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Muffy Birnbaum

George Alec Effinger rimane una delle voci più interessanti del cyberpunk.
Si può discutere a lungo (trattandosi a tutti gli effetti di un flame-bait certificato) che il suo lavoro sul ciclo di Marid Audran (tre romanzi ed una raccolta di racconti) rappresenti, pur con alcuni difetti, il corpus più consistente e soddisfacente di letteratura cyberpunk delle origini.
E poi c’è Maureen Birnbaum.

Appartenente ad una ricca famiglia ebraica americana e solida rappresentante della cultura preppie, Maureen pare dotata di uno strano potere – quello di sganciarsi dal proprio corpo e viaggiare astralmente verso altri mondi ed altri tempi.
Nel corso di una serie di avventure progressivamente sempre più ridicole, Muffy Birnbaum avrà perciò modo di visitare Barsoom e Pellucidar, il futuro post-atomico degli Horseclans, le lande oniriche del mito di Cthulhu e il pianeta sul quale si svolge NIghtfall, di Isaac Asimov (che apparentemente ne fu alqwuanto divertito), e le leggende del Grail e di Robin Hood.
Sempre, naturalmente, con l’incrollabile capacità di cavarsi d’impiccio, una punta alquanto aguzza di femminismo e il desiderio di trovare, ed alla svelta, la prossima campagna di saldi.

Effinger apparentemente creò Maureen Birnbaum ad uso privato – come personaggio per un paio di racconti da far circolare fra le fanzine, o da leggere alle convention – e solo successivamente venero ristampati in varie riviste ed antologie.

Il successo fu tale, tuttavia, da portare allo sviluppo di un intero ciclo di racconti dedicati a Muffy Birnbaum, raccolti in un volume uscito nel 1993 e mai ristampato, Maureen Birnbaum, Barbarian Swordperson.
Il volume è impreziosito da annotazioni di Effinger e dalle illustrazioni di Ken Kelly (che fece anche la copertina).

Ciò che è interessante, nelle storie di Maureen Birnbaum, a parte gli ovvi meccanismi comici dati dalla presenza di un simile personaggio nei mondi eroici, testosteronici e roboanti della fantascienza classica, è l’amore, l’affetto e la familiarità dimostrati da Effinger per gli scenari nei quali Muffy viene a trovarsi.
Effinger conosce e rispetta la narrativa di Burroughs o di Adams, o di Lovecraft, o di Asimov – ed è questo rapporto personale che rende le storie di Muffy Birnbaum così efficaci.
Lo stesso discorso si potrebe fare per autori quali Douglas Adams, Terry Pratchett o anche il vecchio Ron Goulart.
Facevano e fanno ridere perché riescono a capovolgere concetti e cliché – ma per far ciò, devono attingere ad una profonda affinità col genere.

Resto sempre un po’ di sale quando leggo, qua e là, che c’è chi scrive di robot e androidi senza aver letto Asimov e Dick, o narrativa fantasy senza avere letto Howard o Tolkien.
C’è questa strana idea, che a conoscere i nostri antenati letterari, si possa subire un “inquinamento del linguaggio”.
Come se le loro idee e il loro modo di scrivere potessero possederci (magari fosse così, in certi casi).
Oppure si guarda alla vecchia guardia con benevola superiorità.
George Alec Effinger ha contribuito a rivoluzionare la fantascienza, ma non aveva dimenticato le proprie radici.
E le amava abastanza da creare Muffy Birnbaum per irriderle.