strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


10 commenti

Fantasy e rivoluzione

Questo è un pezzo del piano bar del fantastico.
Nell’ultima puntata di Chiodi Rossi è venuta fuori – come a volte accade – una breve ma interessante divagazione. Più interessante, forse, di quanto potesse esserli l’episodio in sé. E da questa divagazione è arrivata una domanda, e ora proviamo a rispondere.

Uno degli elementi che spesso il mio complice Germano Hell Greco sottolinea, nei momdi fantastici che ci capita di visitare nel podcast, è l’assenza di un progresso tecnologico – è come se la presenza della magia arestasse lo sviluppo tecnologico del mondo, congelandolo non solo a livello scientifico ma anche, molto spesso, a livello sociale. Un medioevo eterno, o un eterno rinascimento.
Curioso quest’ultimo elemento, se consideriamo che il rinascimento è un periodo ricco di scoperte e riscoperte, e di trasformazioni.

Non così, molto spesso, nel fantasy classico.
OK, stiamo generalizzando, ma uno dei motivi, io credo, è che le idee scientifiche non sono il dominio del fantasy, che è invece il dominio delle scelte etiche e morali. Non materia ed energia, ma bene e male sono all’opera in questi mondi – e quindi ciò che interessa, a livello tematico gli autori non è lo sviluppo tecnologico, ma lo sviluppo morale dei loro mondi.
Dobbiamo sconfiggere l’oscuro signore, respingere i demoni nel loro inferno.
Costruire una caffettiera più efficiente, o creare un vascello spaziale che ci porti sulla luna, non ha nulla a che vedere con queste storie.

Per questo abbiamo spesso a che fare con dei mondi stagnanti – mondi che sono immutabili da millenni, in cui sconfiggere il male significherà tornare indietro, ai bei tempi prima che il male sorgesse a Occidente. Spesso incontreremo artefici meravigliosi, certo, ma che sono tali perché sanno creare artefatti straordinari come quelli che esistevano in passato, nell’età dell’oro.
Quante volte l’eroe trionfa perché ha accesso a un artefatto del passato, e non a un artefatto del futuro?

E naturalmente un altro tema portante è quello del ritorno allo status quo.
L’Oscuro Signore ed i suoi malvagi tirapiedi hanno calpestato le aiuole e lasciato lattine di birra e incarti di patatine ovunque, ma ora che sono stati sconfitti faremo pulizia e tutto tornerà come prima.

Ma non è sempre così’ – e nel podcast mi è parso opportuno citare l’opera di Michael Moorcock, i cui eroi non solo sono incapaci di restaurare le condizioni precedenti, ma spesso sono consapevoli che tale restaurazione sarebbe pericolosa quanto ciò che l’ha perturbata. Elric deve abbattere Melnibone, Corum deve mettere fine al mondo che ha conosciuto, Dorian Hawkmoon avrà l’orribile privilegio, nella seconda serie delle sue avventure, di vedere cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente.
L’universo narrativo di Moorcock è dinamico, ed evolve – perché la stagnazione è il male.

Ed in effetti esiste un filone di opere che hanno al proprio nucleo l’idea dell’abbattimento di questò stato di immobilità. E qui potrei cominciare col citare, come al solito, Gormenghast – perfetta rappresentazione di un universo completamente sclerotizzato, in cui i personaggi sono mere marionette, che devono replicare le azioni dei loro predecessori come registrate in infinite cronache. In Gormenghast la distruzione arriva due volte, prima con Steerpike, che trama e distrugge per ottenere il potere, e poi con Titus, che deve sconfiggere Steerpike, ma anche capire che non si può tornare indietro, e che bisogna creare qualcosa di nuovo.

Però mi dicono che Gormenghast è noioso e orribile e “non è vero fantasy”, e chi sono io per dire il contrario, giusto?
Rivolgiamo allora lo sguardo altrove.

Il primo titolo che mi viene in mente, pensando a fantasy che abbiano al loro nucleo una rivoluzione – e non una restaurazione – è probabilmente Freedom & Necessity, di Steven Brust e Emma Bull. Un fantasy storico ambientato nel 1848, ha dei rivoluzionari per protagonisti, e le grandi sollevazioni europee come sfondo.
È anche un romanzo epistolare, e pare che anche questo non sia “un vero fantasy”. E sì che ci sono anche gli elfi – forse, non è moltochiaro – e la magia, che però non si vede.

Restiamo con Steven Brust – che alcuni ricorderanno, è il fautore della “teoria della roba figa in letteratura” – che nella serie di Vlad Taltos affronta un problema interessante: cosa si può fare, per ribellarsi, in una società che è, per sua natura, immutabile?
La risposta di Vlad Taltos a questa domanda è quanto di più pragmatico – e divertente – si possa immaginare.

Mary Gentle, autrice per la quale ho una assoluta venerazione e che ha smesso di pubblicare da una ventina d’anni ha trattato spesso il tema della rivoluzione come motivo trasformativo nei suoi universi – nei racconti contenuti in Cartography, e certamente nella trilogia di Valentine White Crow, che si apre con lo straordinario Rats & Gargoyles.
Come il mondo di Taltos, spesso anche i mondi della Gentle appaiono thatcherianamente immutabili, ma è una illusione, e il cambiamento può essere tanto traumatico quanto indispensabile.

Il tema dell a rivoluzione e dell’usurpazione del trono è un tema dominante nei lavori di Karl Edward Wagner dedicati a Kane, lo spadaccino mistico. Kane è immortale per spregio nei confronti del dio che lo ha creato, ed il suo piano standard consiste nel mettersi al servizio di un potente, scalare il sistema, eliminare i vertici e diventare imperatore. Di solito non funziona benissimo.
E se il mondo di Kane è costellato di artefatti di epoche più civili (o più brutali), Kane è tuttavia un personaggio che, nella sua ricerca di una stabilità (il suo impero, con lui per sempre sul trono), opera come agente del cambiamento. Gli imperi crollano, e le circostanze cambiano.

E qui potremmo anche metterci un link commerciale (consideratevi avvertiti), visto che il ciclo completo di Kane sta per uscire in italiano, ed è tradotto benissimo.

Ma, a questo punto, potremmo dirci, se è sufficiente un eroe o anti-eroe nerboruto che calpesti coi suoi piedi calzati di sandali i troni del mondo, allora Conan lo ha fatto prima.
E non è del tutto sbagliato, e qui entriamo in un ambito interessante – è davvero rivoluzione se l’abbattimento dello status quo è dettato semplicemente dagli interessi di un singolo?
Perché Kane non è certo motivato dall’altruismo, e lo stesso possiamo dirlo per Conan.
O per l’opera di George R.R. Martin, che descrive semplicemente un a guerra di successione.

Forse dobbiamo guardare altrove.
A lavori come il recente The Unbroken, di C.L. Clark, che ha la rivoluzione addirittura nella tag line in copertina – e che è stato tradotto anche questo in italiano – quando si dice avere fortuna.
Il lavoro della Clark si inserisce in un filone che vede spesso sommovimenti politici e sociali al centro della scena. Si tratta spesso di lavori di autori e autrici appartenenti a culture diverse dalla nostra – penso a Fonda Lee col ciclo della Giada, che ha una notevole componente politica e un generale senso di insofferenza verso le strutture sociali tropo rigide, pur concentrandosi di più sulle strutture familiari che non su quelle politiche. E scopro con piacere, nel documentare questo post, che Jade City, primo volume della trilogia della Lee, è anche stato tradotto in italiano. bene.

E stiamo solo scalfendo la superficie.
La necessità di un cambiamento, insieme con l’impossibilità di ripristinare una ipotetica età dell’oro perduta in un’epoca precedentre, sembra essere un tema sempre più diffuso nel fantastico – come sempre uno specchio deformante della realtà in cui viviamo. Ci si puà guardare attorno, e si troveranno decine di storie – alcune più interessanti di altre – che vale la pena leggere.

E poi sì, naturalmente c’è il libro sulla più grande e ironica delle rivoluzioni, quella che portò Mahasamatman a sfidare gli dei.
Ma lui preferiva fare a meno del Maha e dell’-atman, e si faceva chiamare semplicemente Sam…

Ma quello naturalmente non è davvero fantasy. È fantascienza.

Magari ne riparleremo.


2 commenti

Qualche parola su Mervyn Peake

Ero assolutamente convinto che questo blog contenesse già un post dedicato nello specifico a MervynPeake (e non ai suoi libri o alle sue opere grafiche), ma mi sbagliavo.
L’età avanza, la memoria vacilla.
Approfitto perciò della richiesta di maggiori informazioni su questo autore per scriverci un post comme il faut.

Mervyn Peake nacque nel 1911 a Kuling, una comunità missionaria europea sul monte Liu, in Cina, dove i genitori erano, appunto, missionari. Peake trascorse gran parte della sua infanzia in Cina.
Ed esiste tutta una famiglia di scrittori del fantastico che hanno un legame con la Cina – da Charles G. Finney (quello del Circo del Dr Lao), la cui produzione letteraria venne profondamente segnata dall’aver servito nell’esercito in missione in cina, a Paul Linebarger, in arte Cordwainer Smith, che nacque a Milwaukee ma crebbe in Asia al seguito del padre, che era un diplomatico, fino a J.G. Ballard, nato e cresciuto a Shanghai.
Come nel caso di questi scrittori, anche Peake rimase certamente segnato dalle sue esperienze “cinesi” in giovane età, e questo incise sulla sua produzione artistica.

E prima che si crei un equivoco – Peake non assomiglia né a Finney, né a Ballard, né a Smith.
Ma è indubbio che condivida con tutti e tre questi autori, ad esempio, un certo gusto per la ricercatezza nel linguaggio, e uno sguardo “storto” su certi elementi della cultura occidentale.

Nel 1922, dopo anni trascorsi a Kuling, Beijing e Tietsin, i Peake tornarono definitivamente in Inghilterra, viaggiando sulla Transiberiana.
Fra il ’22 ed il ’30 Mervyn Peake completò gli studi in Gran Bretagna, cominciò a scrivere poesie e a dipingere.
A partire dal 1931 la pittura divenne la sua attività principale, e si trasferì per cinque anni in una colonia di artisti sull’isola di Sark, nel canale della Manica, a ridosso della costa francese.

Sark, tra l’altro, è un posto interessante – dall’occupazione romana all’annessione al Granducato di Normandia, una lunga storia come comunità mineraria (c’era una miniera d’argento), poi la rinascita come comunità vitivinicola, l’occupazione nazista, e infine l’acquisto da parte di una famiglia di plutocrati nel 1993; oggi su Sark è vietato l’uso delle automobili, e l’isola è certificata come Dark Sky Island (un posto dove l’inquinamento luminoso è talmente scarso che si può praticare l’astronomia ad occhio nudo).

Ma tornando a Mervyn Peake – dopo aver esposto i propri dipinti alla Royal Gallery di Londra nel 1935, il venticinquenne Peake trovò nel 1936 un impiego come creatore dei costumi per la produzione londinese de La Commedia degli Insetti, di Karel Capek (quello di R.U.R.); nello stesso anno iniziò ad insegnare disegno dal vivo alla Westminster School of Art – e qui incontrò Maeve Gilmore, anche lei pittrice e poeta, che sposò l’anno successivo.
Peake pubblicò anche il suo primo libro illustrato, il volume per ragazzi Captain Slaughterboard Drops Anchor (il cui titolo potrebbe ricordare a qualcuno un certo passaggio ne La Lega dei gentiluomini Straordinari di Alan Moore).
Peake iniziò anche una attività come illustratore.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Peake crea una mostra delle opere di Adolf Hitler – in realtà un’esibizione piuttosto macabra delle orrifiche immagini del teatro di guerra. Cerca anche di arruolarsi come artista di guerra al seguito delle truppe – ma con la tipica lungimiranza dei sistemi burocratici, viene invece arruolato come artigliere prima, e poi nel corpo del genio.
Lui continua a richiedere il trasferimento, per poter mettere le proprie capacità artistiche al servizio del pubblico e dello sforzo bellico – vorrebbe poter dipingere la devastazione di Londra – ma le sue richieste vengono regolarmente rifiutate.
Nel 1942 Peake soffre collasso nervoso.
Dopo un lungo periodo di ospedale, viene finalmente trasferito al Ministero della Propaganda, come illustratore.
Molte delle opere di Peake risalenti a questo periodo finiranno al Museo della Guerra di Londra.
Intanto, mentre era artigliere, Mervyn Peake ha iniziato a scrivere ed illustrare Titus Groan, primo volume della serie di Gormenghast.

Ripresa l’attività di illustratore, Peake lavora sui libri di Lewis carroll, Robert Lewis Stevenson, illustra la Ballata del vecchio Marinaio di Coleridge, le fiabe dei Fratelli Grimm e molti altri volumi.
È anche il responsabile del design del logo della Pan Books, una nuova casa editrice specializzata in libri tascabili.

La Pan Books offre a Peake la scelta – dieci sterline come forfait (circa 600 euro al cambio attuale) per il lavoro, oppure un quarto di penny per ciascun volume.
Peake è indeciso, ma il suo amico Graham Greene gli dice che i tascabili sono una moda passeggera e sono destinati a scomparire, e lo convince ad accettare le dieci sterline.

E non confondiamoci, a me piace Graham Greene come scritore, ma perdio, che idiota classista!

Nel 1944, Peake viene spedito in Francia e in Germania al seguito delle truppe per illustrare gli effetti del conflitto per conto di una rivista. È così uno dei primi inglesi ad entrare nel campo diconcentramento di Bergen-Belsen. L’esperienza – e l’ambiguità del poter produrre opere d’arte a partire dalla sofferenza umana – segnano profondamente Peake.

Con la fine del conflitto, i Peake tornano a Sark per un breve periodo, epoi si trasferiscono in diverse località della campagna inglese.
Gormenghast – il secondo volume della trilogia – esce nel 1950.
Seguono altri lavori, incluse alcune opere teatrali che verranno adattate a radiodrammi dalla BBC.
Nel 1956 esce Boy in Darkness, una novella del ciclo di Gormenghast, in un volume insieme a due novelle di John Wyndham (quello dei Trifidi) e William Golding (quello de Il Signore delle Mosche)

Mervyn Peake ha a questo punto quarantacinque anni, e comincia amostrare i segni di una incipiente forma di demenza – per cui viene curato con la terapia elettroconvulsiva.
Con i risultati che potete immaginare.

Peakeperde progressivamente la capacità di disegnare, e dal 1960 la sua salute è troppo compromessa per poter continuare a scrivere. Titus Alone, terzo volume della serie di Gormenghast esce nel 1959, in una edizione zeppa di brutture dovute a un lavoro editoriale superficiale. La versione definitiva uscirà solo nel 1970, curata da Langdon Jones della rivista New Worlds.
Peake è infatti stato scoperto (o forse lo hanno sempre conosciuto) dagli autori della New Wave britannica.
Ma è troppo tardi – Mervyn peake è morto nel 1968, all’età di 57 anni.

Mervyn Peake ha lasciato un enorme corpus di illustrazioni e dipinti, ed una lunga bibliografia che conprende poesie, narrativa per ragazzi, romanzi e novelle.
Il ciclo di Gormenghast è uno dei grandi capolavori del fantasy, e forse il più difficile e complicato – ed infatti un sacco di “veri appassionati di fantasy” non l’hanno mai letto, o se ci hanno provato gli è esplosa la testa e sono fuggiti urlando (true story: l’ho visto succedere).
Gormenghast ha comunque influenzato pesantemente autori come Michael Moorcock, M. John Harrison, Brian Aldiss, Alan Moore oltre al solito Neil gaiman (che da anni cerca di far approvare il progetto di un adattamento cinematografico).
La serie è stata in effetti adattata più volte dalla BBC per la radio e per la TV – e riferimenti all’opera di Peake si trovano nei lavori di band diverse quali i Can (che composero una intera opera rock basata su Gormenghast), gli Strawbs (“Lady Fuchsia”) gli Split Enz ed i Cure.

Ed è curioso, che un artista tanto influente rimanga sconosciuto (o attivamente evitato) nel nostro paese.

It was when he saw the great walls looming above him that he began to run.
He ran as though to obey an order. And this was so, though he knew nothing of it. He ran in the acknowledgement of a law as old as the laws of his home, the law of flesh and blood. The law of longing. The law of change. The law of youth. The law that separates the generations, that draws the child from his mother, the boy from his father, the youth from both.
And it was the law of quest. The law that few obey for lack of valour. The craving of the young for the unknown and all that lies beyond the tenuous skyline.

Mervyn Peake, Gormenghast

PS: però no, non sono completamente rimbambito – c’è su questo blog un lungo post su Peake, che si concentra soprattutto sulla sua scrittura, con qualche accenno biografico. Funziona benissimo insieme con questo, per dare una visione generale su questo autore.
Mi piace essere così bravo, senza neanche rendermene conto.


10 commenti

Il risveglio di Titus

Oggi ho consegnato la prima stesura del mio nuovo rtomanzo – che probabilmente uscirà sotto pseudonimo e nessuno mai ne saprà nulla – all’editor, che ora provvederà a “trafiggerlo con i suoi coltelli d’acciaio”, per citare gli Eagles.
È stato un lavoro reso molto difficile dalle temperature delle ultime settimane – nonostante l’abbondante applicazione di té freddo, gelati e ventilatore a manetta.

Me è fatta, e ho deciso di festeggiare – ritengo sia importante premiarsi per un lavoro ben fatto.
E così sono andato a spulciare la mia lista dei desiderata, per farmi un regalo.
Perché di tanto in tanto bisogna volersi bene.

E lì, annidato su una pagina Amazon evidentemente poco battuta, c’era una copia “usata come nuova” dell’edizione del 2011 di Titus Awakes.
Sette euro, consegn agratis con Prime in 24 ore – che significa che mi arriverà fra sei giorni (lo spaziotempo è una faccenda po’ complicata quando state in Astigianistan).

Titus Awakes è un libro che non esiste – o che per lo meno per molti anni ha infestato la bibliosfera come un fantasma.

Titus Awakes era il titolo dell’ipotetico quarto volume della serie di Gormenghast, di Mervyn Peake.
Nel 1960 Peake lo aveva delineato, ed aveva messo giù appunti ed alcuni stralci, ma nel 1960 era ormai troppo ammalato – soffriva di demenza – per poter scrivere un romanzo.
Dopo la morte di Peake nel 1968, sua moglie, Maeve Gilmore – che come Peake era una pittrice, una scultrice ed una scrittrice – raccolse le note del marito, e compose un romanzo di 65.000 parole, che intitolò Endless Search.
Endless Search, completato alla fine degli anni ’70, era stato concepito dalla Gilmore come un’opera indipendente dalla trilogia di Gormenghast.
Non mi risulta che sia mai stato pubblicato.

Vennero invece pubblicate le note di Peake, nude e crude, in appendice all’edizione completa e filologica della trilogia, quella che include 100 tavole inedite dello stesso Peake, e che ho qui sullo scaffale, anche questa acquistata usata per pochi soldi

Poi, all’alba del nuovo secolo, il manoscritto originale di Maeve Gilmore venne rinvenuto nel solaio della sua casa, e si decise di dargli una rassettata e pubblicarlo nel 2011, in occasione del centenario della nascita di Mervyn Peake.

I critici non furono teneri – ma il volume ricevette anche (poche) recensioni molto positive. Una, in particolare, da Michael Moorcock.

È nota la mia venerazione per Peake, fin dai tempi in cui scoprii i tre volumetti in paperback della Ballantine, con le loro copertine sgargianti e insolite, su uno scaffale nascosto della Libreria Sevagram, a Torino, quasi esattamente quarant’anni or sono.
Uno dei testi più difficili che mi fosse capitato di leggere, poco dopo aver cominciato a leggere in inglese.

Rileggo regolarmente Gormenghast – per lo meno il primo volume ad anni alterni.
Titus Awakes era passato sotto al mio radar – all’epoca della sua uscita era troppo costoso, e successivamente mi dimenticai semplicemente che esisteva.

Ma proprio sabato sera mi sono trovato a parlare di Mervyn Peake con un amico, e questo mi ha portato oggi a inserire il nome di Peake nella finestrella di ricerca della bottega elettronica di mister Bezos.

Inutile aggiungere che, prima di mettere mano al nuovo volume, vedrò di rileggere i tre volumi originali.
Non sarà una fatica, e da Peake c’è sempre e solo da imparare.

Vi farò sapere.


5 commenti

Leggere o Rileggere? Questo è il problema.

L’idea è rubata dal blog della mia amica Chiara, che sta di là nel braccio femminile del Blocco C della blogsfera.

Leggere (e i libri nuovi sono una infinità, e sono tutti interessantissimi) o rileggere (e ci sono testi sui quali sarebbe bello tornare, per scoprire altre cose)?
Questo è il problema.

1005x400

E leviamoci subito dai piedi una questione antipatica: quei personaggi che si rileggono lo stesso libro ogni anno, da anni, mi danno i brividi.
Ho già parlato di quel mio collega che per vent’anni, alla domanda “cosa stai leggendo” rispose “Le Grandi Controversie della Geologia della Zanichelli”.
Sparava balle per darsi un tono con colleghi e docenti.
Ma mi dava i brividi ugualmente.

C’è così tanto da leggere, che rileggere deve essere una scelta ponderata – ore allocate ad un testo che già conosciamo, e sottratte alla scoperta, alla novità, all’eccitazione di qualcosa di nuovo e diverso.
Non sono scelte da fare a cuor leggero.

Detto ciò, ci sono dieci titoli che rileggerei, o vorrei rileggere, o ho riletto?

Vediamo… Continua a leggere


Lascia un commento

In una luce citrina

2053l83_20Swelter si è fatto una mappa.
Una ricostruzione tridimensionale, con segni di gesso sul pavimento, due scatole a rappresentare gli stipiti della porta ed un sacco a rappresentare Flay.
E ci passa le ore libere, solo, col suo coltello affilato, a preparare l’omicidio del suo tradizionale rivale, colpevole… di cosa?
Di aver risposto ai suoi insulti colpendolo al viso?

Le ragioni profonde e originali dell’odio fra il cuoco di Gormenghast ed il domestico personale di Lord Sepulchrave non ci vengono mai fornire.
Peake ci ha detto, questo sì, che si sono odiati a prima vista, istintivamente.
E difficilmente potremmo immaginare due personaggi più diversi – Swelter grasso e sanguigno, volgare, chiassoso e sregolato, Flay magro e cadaverico, che si esprime per frasi tronche, che è consapevole di godere di particolari privilegi e posizione proprio per la sua capacità di tacere, vestito di abiti lisi, con le giunture che scricchiolano,caninamente leale, che dorme ogni notte a terra davanti alla porta della stanza del suo padrone, rannicchiato col mento sulle ginocchia. Continua a leggere


2 commenti

Fra tetti e soffitte

skwishmicomIl battesimo di Tito, un’altra barocca costruzione di rituali annidati in altri rituali, collassa malamente sotto lo sguardo sconvolto del povero Sourdust.
Le minime infrazioni alla regola causano un tale stato di marasma nel nonuagenario maestro di cerimonie che nella sua presa malferma il povero Tito casca per terra, ma non prima di aver stracciato una pagina di un libro su formule e convenzioni.
Un disastro.
Un vero disastro.

Primo, tragico esempio di quanto le convenzioni soffochino la vita degli abitanti di Gormenghast, Mervyn Peake usa il batesimo di Tito per avviare alcuni meccanismi che, nelle pagine a venire, porteranno a sviluppi significativi.
Flay colpisce al volto l’orrido Swelter.
Fuchsia rimane schiacciata dalla presenza ingombrante del fratello, e suscita la simpatia del dottor Prunesquallor.
Compaiono sulla scena le due sorelle gemelle di Sepulchrave, le inquietantissime Cora e Clarice*, vestite di viola, ossessionate da un potere che non avrebbero mai ottenuto, ma del quale si sentono defraudate.

Ma ci sono altre meraviglie, nelle pagine che vanno da 50 a 108 della mia edizione dell’opera di Peake. Continua a leggere


3 commenti

Trovategli una balia, vestitelo di verde, chiamatelo Tito

TglgE allora leggiamoli, i libri di Mervyn Peake.

Gormenghast, that is, the main massing of the original stone, taken by itself would have displayed a certain ponderous architectural quality were it possible to have ignored the circumfusion of those mean dwellings that swarmed like an epidemic around its outer walls.

Titus Groan si apre con una descrizione di Gormenghast, la pila principale di pietra originaria, e con le case che l’assediano, vi si accrocchiano come cirripedi, la pressano dall’esterno negando, in un certo senso, proprio l’esistenza di un “esterno”.

Gormenghast è un labirinto, così come è un labirinto il romanzo – primo di una serie che diventa trilogia per caso e per disgrazia, alla morte dell’autore – e così come sono labirinti i rapporti interpersonali fra i personaggi, e così come ogni personaggio è, a suo modo, un labirinto.

Le prime cinquanta pagine del romanzo – nella mia edizione Vintage, per lo meno, pesante e scomoda da leggere come è giusto che sia – ci presentano uno scorcio della geografia interna di Gormenghast, e introducono alcuni dei personaggi principali.

Flay, tanto per cominciare, introverso e scheletrico servitore di lord Sepulchrave, settantaseiesimo della casata dei Groan, che inopinatamente si presenta alla porta del solitario Rottcod… Continua a leggere


8 commenti

Ritorno a Gormenghast

the-gormenghast-trilogyÈ tradizionale, nelle ultime settimane di dicembre, fare una lista dei buoni propositi per l’anno che verrà.
La mia lista, per il 2014, è così breve che non ne verrebbe fuori un post dignitoso.

Ho però un paio di buoni propositi per il 2013 – che dopotutto non è ancora finito.
Il primo, è quello di rileggermi, da qui a capodanno, i tre romanzi della Trilogia di Gormenghast, di Mervyn Peake.

L’idea mi è venuta domenica, discutendo brevemente con alcuni ospiti del Blocco C l’importanza del lavoro di Peake come spartiacque nell’ambito della letteratura fantastica.
Me l’ero riproposto già l’anno passato, proprio nel periodo delle feste – perché non farlo, finalmente, quest’anno? Continua a leggere