strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Donne con la spada

Cominciamo col citare il poeta

I never thought I could handle
A girl with guns
And let me tell ya
You can bet that I’m not the only one (oh no…)

Tommy Shaw, Girls with Guns, 1984

Ricordo ancora, con non poco divertimento, il coro globale di risate quando nel 2020 Andrew Klavan, un tempo competente autore di thriller riciclatosi in editorialista, espresse il suo parere su The Witcher.

“Sono stato immediatamente scoraggiato dal fatto che c’è una regina in questo telefilm che combatte come un uomo. Ci sono un paio di scene in cui le donne combattono con le spade. E odio queste scene, perché nessuna donna può combattere con le spade. Zero donne possono combattere con una spada”.

E chissà poi perché.
L’editoriale di Klavan destò l’ilarità di una quantità di donne che praticano l’HEMA (Historical European Martial Arts), con commenti tra l’allibito e lo sprezzante. E non furono solo le donne a definire la posizione di Klavan “bullshit”.

Senza andare a scomodare Bradamate e l’Ariosto, la letteratura è costellata di donne con la spada.
E anche la nostra storia, il mondo reale, ce ne offre una buona selezione.
È noto che su questo blog abbiamo una dichiarata ammirazione per Julie d’Aubigny, nota come la Maupin, che a cavallo fra diciassettesimo e diciottesimo secolo si guadagnò da vivere come duellante a pagamento, mentre nel tempo libero cantava l’opera (era un’eccellente contralto) e seduceva novizie in convento. Era solita affrontare anche due o tre avversari alla volta.

Nell’ambito della letteratura fantastica e avventurosa, naturalmente, Robert E. Howard fu in prima fila con le donne guerriere – Bélit e Valeria nelle storie di Conan, e come non finiranno mai di ripeterci, Red Sonya di Rogatino … alla quale si ispirarono molto liberamente in casa Marvel per creare Red Sonja (con la J e non con la Y).
E qui c’è un dettaglio interessante – Red Sonya, con la Y, è la protagonista di Shadow of the Vulture, un racconto storico ambientato nel quindicesimo secolo, e senza alcun elemento fantasy.
Venne pubblicato nel numero del Gennaio 1934 di Magic Carpet – una rivista di buona qualità che pubblicava narrativa di ambientazione esotica, indipendentemente dal genere, e sarebbe poi confluita nella gemella Oriental Stories. Rispetto a Weird Tales, Magic Carpet e Oriental Stories pagavano meglio (o se non altro regolarmente). Ma dopo la sua uscita nell’Ombra dell’Avvoltoio, Red-Sonya-con-la-Y non ebbe altre avventure.
Nel settembre del 1973, Roy Thomas adattò Shadow of the Vulture per farne una storia di Conan, e la Y divenne una J – e Sonja si guadagnò il suo famigeratissimo bikini blindato e successivamente una serie tutta sua. E persino dei romanzi, scritti dal bravo Richard Tierney. Ed è Red-Sonja-con-la-J quella che si ricordano tutti.

Ma c’è un’altra donna coi capelli rossi e una spada, nel catalogo di Howard, ed è Dark Agnes de Chastillon e de la Fere.
Ambientate nel 16° secolo in Francia, le prime due storie di Agnes – Sword Woman e Blades of France – sono due avventure storiche, che tracciano l’origine e le prime imprese di una giovane donna che, sfuggita a un padre violento e ad un matrimonio combinato, diventa un capitano mercenario. Non hanno alcun elemento fantasy.
La terza storia – che Howard non completò – si intitola Mistress of Death, ed è un fantasy, con tanto di stregone non-morto e altre amenità. Non è la migliore delle storie di Howard, né di quella completate da altri (in questo caso da Gerald W. Page).
Nessuna delle tre storie vide la pubblicazione prima degli anni ’70 (motivo per cui posso darvi il link a Shadow of the Vulture, che è di dominio pubblico, ma non a quelle tre).

Ora, la domanda è – perché nessuna delle due storie complete di Dark Agnes vide la luce?
Come abbiamo detto, ad Howard non sarebbe dispiaciuto piazzare più storie su Flying Carpet/Oriental Stories, o meglio ancora su qualcosa come Adventure – riviste di maggior prestigio rispetto a Weird Tales, che pagavano meglio e pagavano in orario (alla sua morte, Howard era in attesa di ingenti pagamenti arretrati da Weird Tales). Da qui la genesi del personaggio.
Tuttavia, la reazione del pubblico a Shadow of the Vulture – un buon racconto, per gli standard di Howard – fu per lo meno ambivalente; la storia piaceva, ma c’era un dettaglio che a un sacco di lettori non andava giù: una donna con la spada in una ambientazione storica.
Perché OK Bélit, regina dei pirati e unica donna capace di tenere testa a Conan … ma quella era Weird Tales, e Queen of the Black Coast era un racconto fantasy.
Sword Woman e Blades of France erano avventure storiche. E molto più di Shadow of the Volture mostravano una donna estremamente diversa dagli standard dell’epoca.
Per questo, a detta di alcuni critici, le due storie vennero rifiutate, ed Howard mise perciò mano, riciclando il personaggio, ad una storia fantasy, in cui una donna con la spada – e leggermente meno “estrema” nel suo distribuire calci in culo – sarebbe stata accettabile. Quasi un rip-off di Jirel di Joiry, altra donna con la spada, creata da Catherine Lucille Moore a partire da The Black God’s Kiss, in Weird Tales, nell’ottobre del ’34.

Le tenebre si chiusero su di lui prima che Howard potesse completare e vendere Mistress of Death.

Mi sono spesso domandato se la Mistress of Death di Howard abbia avuto una qualche influenza su Raven, Swordmistress of Chaos, eroina di una serie di romanzi decisamente pulp – e scollacciatissimi (erano dopotutto gli anni ’70/’80) – pubblicati da Angus Wells e Robert Holdstock sotto allo pseudonimo di Richard Kirk. Le storie devono di più a Michael Moorcock che non a Bob Howard, e Raven ha più elementi in comune con la Red Sonja di Richard L. Tierney che con Dark Agnes, ma il titolo di (Sword)Mistress mi ha sempre suggerito un legame con quella storia incompleta e quella serie dimenticata.
E comunque Raven era certamente una donna con la spada – per quanto limitata a un mondo fantasy molto “moorcockiano”.

Ma negli anni ’70 e ’80 di donne con la spada, nel fantasy, ce n’erano parecchie.
La mia preferita rimane probabilmente White Raven (un nome diffuso, apparentemente, Raven), nelle storie di Mary Gentle che si aprono con Rats & Gargoyles. La Gentle, che più tardi ci avrebbe anche dato Ash – A Secret History (in cui fa una comparsata anche Dark Agnes), oltre ad essere laureata in storia militare, è anche una praticante della scherma rinascimentale. Una donna con la spada che scrive di donne con la spada.

E tuttavia, nell’arco degli ottant’anni trascorsi dalle prime avventure di Sonya e Agnes, le cose apparentemente sono peggiorate nell’immaginario in cui ci muoviamo – Klavan infatti non solo nega che le donne possano combattere con la spada nel mondo reale (una baggianata), ma anche che non possano farlo in un mondo immaginario in cui operano le leggi della magia.
Possedere organi riproduttivi interni, apparentemente, è condizione sufficiente al non saper combattere.

E ora, a causa di questa deriva, durante il weekend, un telefilm fantasy ha ha obbligato una parte del pubblico a ricorrere ai sali, mostrandoci Santa Galadriel Vergine e Martire che combatte, usando due spade, contro tre avversari (la Maupin approverebbe).
Impossibile ed inammissibile, “sbagliato”, un insulto all’anima di Tolkien.

Troppa azione e troppa violenza, per alcuni.
Gli elfi sono notoriamente eterei, pacifici e e non violenti – e soprattutto Galadriel, che vediamo per cinquanta pagine ne Il Signore degli Anelli, mentre intrattiene i suoi ospiti e – incidentalmente – minaccia di prendere il potere e diventare una regina malvagia. Però niente spade in quelle cinquanta pagine, non se ne vede l’ombra, quindi spade per Galadriel mai, per tutta la durata millenaria della sua esistenza … men che meno due, in dual wield, con tre avversari. Chi si crede di essere, Red Sonja?
La tesi di partenza, a difesa di questa indignazione, è sempre la stessa – che da nessuna parte nell’opera di Tolkien si dice che Galadriel sapesse usare le armi … tranne in quel brano in cui si dice che combatté e guidò eserciti, ma quello, dovete capire, è solo metaforico, un po’ come Elisabetta Tudor in armatura che infiamma le sue armate con un bel discorso. Ma impugnare un’arma per davvero, e combattere,e magari anche vincere? No no no, assolutamenteno.
E comunque no, indipendentemente dai documenti e dalle fonti, il punto è che una donna con due spade non può affrontare tre uomini e vincere.
Perché le donne con la spada non esistono.
Neanche nel fantasy.
A meno che non indossino un bikini di metallo.

Ed io mi domando se alla fine non sia la stessa storia delle ragazze con la pistola di Tommy Shaw.
Un sacco di gente ne è spaventata.

Spiegaglielo tu, Tommy…




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Fantasy e rivoluzione

Questo è un pezzo del piano bar del fantastico.
Nell’ultima puntata di Chiodi Rossi è venuta fuori – come a volte accade – una breve ma interessante divagazione. Più interessante, forse, di quanto potesse esserli l’episodio in sé. E da questa divagazione è arrivata una domanda, e ora proviamo a rispondere.

Uno degli elementi che spesso il mio complice Germano Hell Greco sottolinea, nei momdi fantastici che ci capita di visitare nel podcast, è l’assenza di un progresso tecnologico – è come se la presenza della magia arestasse lo sviluppo tecnologico del mondo, congelandolo non solo a livello scientifico ma anche, molto spesso, a livello sociale. Un medioevo eterno, o un eterno rinascimento.
Curioso quest’ultimo elemento, se consideriamo che il rinascimento è un periodo ricco di scoperte e riscoperte, e di trasformazioni.

Non così, molto spesso, nel fantasy classico.
OK, stiamo generalizzando, ma uno dei motivi, io credo, è che le idee scientifiche non sono il dominio del fantasy, che è invece il dominio delle scelte etiche e morali. Non materia ed energia, ma bene e male sono all’opera in questi mondi – e quindi ciò che interessa, a livello tematico gli autori non è lo sviluppo tecnologico, ma lo sviluppo morale dei loro mondi.
Dobbiamo sconfiggere l’oscuro signore, respingere i demoni nel loro inferno.
Costruire una caffettiera più efficiente, o creare un vascello spaziale che ci porti sulla luna, non ha nulla a che vedere con queste storie.

Per questo abbiamo spesso a che fare con dei mondi stagnanti – mondi che sono immutabili da millenni, in cui sconfiggere il male significherà tornare indietro, ai bei tempi prima che il male sorgesse a Occidente. Spesso incontreremo artefici meravigliosi, certo, ma che sono tali perché sanno creare artefatti straordinari come quelli che esistevano in passato, nell’età dell’oro.
Quante volte l’eroe trionfa perché ha accesso a un artefatto del passato, e non a un artefatto del futuro?

E naturalmente un altro tema portante è quello del ritorno allo status quo.
L’Oscuro Signore ed i suoi malvagi tirapiedi hanno calpestato le aiuole e lasciato lattine di birra e incarti di patatine ovunque, ma ora che sono stati sconfitti faremo pulizia e tutto tornerà come prima.

Ma non è sempre così’ – e nel podcast mi è parso opportuno citare l’opera di Michael Moorcock, i cui eroi non solo sono incapaci di restaurare le condizioni precedenti, ma spesso sono consapevoli che tale restaurazione sarebbe pericolosa quanto ciò che l’ha perturbata. Elric deve abbattere Melnibone, Corum deve mettere fine al mondo che ha conosciuto, Dorian Hawkmoon avrà l’orribile privilegio, nella seconda serie delle sue avventure, di vedere cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente.
L’universo narrativo di Moorcock è dinamico, ed evolve – perché la stagnazione è il male.

Ed in effetti esiste un filone di opere che hanno al proprio nucleo l’idea dell’abbattimento di questò stato di immobilità. E qui potrei cominciare col citare, come al solito, Gormenghast – perfetta rappresentazione di un universo completamente sclerotizzato, in cui i personaggi sono mere marionette, che devono replicare le azioni dei loro predecessori come registrate in infinite cronache. In Gormenghast la distruzione arriva due volte, prima con Steerpike, che trama e distrugge per ottenere il potere, e poi con Titus, che deve sconfiggere Steerpike, ma anche capire che non si può tornare indietro, e che bisogna creare qualcosa di nuovo.

Però mi dicono che Gormenghast è noioso e orribile e “non è vero fantasy”, e chi sono io per dire il contrario, giusto?
Rivolgiamo allora lo sguardo altrove.

Il primo titolo che mi viene in mente, pensando a fantasy che abbiano al loro nucleo una rivoluzione – e non una restaurazione – è probabilmente Freedom & Necessity, di Steven Brust e Emma Bull. Un fantasy storico ambientato nel 1848, ha dei rivoluzionari per protagonisti, e le grandi sollevazioni europee come sfondo.
È anche un romanzo epistolare, e pare che anche questo non sia “un vero fantasy”. E sì che ci sono anche gli elfi – forse, non è moltochiaro – e la magia, che però non si vede.

Restiamo con Steven Brust – che alcuni ricorderanno, è il fautore della “teoria della roba figa in letteratura” – che nella serie di Vlad Taltos affronta un problema interessante: cosa si può fare, per ribellarsi, in una società che è, per sua natura, immutabile?
La risposta di Vlad Taltos a questa domanda è quanto di più pragmatico – e divertente – si possa immaginare.

Mary Gentle, autrice per la quale ho una assoluta venerazione e che ha smesso di pubblicare da una ventina d’anni ha trattato spesso il tema della rivoluzione come motivo trasformativo nei suoi universi – nei racconti contenuti in Cartography, e certamente nella trilogia di Valentine White Crow, che si apre con lo straordinario Rats & Gargoyles.
Come il mondo di Taltos, spesso anche i mondi della Gentle appaiono thatcherianamente immutabili, ma è una illusione, e il cambiamento può essere tanto traumatico quanto indispensabile.

Il tema dell a rivoluzione e dell’usurpazione del trono è un tema dominante nei lavori di Karl Edward Wagner dedicati a Kane, lo spadaccino mistico. Kane è immortale per spregio nei confronti del dio che lo ha creato, ed il suo piano standard consiste nel mettersi al servizio di un potente, scalare il sistema, eliminare i vertici e diventare imperatore. Di solito non funziona benissimo.
E se il mondo di Kane è costellato di artefatti di epoche più civili (o più brutali), Kane è tuttavia un personaggio che, nella sua ricerca di una stabilità (il suo impero, con lui per sempre sul trono), opera come agente del cambiamento. Gli imperi crollano, e le circostanze cambiano.

E qui potremmo anche metterci un link commerciale (consideratevi avvertiti), visto che il ciclo completo di Kane sta per uscire in italiano, ed è tradotto benissimo.

Ma, a questo punto, potremmo dirci, se è sufficiente un eroe o anti-eroe nerboruto che calpesti coi suoi piedi calzati di sandali i troni del mondo, allora Conan lo ha fatto prima.
E non è del tutto sbagliato, e qui entriamo in un ambito interessante – è davvero rivoluzione se l’abbattimento dello status quo è dettato semplicemente dagli interessi di un singolo?
Perché Kane non è certo motivato dall’altruismo, e lo stesso possiamo dirlo per Conan.
O per l’opera di George R.R. Martin, che descrive semplicemente un a guerra di successione.

Forse dobbiamo guardare altrove.
A lavori come il recente The Unbroken, di C.L. Clark, che ha la rivoluzione addirittura nella tag line in copertina – e che è stato tradotto anche questo in italiano – quando si dice avere fortuna.
Il lavoro della Clark si inserisce in un filone che vede spesso sommovimenti politici e sociali al centro della scena. Si tratta spesso di lavori di autori e autrici appartenenti a culture diverse dalla nostra – penso a Fonda Lee col ciclo della Giada, che ha una notevole componente politica e un generale senso di insofferenza verso le strutture sociali tropo rigide, pur concentrandosi di più sulle strutture familiari che non su quelle politiche. E scopro con piacere, nel documentare questo post, che Jade City, primo volume della trilogia della Lee, è anche stato tradotto in italiano. bene.

E stiamo solo scalfendo la superficie.
La necessità di un cambiamento, insieme con l’impossibilità di ripristinare una ipotetica età dell’oro perduta in un’epoca precedentre, sembra essere un tema sempre più diffuso nel fantastico – come sempre uno specchio deformante della realtà in cui viviamo. Ci si puà guardare attorno, e si troveranno decine di storie – alcune più interessanti di altre – che vale la pena leggere.

E poi sì, naturalmente c’è il libro sulla più grande e ironica delle rivoluzioni, quella che portò Mahasamatman a sfidare gli dei.
Ma lui preferiva fare a meno del Maha e dell’-atman, e si faceva chiamare semplicemente Sam…

Ma quello naturalmente non è davvero fantasy. È fantascienza.

Magari ne riparleremo.


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La logistica di Cartagine

(questo post è anche disponibile, gratuitamente, sulla mia pagina Patreon)

Rats and Gargoyles di Mary Gentle (Il tramonto degli dei in Italia, perché noi valiamo), è uno dei miei romanzi preferiti di sempre, e Mary Gentle è sempre stata nella lista di autori dai quali spero, un giorno, di imparare qualcosa.
Ciò che trovo particolarmente attraente, nel lavoro della Gentle, è l’idea che il lettore debba fare il proprio lavoro: ragionare, collegare i punti, riempire gli spazi vuoti. Questo è parte di ciò che rende la Gentle tanto “difficile” ma anche, io credo, tanto gratificante per coloro che hanno la voglia di affrontarne la lettura.

Nei giorni passati ho ricevuto in regalo una copia di Cartomancy, il volume che riunisce tutta la narrativa breve dell’autrice (escludendo le storie della serie di White Crow, che si trovano in un volume aparte). Si tratta di una delle molte raccolte di racconti che mi sono arrivate per il mio compleanno – e ho pensato… perché non fare un pezzo su ciascun racconto?
E perché non cominciare proprio con le storie in Cartomancy? ( e se interessa lo trovate qui)

Proviamo.

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Dieci Libri #5 – Mary Gentle

E così siamo arrivati alla metà ipotetica di questa serie, e le cose cominciano a farsi complicate – non perché io abbia una carenza di titoli da inserie, anzi, ma perché i confini cominciano a farsi sempre più sfumati. Devo escludere la saggistica? Posso inserire un libro di cucina?

Ma quelli sono problemi che affronteremo quando verrà il momento. Ora abbiamo a portata di mano un bel volumone spesso e impegnativo, White Crow, di Mary Gentle. Ma è un po’ più complicato di così…

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Storico sì, ma forse non fantasy

Questo è un post che dovevo da tempo alla mia amica Chiara, che sta di là nel Braccio Femminile del Blocco C.
Si tratta di un post che porta avanti la nostra lunga e abbastanza confusa chiacchierata a distanza sul fantasy storico.
Una sorta di piano bar del fantastico, ma per due pianoforti in due stanze separate.
Sarebbe piaciuta a Scarlatti, come cosa.

FrtizLeiberLeggevo qualche settimana addietro una bella intervista rilasciata da Fritz Leiber a Darrell Schweitzer, una delle ultime interviste di Leiber.
È noto che a Leiber si deve la definizione di sword & sorcery, quel particolare sottogenere del fantasy che viene anche definito a volte low fantasy – storie di personaggi non esageratamente nobili, che affrontano minacce non esageratamente globali per scopi non esageratamente altruistici.
Leiber stesso, naturalmente, contribuì un testo definitivo alla sword & sorcery con le storie di Fafhrd e del Gray Mouser.
E in un bel colpo di teatro – Leiber fu attore shakespeareano, dopotutto – il vecchio Fritz spiazza Schweitzer negando di aver mai scritto fantasy.

Io ho sempre scritto narrativa sovrannaturale, orrore sovrannaturale. Non fantasy.

E non ha mica tutti i torti.
Ma, qual’è la differenza fra la narrativa sovrannaturale e il fantasy? Continua a leggere


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Tutta un’altra storia

0.053977001385629786_parsnaz_irProviamo a mettere giù ancora qualche idea su storia e narrativa d’immaginazione.

C’eravamo lasciati, dopo l’ora d’aria, qui nel Blocco C, con la questione di cosa cerchino autore e lettore in una narrativa storica.

E la mia interlocutrice a distanza, sul suo blog, non ha mancato di metter giù un elenco articolato e piuttosto esaustivo di cosa possano cercare autori e lettori nel romanzo storico.
Ottimo pezzo – leggetelo.
Fatto?
Bene.

Ora vi chiedo di apprezzare il mio problema – perché il post di Chiara mi piace molto, e lo condivido in pieno e non c’entra assolutamente nulla con ciò che scrivo o con ciò che leggo quando scrivo o leggo fantasy. Continua a leggere


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Complicata, noiosa e morta da trent’anni

Qualche sera fa, su un canale televisivo nazionale, un noto autore di letteratura d’immaginazione nostrana mi ha spiegato che la fantascienza non tira più perché ormai

a . è troppo complicata
b . è troppo noiosa
c . da trent’anni non emergono nuovi autori validi

Se lo avesse detto un qualsivoglia signor nessuno (un blogger come me, per dire), la cosa farebbe semplicemente ridere, e sarebbe sintomo di scarsa dimestichezza con ciò di cui si vuol parlare.
Il fatto che si tratti dell’opinione divulgata pubblicamente di un autore piuttosto popolare ed apprezzato è francamente inquietante.
Ancora di più se aggiungiamo che la stessa trasmissione televisiva ha passato nelle settimane precedenti opinioni simili ventilate da uno dei curatori della maggiore rivista di fantascienza nel nostro paese, e dal principale editore di genere nel nostro paese.

L’ennesimo necrologio del mio genere d’elezione mi sorprende in particolar modo in questa lunga estate calda.
Perché mi basta spegnere il televisore e guardare cosa ho sul mio scaffale in lista di lettura, appena finiti o pronti per essere incominciati…

Quattro libri. Continua a leggere


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Studiosi & Soldati

Nellla primavera del 1999 mi trovavo a passare, nelle prime ore del pomeriggio, per Piazza Madama Cristina, a Torino, scansando i mucchi di pattume lasciati dal mercato del mattino e cercando di evitare le pozzanghere lasciate dal temporale che aveva imperversato per gran parte della mattinata.
Camminavo spedito, puntando verso Via Accademia Albertina.
L’aggressore mi arrivò addosso da sinistra e dietro, correndo.
E mentre con una spallata mi sbatteva verso una delle colonne della tettoia del mercato, con la sinistra (presumo) mi strappava via la tasca sinistra della giacca.
Rimettendomi in piedi dal mucchio di gambi di sedano e foglie di cavolo ed altra verzura marcescente che aveva attutito la mia caduta, lo vidi allontanarsi di corsa verso Corso Vittorio, stringendo ciò che aveva arraffato dalla mia tasca lacerata.Rats & Gargoyles
Una sagoma smagrita e frenetica, con in pugno una copia in paperback, edizione Roc, di Rats and Gargoyles, di Mary Gentle.

Da dieci anni mi domando se davvero l’imbecille mi aveva strappato una giacca, causato varie contusioni e rovinato un paio seminuovo di jeans, macchiati e squarciati su un ginocchio, credendo davvero che io girassi con in tasca un portafogli delle dimensioni di un tascabile di 400 pagine (eh, magari!), o se per caso non si trattasse di un misterioso bibliofilo sociopatico, un collezionista di libri rubati o, peggiore delle ipotesi, un fratello in spirito, appassionato dell’opera di Mary Gentle.
Mentre riprendevo zoppicando la mia marcia verso via Cavour, potevo solo consolarmi per il fatto di avere un’altra copia (identica a quella rubata) del medesimo libro, a casa.

Questo è un pezzo fatto a richiesta, una sorta di prestazione da piano-bar del fantastico.
Ma poi, non è così male, come idea, quella del piano-bar dell’immaginario.
E se IguanaJo mi scrive…

Invece ti chiedevo se hai voglia di approfondire il discorso su White Crow.
Io l’ho provato a leggere dopo essermi innamorato di Ash, ma l’ho mollato a metà del secondo racconto. Probabilmente il mio inglese non era (non è) all’altezza della prosa della Gentle perché ricordo di aver sputato i classici pallini per cercare di dare un senso a quanto leggevo (cosa che invece con Ash, letto sempre in lingua originale non era successa). Ora giace nel limbo dei libri che prima o poi riprenderò in mano, ma se insisti un po’ potrebbe scavalcare qualche altro volume in attesa.

… chi sono io per frappormi sulla strada della vera conoscenza?

Ho scoperto Mary Gentle attraverso Hawk in Silver, citato da Michael Moorcock nel suo saggio Wizardry and Wild Romance, il classico studio pubblicato dall’autore inglese sul linguaggio ed i temi del fantastico.
Doveva essere più o meno il 1990.
Il primo incontro con Valentine White Crow avvenne in condizioni meno che ideali, attraverso la traduzione di Rats and Gargoyles pubblicata da Fanucci, che trovai assolutamente incomprensibile.
Quella prima impressione venne spazzata via dai racconti dell’eccellente Scholars & Soldiers, e dalle risate sgangherate strappatemi sul tram da Grunts!, per cui decisi di provare a rileggere R&G, questa volta in originale.
E scoprii un altro mondo.

Letteralmente, un altro mondo.
Mary Gentle ha lungamente sostenuto che Rats & Gargoyles non è un romanzo fantasy, bensì un romanzo di fantascienza.
L’azione si svolge in una città servita da treni (a vapore?), e che occupa una porzione consistente di un intero universo; la scrittura è considerata inaffidabile ed è illegale mettere per iscritto documenti ufficiali, la cultura e gran parte della tecnologia sono di tipo tardo rinascimentale, la bussola mostra cinque punti cardinali, complanari e perpendicolari gli uni agli altri.
Già, 5 angoli da 90°.
Il governo discende direttamente da divinità immanenti, ed è amministrato da una elite di ratti giganti e antropomorfi (che molto debbono ai ratti di Lankhmar).
E la Natura non imita l’Arte (o viceversa) semplicemente perché Natura ed Arte sono la stessa cosa.
Molto semplicemente (si fa per dire) l’azione si svolge in un universo governato da regole ferree, ma non quelle della fisica newtoniana, bensì quelle dell’alchimia e della magia ermetica.
La stessa Gentle ha osservato…

It just isn’t the science you are probably used to. I was besotted with the early 17th century world view, especially that part of it called Hermetic science, which says that the world works on magical patterns and resonances, but it works predictably, scientifically.

Alla base della narrativa di Mary Gentle si trova un’arroganza che non può non rendermi simpatica l’autrice.
Si tratta dell’arroganza di sostenere che se il lettore non è abbastanza sveglio e colto per cogliere tutti i riferimenti e costruirsi così un’immagine esatta dell’ambientazione, della società, delle regole del gioco… beh, è un problema suo.
In questo senso, la Gentle si inserisce nello stesso filone di autori come Gene Wolfe o M. John Harrison, che a partire da un universo perfettamente formato e definito, narrano storie nelle quali solo accenni al background vengono forniti, il minimo indispensabile per garantire una narrativa realistica.
Il resto – che c’è, nella testa o negli appunti dell’autore – deve essere ricavato per induzione, ricomposto come un puzzle, decriptato da riferimenti obliqui e, spesso, velati d’ironia.
Se tutto ciò può risultare spossante – specie per lettori abituati ad un certo fantastico precotto con tanto di mappa, dizionario elfico e appendici esplicative – dall’altra parte lo sforzo viene premiato più che abbondantemente, ed il romanzo diventa un luogo da visitare più volte, per scoprire ogni volta un nuovo elemento, una nuova possibile interpretazione.

Se Rats & Gargoyles obbliga il lettore a un buon numero di prove di forza – sorvoliamo sul linguaggio, usato in maniera strumentale per acuire il senso di estraneità del mondo in cui ci troviamo – gli altri lavori del ciclo di White Crow sono costruiti per spiazzare ulteriormente i lettori più pigri.
Se infatti i personaggi rimangono uguali a se stessi, ed ogni nuova avventura aggiunge semplicemente sfaccettature alla loro caratterizzazione, gli universi in cui si muovono cambiano da una storia all’altra.The Architecure of Desire
The Architecture of Desire sposta l’azione in un mondo capovolto nel quale la storia della Restaurazione Britannica si svolge contrapponendo una Regina Carolina ad una Lady Protettrice Olivia; ma questo non è il Mirror Universe di Star Trek…

Part of The Architecture of Desire comes from Hobbes’ Leviathan, that wonderful attempt to answer the perennial question: how do we organise society so that we can have a social life, without organised violence making a total hash of it?

Left to HIs Own Devices si svolge invece in un mondo moderno, forse venti minuti nel futuro, e solidamente thatcheriano, per quanto gli ideali rinascimentali non risultino mai troppo lontani.
Se vi piacciono le etichette, è cyberpunk.

Valentine, Casaubon e gli altri comprimari della serie scivolano da un universo ad un altro (spesso all’interno dello stesso romanzo – ma bisogna essere veloci nel cogliere il passaggio!) in maniera non troppo diversa da Jerry Cornelius e compagni nelle storie dell’Assassino Inglese di Mike Moorcock. Si comportano come una compagnia di attori della commedia dell’arte, uguali a se stessi, familiari e prevedibili (entro certi limiti) indipendentemente dalla storia in cui sono coinvolti.

Il fatto che Mary Gentle sia estremamente ferrata in campo storico garantisce tanto la qualità dei riferimenti quanto la qualità delle alternative offerte dall’autrice.
Non senza le solite trappole per chi non si impegna…

And since it was background, I didn’t bother to mention it. It’s just more of the same thing: needing to make a story believable to me before I can write it. It didn’t occur to me that the reader would need to know it too.

La narrativa di Mary Gentle infrange tutte le buone regole:
. il linguaggio non è neutro e trasparente
. la sequenza narrativa non segue un plot lineare
. i dialoghi sono ellittici
. abbondano i riferimenti ad eventi sconosciuti al lettore, o non ancora presentati nella narrativa.

Non c’è la mappa.
Non ci sono gli elfi.
Non ci sono le foreste oscure e silenziose.
Non c’è l’oscuro signoredi turno.
Gli hobbit (in Grunts!) sono bastardi incestuosi e malevoli.
Gli dei sono sfingi – in tutti i sensi.

E non si tratta di fantasy, nonostante ciò che gli editori si ostinano a spiaccicare sulle quarte di copertina.
Invece no – il ciclo di White Crow, così come Ash (che ha messo a disagio i candidi lettori di fantasy nostrani per il suo frasario da caserma), come il ciclo degli Orthe (con la sua fantascienza terzomondista e la sua storia alternativa), come il perfido Sundial in a Grave (con il suo pastiche di Dumas e di Shogun), è fantascienza.
O se siete ancora nervosi, chiamatela narrativa d’immaginazione.
Ma gli editori proprio non ce la fanno.
E dobbiamo capirli, poverelli – non vogliono confondere i lettori, che sono (ai loro occhi, per lo meno) ancor più poverelli di loro.
Perciò, spade? Fantasy.

Ecco, Mary Gentle rispetta i propri lettori.
Ammettendo che alcuni non ce la faranno ad arrivare fino in fondo.
Ma si tratterà comunque di una loro scelta.

Addendum:
I più interessati possono trovare un paio di interviste alla Gentle qui, e qui.
Ed un articolo critico su White Crow qui.

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