strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Leggere o Rileggere? Questo è il problema.

L’idea è rubata dal blog della mia amica Chiara, che sta di là nel braccio femminile del Blocco C della blogsfera.

Leggere (e i libri nuovi sono una infinità, e sono tutti interessantissimi) o rileggere (e ci sono testi sui quali sarebbe bello tornare, per scoprire altre cose)?
Questo è il problema.

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E leviamoci subito dai piedi una questione antipatica: quei personaggi che si rileggono lo stesso libro ogni anno, da anni, mi danno i brividi.
Ho già parlato di quel mio collega che per vent’anni, alla domanda “cosa stai leggendo” rispose “Le Grandi Controversie della Geologia della Zanichelli”.
Sparava balle per darsi un tono con colleghi e docenti.
Ma mi dava i brividi ugualmente.

C’è così tanto da leggere, che rileggere deve essere una scelta ponderata – ore allocate ad un testo che già conosciamo, e sottratte alla scoperta, alla novità, all’eccitazione di qualcosa di nuovo e diverso.
Non sono scelte da fare a cuor leggero.

Detto ciò, ci sono dieci titoli che rileggerei, o vorrei rileggere, o ho riletto?

Vediamo… Continua a leggere


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In una luce citrina

2053l83_20Swelter si è fatto una mappa.
Una ricostruzione tridimensionale, con segni di gesso sul pavimento, due scatole a rappresentare gli stipiti della porta ed un sacco a rappresentare Flay.
E ci passa le ore libere, solo, col suo coltello affilato, a preparare l’omicidio del suo tradizionale rivale, colpevole… di cosa?
Di aver risposto ai suoi insulti colpendolo al viso?

Le ragioni profonde e originali dell’odio fra il cuoco di Gormenghast ed il domestico personale di Lord Sepulchrave non ci vengono mai fornire.
Peake ci ha detto, questo sì, che si sono odiati a prima vista, istintivamente.
E difficilmente potremmo immaginare due personaggi più diversi – Swelter grasso e sanguigno, volgare, chiassoso e sregolato, Flay magro e cadaverico, che si esprime per frasi tronche, che è consapevole di godere di particolari privilegi e posizione proprio per la sua capacità di tacere, vestito di abiti lisi, con le giunture che scricchiolano,caninamente leale, che dorme ogni notte a terra davanti alla porta della stanza del suo padrone, rannicchiato col mento sulle ginocchia. Continua a leggere


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Fra tetti e soffitte

skwishmicomIl battesimo di Tito, un’altra barocca costruzione di rituali annidati in altri rituali, collassa malamente sotto lo sguardo sconvolto del povero Sourdust.
Le minime infrazioni alla regola causano un tale stato di marasma nel nonuagenario maestro di cerimonie che nella sua presa malferma il povero Tito casca per terra, ma non prima di aver stracciato una pagina di un libro su formule e convenzioni.
Un disastro.
Un vero disastro.

Primo, tragico esempio di quanto le convenzioni soffochino la vita degli abitanti di Gormenghast, Mervyn Peake usa il batesimo di Tito per avviare alcuni meccanismi che, nelle pagine a venire, porteranno a sviluppi significativi.
Flay colpisce al volto l’orrido Swelter.
Fuchsia rimane schiacciata dalla presenza ingombrante del fratello, e suscita la simpatia del dottor Prunesquallor.
Compaiono sulla scena le due sorelle gemelle di Sepulchrave, le inquietantissime Cora e Clarice*, vestite di viola, ossessionate da un potere che non avrebbero mai ottenuto, ma del quale si sentono defraudate.

Ma ci sono altre meraviglie, nelle pagine che vanno da 50 a 108 della mia edizione dell’opera di Peake. Continua a leggere


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Trovategli una balia, vestitelo di verde, chiamatelo Tito

TglgE allora leggiamoli, i libri di Mervyn Peake.

Gormenghast, that is, the main massing of the original stone, taken by itself would have displayed a certain ponderous architectural quality were it possible to have ignored the circumfusion of those mean dwellings that swarmed like an epidemic around its outer walls.

Titus Groan si apre con una descrizione di Gormenghast, la pila principale di pietra originaria, e con le case che l’assediano, vi si accrocchiano come cirripedi, la pressano dall’esterno negando, in un certo senso, proprio l’esistenza di un “esterno”.

Gormenghast è un labirinto, così come è un labirinto il romanzo – primo di una serie che diventa trilogia per caso e per disgrazia, alla morte dell’autore – e così come sono labirinti i rapporti interpersonali fra i personaggi, e così come ogni personaggio è, a suo modo, un labirinto.

Le prime cinquanta pagine del romanzo – nella mia edizione Vintage, per lo meno, pesante e scomoda da leggere come è giusto che sia – ci presentano uno scorcio della geografia interna di Gormenghast, e introducono alcuni dei personaggi principali.

Flay, tanto per cominciare, introverso e scheletrico servitore di lord Sepulchrave, settantaseiesimo della casata dei Groan, che inopinatamente si presenta alla porta del solitario Rottcod… Continua a leggere


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Ritorno a Gormenghast

the-gormenghast-trilogyÈ tradizionale, nelle ultime settimane di dicembre, fare una lista dei buoni propositi per l’anno che verrà.
La mia lista, per il 2014, è così breve che non ne verrebbe fuori un post dignitoso.

Ho però un paio di buoni propositi per il 2013 – che dopotutto non è ancora finito.
Il primo, è quello di rileggermi, da qui a capodanno, i tre romanzi della Trilogia di Gormenghast, di Mervyn Peake.

L’idea mi è venuta domenica, discutendo brevemente con alcuni ospiti del Blocco C l’importanza del lavoro di Peake come spartiacque nell’ambito della letteratura fantastica.
Me l’ero riproposto già l’anno passato, proprio nel periodo delle feste – perché non farlo, finalmente, quest’anno? Continua a leggere


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Re un tempo, Re a venire

Era un po’ che non parlavo di fantasy.
Vediamo di rimediare.

C’è un tale, inglese nato nelle colonie, studioso di folklore e mitologia, educatoa Oxford, che negli anni ’30 scrive un romanzo per ragazzi che fa da prequel ad una trilogia dal taglio più adulto, che vedrà la luce solo anni dopo, e verrà raccolta in volume unico solo negli anni ’50.
Romanzi variamente adattati – un cartone animato, un film con star internazionali…

Ma non stiamo parlando di J.R.R. Tolkien.

E devo ammettere che è piacevole immaginare un ipotetico lettore alla fine degli anni ’50 che, arrivando in una ipotetica libreria, potesse trovare sullo stesso scaffale Il Signore degli Anelli, certo, ma anche – per lo meno in teoria – La Spada Spezzata di Poul Anderson, Gormenghast di Mervyn Peake e The Once and Future King di T.H. White.
Che fortuna!
Davvero ci fu un tempo nel quale i giganti camminavano sulla terra!
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Maestro dei miei maestri

Il post di ieri sui maestri di scrittura – quelli che ho citato e quelli che ho lasciato fuori – mi ha ricordato che c’è un autore del quale sarebbe il caso di parlare.
Ormai siete grandi.
L’anno passato si è celebrato il centenario della sua nascita, ed a Novembre sarà il 44° anniversario della sua morte.
È un autore poco frequentato, nel nostro paese – fatto non insolito, considerando che la traduzione in italiano del suo lavoro maggiore richiese qualcosa come un trentennio.
Almeno tre degli autori citati nel mio post di ieri lo hanno menzionato come autore di riferimento, ed è quindi maestro dei miei maestri.
Io lo incontrai ai tempi del liceo, in tre volumi della Ballantine dalle copertine piuttosto strane, vecchi di quindic’anni.
Feci una fatica mortale a leggerlo, e sì che erano ormai un paio d’anni che leggevo in inglese e mi consideravo bravino.
Fin dall’inizio fu chiaro che non si trattava del genere di libro che mi aspettavo – da fiero lettore di fantascienza e fantasy, mi aspettavo qualcosa di un po’ più… tradizionale.
Ma qui dentro di tradizionale non c’era nulla.
Per quanto le tradizioni paressero al centro dell’intera faccenda.
E c’era come un senso di urgenza, per cui no, non era ciò che mi aspettavo, ma dovevo finire di leggerlo.
E così, nonostante la difficoltà, e nonostante lo straniamento di quella lettura, Mervyn Peake ed il suo lavoro mi sono rimasti fortemente impressi nella memoria.
Perciò oggi apro la settimana parlando di Mevyn Laurence Peake.

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What the dickens!*

Mi pare sia il caso di parlare di Wesley Stace, che vedete ritratto qui di fianco.
Si discuteva, nelle settimane passate, di quegli autori talmente in gamba, ma talmente in gamba, che li leggiamo e ci rendiamo conto che noi così in gamba non lo saremo mai.

Ad un certo livello, si rischia di rimanere scoraggiati.
Ricordo ancora l’effetto devastante che ebbe per me leggere per la prima volta Still Life with Woodpecker, per dire…

Poi però, per lo meno nel sottoscritto, si insinua un diverso atteggiamento.
Perché se è vero che la prima reazione è

Diavolo! Io così non scriverò mai!

Ben presto io passo di solito a

Diavolo! Io voglio assolutamente imparare a scrivere così!

Da cui, la regola fondamentale – è molto meglio leggere quelli bravi per essere spronati ad eguagliarli, che quelli incapaci per convincersi di poter comunque far meglio.

Il che mi porta a parlare di Wesley Stace.
Che è certamente uno di quelli maledettamente in gamba.

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