strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Ecco, perché!

Ieri ho spedito A Spider with Barbed-Wire Legs all’editor in America.
La prima stesura è andata, ora vedremo cosa succede.

49cfe73dcab345b4ce94eaddbc7b8978Intanto, ho cominciato a mettere giù le prime 1000 parole della storia che andrà sul prossimo Alia – e che conto di chiudere molto in fretta.
Non perché io intenda dedicarle meno tempo del necessario, o lavorare alla svelta, ma semplicemente perché, una volta definita l’idea di partenza, una volta definito di cosa io voglio parlare e come, la storia ha cominciato a correre.
Ne ho scritte 1000 parole dopo cena ieri sera, semplicemente perché sto scrivendo con una tastiera che pare di legno.

Ma non è della mia storia ancora senza titolo che voglio parlare – quanto piuttosto di quella cosa che ho detto sopra

di cosa io voglio parlare e come

Che è poi qualcosa che si ricollega al discorso fatto nelle settimane pssate – sul perché scrivere fantasy.
E anche se la storia per Alia sarà di fantascienza molto hard – l’abbiamo già detto, vero, che ai fini di queste discussioni, la fantascieza la consideriamo un sottogenere particolare del fantasy?
Bene.

Allora, cos’è ‘sta storia del voler parlare di qualcosa, in qualche modo? Continua a leggere


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Fuga dalla Realtà

… ovvero

Altro che futuro e futuro, dovresti pensare al presente… invece di leggere I Mercanti dello Spazio (che sulla base del titolo dev’essere per forza una cazzata), leggiti piuttosto questo bel libro scritto nell’800 da un aristocratico, ma che parla della vita quotidiana dei contadini russi…

Alzi la mano chi non si è mai sentito dire che leggeva fantascienza, fantasy, horror o più in generale narrativa d’immaginazione “per sfuggire alla realtà”.
Figuratevi poi scriverle, certe cose!

È incredibile quanta gente ci fosse – e ci sia ancora – in giro, pronta a pontificare sulla necessità di affrontare la realtà, immergersi in essa, esserne intimamente coinvolti, quasi ossessionati.
La realtà e solo la realtà.
E poi eleggono un feticcio come presidente del consiglio e passano i pomeriggi in ufficio a giocare al Fantacalcio.
Eh, mai fidarsi, di chi parla troppo di realtà.

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Il concetto di “palla curva”

Da noi in Italia il baseball non tira granché.
Ho passato quarat’anni della mia vita a meno di un chilometro al campo da baseball di Torino, e non ho mai visto la ressa ai botteghini.
Quando giocava mio fratello, c’era più gente in campo che sulle gradinate.
E l’ultimo mondiale di baseball, ospitato a Torino, non è stato pubblicizzato sui giornali.
Conosco persone che considerano il baseball incomprensdibile.

E sì che Hollywood ci ha fatto sopra migliaia di ore di girato – da The Natural a Major League passando per i film degli Orsi.
Gioco popolarissimo anche in Giappone, ma con regole diverse, e quindi eccellente metafora dei rapporti fra le due nazioni – c’è Mr Baseball, c’è la partita che degenera in rissa di Gung Ho…

E ci sonotutte le metafore del baseball – che guardando film o leggendo romanzi, ti si appiccicano addosso.
Rubare la prima.
Arrivare in seconda.
Portare a casa
un compagno di squadra.
Due strike.
E naturalmente la palla curva.

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Web 2.0 – il blog come metafora

Seconda puntata della mia personale revisione della mia presenza online e del mio rapporto con il mezzo informatico.
Secondo pork chop express 2.0

Il blog, quindi.
È tutta questione di metafore.

Il vecchio, primitivo modello ideale del blog era “il diario online”.
Questo tipo di metafora è impreciso e fuorviante – un po’ come l’etichetta di “amicizia” per definire ciò che lega due persone su Facebook.
IL diario, quello vero – che poi sia cartaceo o elettronico poco importa – è strettamente personale.
Poco importa se inanni recenti siete stati invitati a spedire il vostro diario a questo o a quell’editore.
Il vostro diario è vostro, è privato e, come ebbe a commentare saggiamente il mio amico Marco – “Non vedo perché far sapere i fatti miei al resto del mondo.”

Il blog, per sua natura, divulga al resto del mondo i fatti vostri.
Per lo meno quelli che gli affidate.
La metafora del diario, quindi, è poco adatta.
Per quanto esistano persone che tengono una specie di diario online.

Poi c’è la metafora giornalistica.
L’idea che il blog sia una specie di tazebao, un giornale autoprodotto e redatto da una sola persona.
Qui c’è tutta una specie di complicata giungla legale, per cui molti (incluso il sottoscritto) si sentono un po’ più tranquilli a postare sul blog un disclaimer – questa non è una testata giornalistica, non è condotta secondo gli stessi criteri e principi, non potete farmi male se infrango regole alle quali i giornalisti si devono attenere.
I giornalisti ci si incacchiano come bestie.
ma loro sono pagati, per incacchiarsi.
E per giocare secondo certe regole.
Poi naturalmente c’è chi utilizza il proprio blog non tanto come un giornale, quanto come una colonna in un giornale che voi – ed io – ci costruiamo attraverso un feed-reader.
Ma sono casi sporadici.

Quindi, niente diario, niente tazebao.
Forse allora la metafora migliore, per un blog, è quella dell’emittente radiofonica.
Faccio il mio pezzo e lo lancio nell’etere, dove altri lo ascoltano.
Però… l’etere è una cosa un po’ labile (come tutte le cose che non esistono).
Però – il post è una trasmissione, ed i commenti sono le telefonate in diretta degli ascoltatori… potrebbe anche funzionare.
Io so che a quell’ora, su quel canale, si parlerà di un certo argomento, e mi sintonizzo… magari dico anche la mia.
Il mio browser diventa una radio, con la quale mi sintonizzo.

È interessante notare che questi possibili approcci – quello pseudo-giornalistico e quello radiofonico – sottintendono un fattore ben preciso: un pubblico.
Un pubblico interessato a un dato argomento, che verrà trattato con taglio più o meno giornalistico, più o meno radiofonico.
A differenza di ciò che potrebbe accadere col blog costruito con la metafora del bollettino aziendale o d’istituto – per il quale il pubblico esiste già, è definito e difficilmente cambia, essendo costituito da quelle persone alle quali sono dirette specifica informazioni sull’attività dell’azienda, dell’associazione, del corso di laurea…
A differenza di questi blog “interni”, quegli altri, chiamiamoli i blog “esterni” prevedono un pubblico ipotetico, che potrà poi allargarsi attraverso vari meccanismii.

Se lo costruisci loro verranno.

Ci sono foto-blog cher paiono riviste illustrate, video-blog che sono piccoli canali televisivi.
E per fare la radio, ma per davvero, naturalmente ci sono i podcast.

E allora… una pubblicità?
Beh, molti vedono il proprio blog come una vetrina nella quale esporre la propria mercanzia – che si tratti di libri, di film, del proprio ego…
Una volta, per questo tipo di esposizione, c’era MySpace.
Del quale forse parleremo in un altro momento.
Ora, non c’è assolutamente nulla di male, ovviamente, nell’usare il proprio blog come strumento promozionale – ma mi piacerebbe che la cosa fosse esplicita.
Cominciano a comparire un sacco di blog che sono piccole macchine per costruire una popolarità, pur senza presentarsi necessariamente come siti promozionali.
Li riconoscete da due indicatori precisi – tutti i post sono auto-refernziali e centripeti, e non ci sono link in uscita.
Potete solo restare lì,, una volta arrivati – l’autore (o gli autori) non ammettono l’esistenza di una blogsfera, là fuori.
Piccoli blog solipsistici – o grandi!
C’è gente che come unico link in uscita ha il prorpio fan-club su Facebook.
Li conoscete, ci siete stati, li quotate pure (loro NON quoteranno mai voi, naturalmente).
E vi lasciano un po’ a disagio, vero?

Il modello più brutale e primitivo di comunicazione con un pubblico non precostituito, ma “agganciato al volo” rimane, naturalmente, la classica soapbox – si sale in piedi su una cassetta di legno, o su uno sgabello, e si arringa la folla.
Non proprio un esempio di grande serietà e creatività comunicativa, ma ci sono anche i blog in stile Speaker’s Corner.
Un podio, un pubblico potenziale.
Non chiedono altro.
E di solito non ottengono altro.
Eppure, il più delle volte, ci si sente a quel modo.

Anche se per quel che mi riguarda, all afine,forse la metafora più adatta per unblog – beh, per questo blog, per lo meno, è quella del bar.
Un posto dove tutti conoscono il tuo nome, come diceva la canzoncina…

Un posto con un bancone, una lista eterogenea di drink e di argomenti dei quali discutere.
Il barman ha i suoi privilegi, naturalmente – come ad esempio buttar fuori gli importuni o imporre a certi avventori di abbassare la voce.
A volte posso parlare dei miei progetti, a volte parlare dei progetti di altri.
Ma di fatto, strategie evolutive rimane un bar.
Come il Gavagan’s, o il Callahan’s, è un posto un po’ eccentrico.
Ma forse è per questo che la gente ci torna.
Ci sono i regolari, ci sono quelli che passavano qui per caso, quelli che stanno ammazando il tempo in attesa di un taxi, quelli che sono entrati perché fuori pioveva.
Abbiamo tavoli relativamente comodi, abbiamo un piano bar del fantastico che fa pezzi a richiesta, abbiamo liste e anche una specie di juke-box – ma io sono l’unico che ci possa mettere i gettoni, e scelgo i pezzi.
È un bar.
Ed è l’unica metafora che mi sentirei di implementare su queste pagine.

Forse con una singola alternativa…

Ma a questa, casomai, ci arriveremo…


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Il digital lifestyle spiegato con i film

Un pork chop express a richiesta per il finesettimana.

Da alcuni anni porto avanti una tesi che ai miei colleghi paleontologi è piuttosto invisa – notoriamente mi considerano una fonte di imbarazzo.
La storia è più o meno questa – quando pensavamo che i dinosauri fossero creature lente e stupide, nei film di fantascienza (La Vendetta del Dinosauro, Reptilicus) li rappresentavamo come tali.
Quando abbiamo cominciato a dare per buona l’idea che i dinosauri fossero creature agili, veloci e intelligenti, il cinema ha cominciato a rappresentarli come tali (Jurassic Park, Carnosaur).
Però – ai vecchi tempi, quando li animavamo a passo uno, i dinosauri del cinema non avrebbero potuto essere che lenti e torpidi; passando al CGI abbiamo potuto accelerarli.
E l’idea che fossero agili e intelligenti l’aveva già espressa Edward Drinker Cope nel 19° secolo – ma nessuno se l’era filato.
Da cui la mia ipotesi – la possibilità di visualizzare dinosauri agili e veloci ha reso più facilmente accettabile l’idea un tempo eretica che i dinosauri fossero davvero agili e veloci nella realtà.
Il cinema influenza il nostro modo di rapportarci con la realtà. Vedere per credere.

Ora, Maria Grazia mi segnala un interessante articolo del Punto Informatico, ben sapendo che ci farò (ci sto facendo) sopra un post. Un tempo solo Elvezio Sciallis mi addescava a questo modo, ora evidentemente è un dato acquisito: buttatemi inpasto un articolo o un sito web che mi stimoli, ed io genererò contenuti a riguardo, come una macchinetta.

Il pezzo di Marco Calamari ritorna sulla classificazione dei cittadini del web in quattro categorie

Selvaggi digitali
Emigrati digitali
Immigrati digitali
Indigeni digitali

Da emigrato digitale – per anagrafica e inclinazioni – pur condividendo gran parte dei contenuti dell’articolo, mi dico che qui ancora una volta è il cinema al lavoro.
Ed è sempre pericoloso quando usiamo i film per interpretare la realtà.

Per la generazione dei miei genitori e dei miei insegnanti, computer significava 2001 Odissea nello Spazio – Hal 9000.
E con questo non voglio dire una macchina dotata di personalità, che interagisce alla pari con gli esseri umani, poi impazzisce e tira ad accopparli.
Intendo dire fantascienza. Impossibile.
Dire a questa gente – diciamo nel 1980 – che avremmo voluto studiare informatica, equivaleva ad affermare “Voglio fare l’astronauta”. Ci guardavano con compassione.
Un paio di anni più tardi avremmo chiesto a Babbo Natale un computer Commodore.
E lui ci avrebbe portato un’Intellivision.

La mia generazione, ne ho parlato altrove, è quella di Tron, di WarGames, di Electric Dreams.
Il computer era un oggetto reale, ma anche la porta di possibilità future.
Ammettiamolo, lo schermo nero del DOS era lontano milioni di anni luce dalla grafica poligonale del film Disney, ma era quello ciò che noi volevamo.
Emigrati digitali, cercammo di costruire in rete qualcosa di nostro.
Ci siamo riusciti, non ci siamo riusciti?
Mah.
Di sicuro, da bravi emigranti, abbiamo la nostra Little Italy virtuale, coi paracarri tricolore e il bar con l’unica macchina per l’espresso alla napoletana, abbiamo il nostro slang, i nostri graffiti sui muri, il nostro sindacato del crimine, le nostre street gang. Fra di noi ci conosciamo tutti, diventiamo subito tutti amici, hey, paisà, ci sposiamo fra noi, e mangiamo linguine con le polpette ascoltando Caruso.
Ci sono altri quartieri – il quartiere greco, Chinatown, Little Tokyo dove stanno gli otaku…
La nostra metafora avrebbe dovuto essere WarGames, è diventata West Side Story.

Poi ci sono i nativi digitali, quelli che…

Si muovono nella matrice come i delfini in acqua, padroneggiando con
sicurezza, anzi con naturalezza, le tecnologie quotidiane che usano e
spesso abusano, anche rispetto agli emigrati digitali.

Si chiama Matrix, questa metafora, ed è fasulla e fuorviante quanto le precedenti.
Gli indigeni digitali vengono usati oggi soprattutto come spauracchio per chi fa didattica usando le nuove tecnologie.
Attento, gli dicono, quelli sono indigeni digitali. Ti mangeranno in un boccone – tu starai lì a spiegargli come aprire il file e loro lo avranno già decriptato, customizzato e condiviso.
Balle.
Tu sei lì a spiegargli come aprire il file, e loro stanno guardando repliche de I Cesaroni su YouTube.
O a smessaggiarsi a forza di SMS.
Usano le webcam per spiare le compagne di classe nei bagni.
Sono come i nativi che, tanti anni or sono, Hugo Pratt raccontò di aver incontrato in Amazzonia – con le magliette LaCoste e le radio a transistor ma disposti, dietro a un modico pagamento, a cacciare la scimmia ragno ed eseguire il rituale segreto dell’invincibilità dei guerrieri.

Ma per chi fa didattica rimangono anche un ottimo alibi – perché rimboccarsi le maniche e lavorare, quando è molto più facile spendere giornate e giornate a discutere del problema di penetrare la cultura dei nativi digitali?
Perché

Nessuno sa esattamente cosa abbiano in testa, perché la loro mente si è
formata con paradigmi di apprendimento diversi da quelli usati negli
ultimi millenni dagli umani delle altre tre categorie.

E se abbastanza gente ci crede, possiamo fare pubblicazioni, farci pagare uscite a congressi, ottenere borse di studio finalizzate a stabilire un paradigma che possa fungere da piattaforma per la condivisione di saperi ed esperienze in un ambiente virtuale improntato ad una interattività di tipo 2.0
Bla bla bla bla.
Sempre meglio che lavorare.

Tutto qui.
I film sono belli.
Ma non sono la realtà.
Usare i film per interpretare la realtà può essere male.
Molto male.

Perchè i nostri discorsi hanno da essere sul mondo reale
e non su un mondo di carta
[Galileo Galilei]

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