strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Due sole chiavi

Trovo questa frase pubblicata da Caitlin Rebekah Kiernan, e mi pare che centri in pieno un sacco, ma proprio un sacco di problemi.
E di soluzioni.

Se avessi un figlio – che non ho e, nel bene e nel male, non avrò mai – gli o le insegnerei questo: ci sono due cose, solo due cose che devi imparare, ed avendole imparate sarai in grado di fare qualunque cosa tu desideri. Oh. Potresti non essere in grado di guadagnarti da vivere con qualsiasi cosa tu desideri. Ma avrai i mezzi intellettuali. Impara a leggere e impara la matematica, ed il mondo potrà, in teoria, essere tuo.

Beh, lo sottoscrivo in toto.
Io ho imparato a leggere bene fin da subito.
Con la matematica è stato un po’ più complicato.
Ma senza queste due chiavi, dove sarei ora?

Che bello sarebbe poi, se ci spiegassero che la matematica e la musica sono due espressioni diverse dello stesso linguaggio!
Leggere, far di conto e suonare.

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Il libro giusto, nel momento sbagliato

Ma alla fine, mi è piaciuto?
Non lo so.

Per l’ultima uscita a Urbino, mi sono portato – fedele alla linea – un bel paperback spesso.
Popco, di Scarlett Thomas, è unbel tomo di oltre 500 pagine, con una copertina un po’ troppo astratta per i miei gusti, e le pagine bordate di blu elettrico.
Della Thomas mi hanno parlato molto bene di The End of Mr Y, ma Popco mi acchiappava di più, col suo vago sentore di romanzo cospirativo.
E così, Popco sia – due serate di lettura, neanche spiacevole.

Di cosa si tratta.
Della storia che si svolge durante un campo di brainstorming per dipendenti di un’azienda produttrice di giocattoli.
È stata identificata una fascia di pubblico che rimane impervia al marketing aziendale, ed i dipendenti più brillanti e “insoliti” vengono riuniti in una villona a Darthmoorper sviluppre un prodotto-killer, ed una strategia-killer per venderlo.
La protagonista ha un background insolito – è cresciuta coi nonni, matematici legati alla squadra di crittografia di Bletchley Park, ha passato quasi tutta la vita a risolvere rompicapi matematici – un feroce atteggiamento anticonformista ad oltranza e una certa confusione nella propria esistenza.
La permanenza al campo di studio la porterà a mettere in questione la moralità di chi le paga lo stipendio, ed a scoprire tutta una serie di spiacevoli segreti.

Ma la trama è, di fatto, un pretesto.
Il romanzo della Thomas – uscito nel 2004 – è in effetti un costrutto memetico studiato a tavolino, con lo scopo dichiarato di veicolare tutta una serie di idee che dovrebbero portare il lettore a riflettere sullo strapotere del marketing, e sulla natura manipolativa dell’economia contemporanea.
Frattanto, impariamo un sacco di storia della matematica, e un sacco di matematica, ed anche parecchie cose su crittografia.
E marketing.
E non è neanche una cattiva idea.
Ed infatti il romanzo ha ricevuto recensioni più che positive presso la stampa britannica, e gode di un “cult following” in patria.

Nel mio caso, tuttavia, il libro non funziona particolarmente bene.
Il metatesto storico-matematico mi riserva ben poche sorprese – sono cose che conosco già.
Alan Turing? Fatto.
Il Manoscritto Voynich? (Ah!!) fatto, fatto eccome.
La Macchina Enigma? Fatto.
Charles Babbage? Vogliamo scherzare?
Al contempo, la diffidenza nei confronti del mondo corporativo, frutto di una lunga carriera come freelance, ed una lunga associazione con elementi che vivono di cospirazione, è ormai ben radicata nel mio modo di leggere la realtà.
No Logo? Letto.
Totnes? Fatto.
Mattel vs Hasbro? Fatto.
Hello Kitty? Appunto…

Ciò mi lascia solo con la trama, che da sola è un po’ pochino.
Bella la storia di pirati.
Il resto è un po’ prevedibile.

Insomma, Popco è un bel romanzo.
Ben scritto.
Con delle ottime idee.
Ed animato da un intento completamente condivisibile.
é il classico romanzo ediucativo, solo che l’educazione veicolata non è quella mainstream.
È una lettura piacevole.

A meno che non siate dei geek quarantenni.
In quel caso, The Invisibles di Grant Morrison farebbe di più al caso vostro.
Ma naturalmente lo avete già letto.


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Numb3rs

Non solo scrivere di ciò che ci piace ci porta a scrivere meglio, a trasferire parte del nostro entusiasmo sulla pagina.
No.
Uno dei lati divertenti dello scrivere un libro su un argomento che ci affascina è che è possibile leggere un sacco di materiale su quell’argomento, ma proprio un sacco, durante quelle che sono le ore lavorative, divertendosi a morte e comunque fiscalizzando il tutto come ricerca.
Solving Crime with Mathematics Cover
È così che, come parte della ricerca per il mio prossimo libro di divulgazione hard sulla statistica, mi sto sollazzando il piacevole, piacevolissimo The Numbers Behind Numb3rs, un dotto saggio di Keith Devlin e Gary Lorden che combina matematica e criminologia, discutendo della realtà alle spalle degli episodi della serie televisiva Numb3rs.
Utile e dilettevole.

Ammetto di aver sempre apprezzato Numb3rs.
Scherziamo – una serie Tv in cui compaiono insieme il Dottor Fleischmann di Northern Exposure, Mr Universe di Serenity e Galen di Dragonslayer?
E poi la scienza e gli scienziati vengono trattati con rispetto, la matematica è credibile e spiegata in maniera divertente, le trame sono ben costruite.
CSI lo lascio ai tecnocrati.

La Stampa, quotidiano torinese e fonte inesauribile di divertimento trasversale, ha dedicato un articoletto al nuovo “fenomeno” pochi giorni or sono, senza rinunciare ai toni da rivista del liceo…

C’erano una volta i secchioni, i primi della classe, evitati, aborriti,
ma anche invidiati. Sgobboni, amati dai prof, detestati da tutti gli
altri, schifati dalle ragazze. Buoni solo in vista dell’esame o del
compito in classe. Palliducci, gracili, spalle strette, occhiali
(spesso) spessi. Grigi come i loro abiti. Ma con pagelle luminose.
Nessuno voleva essere un secchione. Neppure i diretti interessati.

Questa sola frase meriterebbe un saggio di sociologia.
È indiscultibimente vera – e ne vediamo le conseguenze – ma approfondire un poco…
E invece l’autrice prosegue, dopo un’agghiacciante sbandata su La Pupa e il Secchione (cosa c’entra?), con una carrellata di serie televisive nelle quali i nerd la fanno da padroni.

Il primo ad affacciarsi è stato quel Charlie Epps, genio della
matematica prestato alle indagini poliziesche di Numb3rs per via del
fratello agente Fbi. La mente e il braccio. Abilissimo a maneggiare
numeri e algoritmi, teorie e simulazioni, è la pratica che frega
Charlie. Che è pure simpatico, con una vena di distorto umorismo, ma
certo lontano da ogni stereotipo di bellezza.

Bellezza.
Eh, già – è su quello che si fa o si disfa il successo di una serie televisiva.
È l’unico elemento che conti, l’unico criterio di riferimento.
E poi si chiude col botto…

In America il genere impazza perché sono tanti gli adolescenti che si
sentono nerd e sognano una rivincita nel loro garage, tentando di
emulare quei supergeek che sono stati Steve Jobs, Bill Gates o Larry
Page.

Bla bla bla…
Possibile che La Stampa riesca a ridurre qualsiasi cosa a sesso e danaro – o al desiderio inappagato per entrambi?
C’è uno psicanalista in sala?

Eppure sarebbero altri, i discorsi da fare sul successo di una cosa come Numb3rs…
Curioso, ad esempio, che una serie come Numb3rs venga prodotta in un paese – gli Stati Uniti – che hanno in quiesto momento un tasso di analfabetismo matematico paragonabile a quello italiano.
O forse non è poi così curioso – se pochi conoscono la materia, l’uso della medesima per scopi spettacolari risulta più facile.
Resta il problema del perché l’insegnamento della matematica risulti tanto traumatico, se l’argomento può risultare affascinante una volta tramutato in narrativa.
Dov’è il problema?
È perchè l’insegnamento viene condotto essenzialmente da ricercatori falliti (matematici, fisici)?
È perché l’insegnamento manca di una dimensione pratica che permetta di valutarne immediatamente l’utilità?
È perché l’insegnamento manca di una dimensione ludica, che coinvolga ed intrattenga gli studenti invece di annoiarli a morte?
Mistero.

Io intanto mi leggo il libro, e prendo appunti su cosa rubare, cosa imitare, cosa cercare di fare meglio.
Poi, nottetempo, scrivo.


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Matematica

Buon vecchio Professor Arzarello.
Insegnava matematica a Geologia, quando io ero al primo anno.
Il suo esame – lo ammetto – l’ho rubato malamente, superando Per Grazia Ricevuta due esoneri su tre e dando una prova dignitosa ma poco più all’orale.
Un buono, il professor Arzarello.
Oggi l’ho rivisto, come un’apparizione mariana, su TG3 Leonardo – uno degli angusti spazi che la TV lascia alla scienza.
Buon vecchio Professor Arzarello.
Sembrava di vent’anni più giovane rispetto a quando insegnava da noi.
Era in TV perché ci siamo accorti che le iscrizioni ai corsi di Matematica sono sempre meno, che soprattutto alle Scuole Medie la matematica fa acqua, e che gli italiani in genere di matematica ne masticano proprio poca.

Il motivo?
Secondo il mio vecchio prof è che la matematica – come chimica, fisica e le altre “scienze dure” – è difficile.
Tocca studiarla.
Si fa fatica.
Eh, già – perché noi geologi invece ci limitavamo a passeggiare per i prati.
Succede a noi che bazzichiamo quelle che, immagino, si chiamano “scienze molli”.
Non tocca studiarle, non si fa alcuna fatica, non vi è alcuna sfida concettuale.

Anche i grandi, evidentemente, non sono esenti da sciocchi pregiudizi.

Io tuttavia avrei una ipotesi alternativa, con buonapace del mio vecchio prof (che oggi scopro lanciato, con una breve ricerca in internet, in una quantità di iniziative legate alla didattica): non sarà che, come accade per tante altre materie, anche la matematica è stata affidata ad insegnanti – di tutti i livelli – assolutamente incapaci di comunicare il fascino della materia che dovrebbero insegnare?
Non sarà che, come certi insegnanti di lettere ti fanno prendere in uggia la parola scritta, certi insegnanti di matematica ti portano ad odiare anche i numeri civici?

Ad esempio: al secondo anno di liceo, la mia insegnante di matematica mi disse, il primo giorno di lezione, che i miei insegnanti precedenti avrebbero dovuto vergognarsi di aver fatto arrivare un idiota come me alle scuole superiori.
Non ricordo il nome di quella signora.
Ripetei l’anno e cambiai scuola.
Ricordo però lunghe noiosissime ore passate a ricopiare dalla lavagna scarabocchi impossibili trasmessi come oggetto di fede incondizionata, concetti sospesi in un vuoto mai toccato dalla realtà, astrazioni assolute.
Prive di spiegazione, di giustificazione, di applicazione.
Prive di storia.
Ho ancora il quaderno di quell’anno – pagine e pagine di formule incomplete, appunti che si smorzano e si perdono nell’incoerenza…
Sarebbe stato così difficile fare degli esempi pratici – come fecero i miei insegnanti successivi, come fece proprio Arzarello nelle tetre aule di Palazzo Campana e nei sotterranei di Via Pietro Giuria?
sarebbe statocosì difficile insegnare?

Perché la matematica è divertente.
Ed iol’ho scoperto soprattutto fuori dalle aule unievrsitarie, leggendo libri nei quali ai concetti – spesso, è vero, difficilissimi – si associavano una prosa ed una capacità divulgativa che raramente avevo incontrato in ambiente istituzionale.
Il mitico Practical Statistics Simply Explained di Langley – pieno di buon senso e di esempi risolvibili sul momento con carta e matita, scritto nel passato nebuloso prima che i computer sveltissero le operazioni, e diretto a persone che con quei concetti avrebbero dovuto lavorarci.

Quindi, si, la matematica costa fatica.
E’ una scienza dura.
Ma nella nostra scuola, come molte altre materie, è spesso affidata a incompetenti.
Forsei matematici eccelsi – ma pessimi insegnanti.
Anche insegnare è una cosa che si impara – esistono dei manuali (io consiglio i libri di Phil Race).


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Ciao, Rudi!

Finesettimana.
Non ci si occupa di lavoro.
E’ una regola scolpita nel granito.
Anche se….

Non sto leggendo Rudi Simmetrie per lavoro, anche se la teoria dei gruppi, l’argomento centrale del volume di Rodolfo Clerico e Piero Fabbri (curato da Francesca Ortenzio) – è abbastanza vicina al genere di matematica che io debbo bazzicare per lavoro.
E non sto leggendo Rudi Simetrie per dovere di scuderia, anche se il volume è pubblicato da CoopStudi, che pubblica le mie farneticazioni, i miei racconti, le mie traduzioni – fatto che mi ha permesso di avere anche un piacevole sconto sul comunque moderato prezzo di copertina (17 euro).

No, sto leggendo Rudi Simmetrie perché è un bel libro, scritto bene, complicato e difficile, di quelli che scrostano il cervello dall’accumulo di porcherie semplicistiche che ci si accumulano, ed ha l’effetto di una bella corsa in salita di prima mattina – elimina i radicali liberi, sfianca ma poi ci fa sentire meglio.
Difficile da classificare.
Divulgazione? Troppo difficile.
Storia della scienza? Troppe formule.
Matematica? Troppe chiacchiere.
Ma bisogna davvero classificarlo?

Il libro raccoglie una breve summa dell’opera dei cospiratori che si raccolgono sotto alla bandiera di Rudi Mathematici.
Hanno un sito internet.
Pubblicano una rivista elettronica.
Sono la dimostrazione che esiste vita intelligente oltre la laurea.

E con Rudi Simmetrie, me li posso anche portare anche sul tram…
Non che durante questo finesettimana io conti di prendere un tram, ovviamente.