strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Storico sì, ma forse non fantasy

Questo è un post che dovevo da tempo alla mia amica Chiara, che sta di là nel Braccio Femminile del Blocco C.
Si tratta di un post che porta avanti la nostra lunga e abbastanza confusa chiacchierata a distanza sul fantasy storico.
Una sorta di piano bar del fantastico, ma per due pianoforti in due stanze separate.
Sarebbe piaciuta a Scarlatti, come cosa.

FrtizLeiberLeggevo qualche settimana addietro una bella intervista rilasciata da Fritz Leiber a Darrell Schweitzer, una delle ultime interviste di Leiber.
È noto che a Leiber si deve la definizione di sword & sorcery, quel particolare sottogenere del fantasy che viene anche definito a volte low fantasy – storie di personaggi non esageratamente nobili, che affrontano minacce non esageratamente globali per scopi non esageratamente altruistici.
Leiber stesso, naturalmente, contribuì un testo definitivo alla sword & sorcery con le storie di Fafhrd e del Gray Mouser.
E in un bel colpo di teatro – Leiber fu attore shakespeareano, dopotutto – il vecchio Fritz spiazza Schweitzer negando di aver mai scritto fantasy.

Io ho sempre scritto narrativa sovrannaturale, orrore sovrannaturale. Non fantasy.

E non ha mica tutti i torti.
Ma, qual’è la differenza fra la narrativa sovrannaturale e il fantasy? Continua a leggere


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Tutta un’altra storia

0.053977001385629786_parsnaz_irProviamo a mettere giù ancora qualche idea su storia e narrativa d’immaginazione.

C’eravamo lasciati, dopo l’ora d’aria, qui nel Blocco C, con la questione di cosa cerchino autore e lettore in una narrativa storica.

E la mia interlocutrice a distanza, sul suo blog, non ha mancato di metter giù un elenco articolato e piuttosto esaustivo di cosa possano cercare autori e lettori nel romanzo storico.
Ottimo pezzo – leggetelo.
Fatto?
Bene.

Ora vi chiedo di apprezzare il mio problema – perché il post di Chiara mi piace molto, e lo condivido in pieno e non c’entra assolutamente nulla con ciò che scrivo o con ciò che leggo quando scrivo o leggo fantasy. Continua a leggere


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Complicata, noiosa e morta da trent’anni

Qualche sera fa, su un canale televisivo nazionale, un noto autore di letteratura d’immaginazione nostrana mi ha spiegato che la fantascienza non tira più perché ormai

a . è troppo complicata
b . è troppo noiosa
c . da trent’anni non emergono nuovi autori validi

Se lo avesse detto un qualsivoglia signor nessuno (un blogger come me, per dire), la cosa farebbe semplicemente ridere, e sarebbe sintomo di scarsa dimestichezza con ciò di cui si vuol parlare.
Il fatto che si tratti dell’opinione divulgata pubblicamente di un autore piuttosto popolare ed apprezzato è francamente inquietante.
Ancora di più se aggiungiamo che la stessa trasmissione televisiva ha passato nelle settimane precedenti opinioni simili ventilate da uno dei curatori della maggiore rivista di fantascienza nel nostro paese, e dal principale editore di genere nel nostro paese.

L’ennesimo necrologio del mio genere d’elezione mi sorprende in particolar modo in questa lunga estate calda.
Perché mi basta spegnere il televisore e guardare cosa ho sul mio scaffale in lista di lettura, appena finiti o pronti per essere incominciati…

Quattro libri. Continua a leggere


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Studiosi & Soldati

Nellla primavera del 1999 mi trovavo a passare, nelle prime ore del pomeriggio, per Piazza Madama Cristina, a Torino, scansando i mucchi di pattume lasciati dal mercato del mattino e cercando di evitare le pozzanghere lasciate dal temporale che aveva imperversato per gran parte della mattinata.
Camminavo spedito, puntando verso Via Accademia Albertina.
L’aggressore mi arrivò addosso da sinistra e dietro, correndo.
E mentre con una spallata mi sbatteva verso una delle colonne della tettoia del mercato, con la sinistra (presumo) mi strappava via la tasca sinistra della giacca.
Rimettendomi in piedi dal mucchio di gambi di sedano e foglie di cavolo ed altra verzura marcescente che aveva attutito la mia caduta, lo vidi allontanarsi di corsa verso Corso Vittorio, stringendo ciò che aveva arraffato dalla mia tasca lacerata.Rats & Gargoyles
Una sagoma smagrita e frenetica, con in pugno una copia in paperback, edizione Roc, di Rats and Gargoyles, di Mary Gentle.

Da dieci anni mi domando se davvero l’imbecille mi aveva strappato una giacca, causato varie contusioni e rovinato un paio seminuovo di jeans, macchiati e squarciati su un ginocchio, credendo davvero che io girassi con in tasca un portafogli delle dimensioni di un tascabile di 400 pagine (eh, magari!), o se per caso non si trattasse di un misterioso bibliofilo sociopatico, un collezionista di libri rubati o, peggiore delle ipotesi, un fratello in spirito, appassionato dell’opera di Mary Gentle.
Mentre riprendevo zoppicando la mia marcia verso via Cavour, potevo solo consolarmi per il fatto di avere un’altra copia (identica a quella rubata) del medesimo libro, a casa.

Questo è un pezzo fatto a richiesta, una sorta di prestazione da piano-bar del fantastico.
Ma poi, non è così male, come idea, quella del piano-bar dell’immaginario.
E se IguanaJo mi scrive…

Invece ti chiedevo se hai voglia di approfondire il discorso su White Crow.
Io l’ho provato a leggere dopo essermi innamorato di Ash, ma l’ho mollato a metà del secondo racconto. Probabilmente il mio inglese non era (non è) all’altezza della prosa della Gentle perché ricordo di aver sputato i classici pallini per cercare di dare un senso a quanto leggevo (cosa che invece con Ash, letto sempre in lingua originale non era successa). Ora giace nel limbo dei libri che prima o poi riprenderò in mano, ma se insisti un po’ potrebbe scavalcare qualche altro volume in attesa.

… chi sono io per frappormi sulla strada della vera conoscenza?

Ho scoperto Mary Gentle attraverso Hawk in Silver, citato da Michael Moorcock nel suo saggio Wizardry and Wild Romance, il classico studio pubblicato dall’autore inglese sul linguaggio ed i temi del fantastico.
Doveva essere più o meno il 1990.
Il primo incontro con Valentine White Crow avvenne in condizioni meno che ideali, attraverso la traduzione di Rats and Gargoyles pubblicata da Fanucci, che trovai assolutamente incomprensibile.
Quella prima impressione venne spazzata via dai racconti dell’eccellente Scholars & Soldiers, e dalle risate sgangherate strappatemi sul tram da Grunts!, per cui decisi di provare a rileggere R&G, questa volta in originale.
E scoprii un altro mondo.

Letteralmente, un altro mondo.
Mary Gentle ha lungamente sostenuto che Rats & Gargoyles non è un romanzo fantasy, bensì un romanzo di fantascienza.
L’azione si svolge in una città servita da treni (a vapore?), e che occupa una porzione consistente di un intero universo; la scrittura è considerata inaffidabile ed è illegale mettere per iscritto documenti ufficiali, la cultura e gran parte della tecnologia sono di tipo tardo rinascimentale, la bussola mostra cinque punti cardinali, complanari e perpendicolari gli uni agli altri.
Già, 5 angoli da 90°.
Il governo discende direttamente da divinità immanenti, ed è amministrato da una elite di ratti giganti e antropomorfi (che molto debbono ai ratti di Lankhmar).
E la Natura non imita l’Arte (o viceversa) semplicemente perché Natura ed Arte sono la stessa cosa.
Molto semplicemente (si fa per dire) l’azione si svolge in un universo governato da regole ferree, ma non quelle della fisica newtoniana, bensì quelle dell’alchimia e della magia ermetica.
La stessa Gentle ha osservato…

It just isn’t the science you are probably used to. I was besotted with the early 17th century world view, especially that part of it called Hermetic science, which says that the world works on magical patterns and resonances, but it works predictably, scientifically.

Alla base della narrativa di Mary Gentle si trova un’arroganza che non può non rendermi simpatica l’autrice.
Si tratta dell’arroganza di sostenere che se il lettore non è abbastanza sveglio e colto per cogliere tutti i riferimenti e costruirsi così un’immagine esatta dell’ambientazione, della società, delle regole del gioco… beh, è un problema suo.
In questo senso, la Gentle si inserisce nello stesso filone di autori come Gene Wolfe o M. John Harrison, che a partire da un universo perfettamente formato e definito, narrano storie nelle quali solo accenni al background vengono forniti, il minimo indispensabile per garantire una narrativa realistica.
Il resto – che c’è, nella testa o negli appunti dell’autore – deve essere ricavato per induzione, ricomposto come un puzzle, decriptato da riferimenti obliqui e, spesso, velati d’ironia.
Se tutto ciò può risultare spossante – specie per lettori abituati ad un certo fantastico precotto con tanto di mappa, dizionario elfico e appendici esplicative – dall’altra parte lo sforzo viene premiato più che abbondantemente, ed il romanzo diventa un luogo da visitare più volte, per scoprire ogni volta un nuovo elemento, una nuova possibile interpretazione.

Se Rats & Gargoyles obbliga il lettore a un buon numero di prove di forza – sorvoliamo sul linguaggio, usato in maniera strumentale per acuire il senso di estraneità del mondo in cui ci troviamo – gli altri lavori del ciclo di White Crow sono costruiti per spiazzare ulteriormente i lettori più pigri.
Se infatti i personaggi rimangono uguali a se stessi, ed ogni nuova avventura aggiunge semplicemente sfaccettature alla loro caratterizzazione, gli universi in cui si muovono cambiano da una storia all’altra.The Architecure of Desire
The Architecture of Desire sposta l’azione in un mondo capovolto nel quale la storia della Restaurazione Britannica si svolge contrapponendo una Regina Carolina ad una Lady Protettrice Olivia; ma questo non è il Mirror Universe di Star Trek…

Part of The Architecture of Desire comes from Hobbes’ Leviathan, that wonderful attempt to answer the perennial question: how do we organise society so that we can have a social life, without organised violence making a total hash of it?

Left to HIs Own Devices si svolge invece in un mondo moderno, forse venti minuti nel futuro, e solidamente thatcheriano, per quanto gli ideali rinascimentali non risultino mai troppo lontani.
Se vi piacciono le etichette, è cyberpunk.

Valentine, Casaubon e gli altri comprimari della serie scivolano da un universo ad un altro (spesso all’interno dello stesso romanzo – ma bisogna essere veloci nel cogliere il passaggio!) in maniera non troppo diversa da Jerry Cornelius e compagni nelle storie dell’Assassino Inglese di Mike Moorcock. Si comportano come una compagnia di attori della commedia dell’arte, uguali a se stessi, familiari e prevedibili (entro certi limiti) indipendentemente dalla storia in cui sono coinvolti.

Il fatto che Mary Gentle sia estremamente ferrata in campo storico garantisce tanto la qualità dei riferimenti quanto la qualità delle alternative offerte dall’autrice.
Non senza le solite trappole per chi non si impegna…

And since it was background, I didn’t bother to mention it. It’s just more of the same thing: needing to make a story believable to me before I can write it. It didn’t occur to me that the reader would need to know it too.

La narrativa di Mary Gentle infrange tutte le buone regole:
. il linguaggio non è neutro e trasparente
. la sequenza narrativa non segue un plot lineare
. i dialoghi sono ellittici
. abbondano i riferimenti ad eventi sconosciuti al lettore, o non ancora presentati nella narrativa.

Non c’è la mappa.
Non ci sono gli elfi.
Non ci sono le foreste oscure e silenziose.
Non c’è l’oscuro signoredi turno.
Gli hobbit (in Grunts!) sono bastardi incestuosi e malevoli.
Gli dei sono sfingi – in tutti i sensi.

E non si tratta di fantasy, nonostante ciò che gli editori si ostinano a spiaccicare sulle quarte di copertina.
Invece no – il ciclo di White Crow, così come Ash (che ha messo a disagio i candidi lettori di fantasy nostrani per il suo frasario da caserma), come il ciclo degli Orthe (con la sua fantascienza terzomondista e la sua storia alternativa), come il perfido Sundial in a Grave (con il suo pastiche di Dumas e di Shogun), è fantascienza.
O se siete ancora nervosi, chiamatela narrativa d’immaginazione.
Ma gli editori proprio non ce la fanno.
E dobbiamo capirli, poverelli – non vogliono confondere i lettori, che sono (ai loro occhi, per lo meno) ancor più poverelli di loro.
Perciò, spade? Fantasy.

Ecco, Mary Gentle rispetta i propri lettori.
Ammettendo che alcuni non ce la faranno ad arrivare fino in fondo.
Ma si tratterà comunque di una loro scelta.

Addendum:
I più interessati possono trovare un paio di interviste alla Gentle qui, e qui.
Ed un articolo critico su White Crow qui.

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