a contratto dal Ministro Robin Hood Tremonti e dalla sua Maid Marion Gelmini, rintracciare sbocchi alternativi diventa non solo una strategia evolutiva, ma un meccanismo per sopravvivere.

Certo è una giungla.
Il curriculum perfetto dovrebbe essere di una pagina, o comunque non più di tre.
Se troppo lungo o troppo corto, o stampato su carta scadente, verrà cestinato.
Essere scritto a mano per permetere ai grafologi dei nostri potenziali datori di lavoro di decidere se siamo affidabili oppure no dal modo in cui accentiamo la o.
Elencare tutte le nostre qualifiche e tralasciare ogni aspetto frivolo, ma al contempo dare di noi l’immagine di persone tridimensionali e non di macchine senza volto.
https://i0.wp.com/caretaker.altervista.org/_altervista_ht/legs.jpgEssere accompagnato da una fotografia casomai il direttore delle Risorse Umane decidesse di prenderci come amanti anziché come dipendenti (non vedo altri motivi… ma la sua foto dov’è?)

E naturalmente le regole per l’estero sono completamente diverse.
Posso usare il curriculum europeo, che da quest’anno si chiama Europass, ma è un disastro, e stare sotto le due pagine ce lo scordiamo per sempre.

E poi arriva Lifehacker che ti dice…

Forty-six percent of executives said they rely heavily on instinct when
making a hiring decision, according to a survey by Robert Half
International. If their gut says to hire the candidate with minimum
experience but an explosive personality over the aloof applicant with
years of experience — they’ll usually take the former.

Grande.
E come la dimostro la personalità esplosiva?

Poi però, ad onor del vero, i bravi ragazzi e ragazze di Lifehacker forniscono una interessante guida alla costruzione del curriculum killer – trovando anche il modo di aggirare la questione una pagina-tre pagine.

Così ieri notte mi ci sono messo tanto per provare, ed ho ricostruito il mio CV usando FreeMind, buttandoci dentro tutto quello che mi passava per la testa e poi potando i rami e riordinandoli.
Non viene male – e al limite i rami del grafico si possono riunire in categorie affini a quelle del CV Europeo.

A questo punto mi domando – se spedissi il mio CV in formato .mm, come mappa mentale anziché come banale foglio protocollo, dimostrerei il grado di esplodibilità della mia personalità?
O il destinatario, ricevendo il file, proverebbe ad aprirlo con Word, ne ricaverebbe un frullato di caratteri, e lo cestinerebbe?

Magari giocare d’azzardo, usando la lettera di accompagnamento…?

Se lei non è in grado di aprire e navigare il file allegato [CV.mm], contenente il mio Curriculum Vitae, non credo mi interessi lavorare per lei e la sua azienda.
Se lei non è in grado di aprire e navigare il file allegato, d’altra parte, dubito che sarebbe comunque in grado di valutare le mie competenze.
Pure ammettendo che, se lei non è in grado di aprire e navigare il file allegato, allora lei e la sua azienda avete davvero bisogno, e con urgenza, delle mie competenze.

No, forse è meglio di no….

Addendum: però il sistema “buttaci tutto dentro e poi sfoltisci” funziona; il mio CV è passato da tre pagine affollate a due pagine relativamente ariose senza una sostanziale perdita di informazioni.
Bello.