strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Opzioni e consigli

Conosco un tale, che non ha mai scritto neanche un racconto, e che per alcune banconote da cento euro vi insegnerà a diventare bravi scrittori.
Ci sono corsi di scrittura ovunque – a suo tempo ne tenni anch’io alcuni, molto specifici, e sulle cose che io ipoteticamente sapevo fare meglio. Costavano svariate banconote da cinque euro.
Uno dei miei potenziali studenti mi disse “perché dovrei seguire un tuo corso, quando per 2 euro e 99 la casa editrice Taldeitali mi vende i manuali di scrittura scritti da veri grandi autori di successo?”
Non fa una piega.

E da molti anni (quasi dieci, che ci crediate e meno), circola questa faccenda che io sono quello che “non crede alle Regole” – ci fu addirittura chi ritenne opportuno recensire i miei libri senza leggerli: “so che è uno che non segue le Regole della Scrittura, quindi non ho bisogno di leggerlo per sapere che il suo libro è pessimo.”
Anche questo non fa una piega.

La cosa è curiosa, perché in effetti io colleziono manuali di scrittura – ne ho un centinaio, perla maggior parte in inglese, di questi tempi soprattutto in formato digitale.

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Paura & Delirio #18: Jack the Ripper (1988)

La prima vittima canonica di Jack lo Squartatore, Mary Ann Nichols, venne uccisa la notte tra il 30 ed il 31 agosto del 1888. Cento e trentadue anni dopo, ci siamo ritrovati nello spazio virtuale, Lucia Patrizi ed io, per parlare di Jack the Ripper, miniserie della BBC prodotta nel 1988, in occasione del centenario del Ripper per Paura & Delirio.
Una serie che ambiva quasi al titolo di docufiction, con materiale mai prima portato su schermo, ed un cast colossale che comprendeva Michael Caine, Lewis Collins, Armand Assante, Susan George, Jane Seymour ed una vagonata di bravi caratteristi britannici, la maggior parte di loro ad interpretare personaggi storici.

E per aiutarci a fare S P O I L E R su tutti e quattro i possibili finali che vennero girati (ed uno solo trasmesso – gli altri servivano a confondere la stampa … ed evitare spoiler), io e Lucia abbiamo pensato di coinvolgere mio fratello Alessandro, che come alcuni probabilmente ricordano è un ripperologo – una di quelle persone cioè che, per diletto – studiano i delitti dello Squartatore. Il suo contributo alla chiacchierata è stato illuminante – ed anche abbastanza macabro a tratti.

Questo atto di nepotismo senza precedenti mi impone anche di inserire qui un link per il blog di mio fratello, dove potrete trovare un migliaio di articoli e link e documenti sugli omicidi di Whitechapel.

Buon ascolto.


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Michael Caine contro i Pirati dei Caraibi

imagesCi sonoidee che sulla carta paiono imbattibili.
Del tipo un thriller ambientato nel Triangolo delle Bermude, zeppo di pirati, e scritto dall’autore de ‘Lo Squalo’.
Cosa potrebbe mai andare storto, con un’idea del genere?

Per cui rincariamo la dose.
un film, interpretato da Michael Caine, tratto da un thriller ambientato nel Triangolo delle Bermude, zeppo di pirati, e scritto dall’autore de ‘Lo Squalo’, e sceneggiato dall’autore stesso.
Non ci sono dubbi.
A questo punto siamo davvero in una botte di ferro, giusto?

Fu quello che pensarono, probabilmente, nel 1980, i produttori David Brown e Richard D. Zanuck, quando affidarono a Michael Ritchie1 la sceneggiatura basata sul bestseller The Island di Peter Benchley, e ventidue milioni di dollari, per farci un film.
Per fare buon peso, ingaggiarono Ennio Morricone per fare la colonna sonora. Continua a leggere


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Legittime armi da guerra

Molti si scordano che in Corea, durante la guerra, non c’erano solo gli americani.
C’erano anche gli inglesi – e fra di loro c’era anche il soldato Maurice J. Micklewhite, che successivamente avrebbe cambiato mestiere e nome, diventando piuttosto popolare come Michael Caine.
Ma non è del soldato Micklewhite che intendo scrivere oggi – per quanto le sue attività in Corea potrebbero certamente rientrare nella categoria la storia fatta coi cialtroni.

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L’uomo di cui vorrei parlare è il soldato semplice Williame Speakman-Pitt, VC. Continua a leggere


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L’ultima oasi di pace fra le nebbie della guerra

Last_valley_01Ieri sera, durante una chiacchierata online, il mio amico Luca mi ha ricordato The Last Valley, un film interpretato da Omar Sharif, morto all’età di ottantatré anni pochi giorni or sono.
Come ho detto altrove, Omar Sharif era l’attore preferito di mia madre – e quindi per dovere filiale mi sono sciroppato tutte le sue pellicole, in un modo o nell’altro.
E di sicuro The Last Valley è il mio film preferito, nel catalogo dell’attore scomparso – ed ora mi toccherà rivederlo.
Lo ricordo ancora con una grande chiarezza, nonostante siano passati forse vent’0anni da quando lo vidi per l’ultima volta.
Si tratta di un film strano, ma per me di forte impatto.
E quindi, perché non farci un post? Continua a leggere


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Azione in cucina

Come ho fatto, senza, per tutti questi anni?
La Harper Collins ha appena ristampato, sottoforma di robusto rilegato rigido tascabile, al prezzo popolare di circa 6 sterline (ma lo si può avere per 4 dai rivenditori giusti), lo storico Action Cookbook di Len Deighton.
Come non creare un piccolo altare sul mio scaffale per il libro di cucina dell’autore che mi fece apprezzare l’idea di saper cucinare (alla faccia degli amici della fast-food nation e le loro battutine)?
Ne ho già parlato, ma ne riparlo volentieri.

Prima di diventare autore di bestseller e di creare il personaggio iconico di Harry Palmer – portato sullo schermo da Michael Caine – Deighton fu analista fotografico per i servizi segreti britannici, illustratore e cuoco/cameriere in una quantità di ristoranti.
Classico caso di nepotismo, visto che la madre era una cuoca piuttosto titolata.
Nel 1965, la Penguin fece uscire una raccolta di articoli e tavole grafiche di cucina e gastronomia che Deighton aveva pubblicato sull’Observer, con l’aggiunta di svariate decine di pagine di consigli generali, considerazioni diverse e chiacchiere.
Il tutto con una copertina ribalda (riprodotta qui di fianco), che è stata resuscitata per la nuova edizione.
Il testo vendeva per dieci scellini e sei pence, e c’è un cert’aria retrò sospesa fra British Empire e Swinging London, che aleggia su queste pagine.
Tutte le misure sono date in unità imperiali – pinte, once, libbre…
Un lungo capitolo ci guida nella scelta di un frigorifero (ne abbiamo davvero bisogno? perché non farsi consegnare a casa il ghiaccio da un rivenditore specializzato?), uno sviscera le meraviglie del frullatore elettrico, uno analizza i pro ed i contro di uno strumento “di lusso” come la pentola a pressione.
Ma se questi capitoli non ci fossero, così come se non ci fosse la copertina ribalda, l’Action Cookbook non sarebbe la stessa cosa – col suo capitoletto sulla cucina ultrarapida per scapoli (i piatti organizzati per tempo di preparazione, una tabella per preparare i sandwich), i suoi consigli su come stoccare la dispensa e la cantina, il suo dizionario di testi gastronomici.
E le ricette – che sono tante, semplici, insolite, e piuttosto attraenti.

Il solo capitoletto su come falsificare la cucina giapponese giustizia con quarant’anni di anticipo la “sushi generation” – niente di nuovo sotto al sole.

L’idea di un libro di cucina scritto da un autore di thriller spionistici suona oggi forse un po’ strano, un po’ ridicolo – immaginiamo un “La Cucina del Codice DaVinci” di Dan Brown o, più vicino a casa, un “Io cucino” di Giorgio Faletti, e non riusciamo a non sorridere.
Ma c’è chi ha compilato una collezione di ricette tratte dai romanzi di Andrea Camilleri

Ma se qualcosa non è, l’Action Cookbook di Deighton non è affatto ridicolo.
Nonostante la copertina ribalda.
Ma in fondo è così che noi vogliamo sentirci, quando cuciniamo.

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I cinque migliori film di spionaggio

Così, un post estemporaneo, che si và ad incastrare in un generale sentimento spionistico che mi pervade in questi giorni.

Quindi, top five: i cinque migliori film di spionaggio.
Mia personale scelta, ovviamente.
Voi siete liberi di pensarla diversamente (e dire la vostra nei commenti).

Il Terzo Uomo, di Carol Reed (1949)
Da una storia di Graham Greene.
Orson Welles c’è ma non si vede (e pare abbia anche sceneggiato).
Alida Valli, Joseph Cotten.
La musica di Anton Karas rimane un capolavoro assoluto.
Fra le macerie della Seconda Guerra Mondiale, l’incontro fra noir e spy story nella storia di un approfittatore e borsaro nero.
Vienna è bellissima.
Contiene il famoso monologo sugli orologi a cucù.

Non essere così triste. Non è poi così orribile dopotutto. Come diceva quel tipo, in Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerra, terrore, omicidio e ammazzamenti, ma produssero Michelangelo, Leonardo da Vinci, ed il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto pace ed amore fraterno – hanno avuto 500 anni di democrazia e pace, e cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù. Addio, Holly.

The Manchurian Candidate, diretto da John Frankenheimer (1962).
Scordatevi il remake del 2004 (se ci riuscite).

Questo è l’articolo riginale: paranoia, lavaggio del cervello, diabolici cinesi, arti marziali, cospirazione politica, un piano per… ehm, sparare ad un politico.
Angela Lansbury è cattivissima (quasi le si perdona di aver poi fatto La Signora in Giallo).
C’è Frank Sinatra.
Nessuno è perfetto.

The IPCRESS File, di Sidney J. Furie (1965).
Quasi perfetto.
C’è Michael Caine, c’è il romanzo di Len Deighton.
Lo spionaggio come burocrazia, la spia come cialtrone, il primo eroe del cinema spionistico con gli occhiali – questo film è l’anti-Bond.
E poi cospirazione, paranoia, lavaggio del cervello…
Funerale a Berlino (1966) e Cervello da un Miliardo di Dollari (1967) completano la trilogia (e come bonus c’è Oskar Homolka), più due apocrifi girati sul finire del secolo.

Quiller Memorandum, di Michael Anderson (1966)
Poco conosciuto (o ricordato) e basato sul primo romanzo di una lunga e fortunata serie, sceneggiato da Harold Pinter.
George Segal, Max Von Sydow (cattivissimo) e Alec Guinness garantiscono la qualità della recitazione.
Berlino, Neonazisti (wow!), il risveglio dell’antico mostro ariano, e il mitico monologo sull’acino d’uva sultanina nella nebbia…

Ci sono due eserciti che si fronteggiano in una densa nebbia. E l’uno non vede l’altro. È necessario mandare avanti un uomo, che possa addentrarsi nella terra di nessuno, e vedere il nemico. Lei si trova lì, Quiller. Nel mezzo del nulla.

I Tre Giorni del Condor, di Sidney Pollack (1975).
Dal romanzo di James Grady (dove i giorni erano sei), con musica di Dave Grusin.
Doppiogiochisti, cospirazioni, petrolio, e un eroe fuori posto.
Robert Redford come topo nel labirinto di New York.
Eccellente Max Von Sydow.
Il romanzo è meglio, ed ha più senso, ma il film regge benissimo.
Zeppo di citazioni citabili, e col mitico monologo sul primo giorno di primavera…

Qui non vedo un grande futuro per te. Capita così. Stai camminando per strada. Magari è il primo giorno di sole dellaprimavera. E un’auto rallenta e ti si affianca, e una portiera si apre, e qualcuno che conosci, del quale magari ti fidi, esce dall’auto. E ti sorride, un sorriso amichevole. Ma ha lasciato la porta aperta, e ti offre un passaggio.

E naturalmente un Outsider: https://i1.wp.com/images.amazon.com/images/P/B000067J16.01.LZZZZZZZ.jpg

Il Nostro Agente Flint, di Daniel Mann (1966)
Tutto quello che gli altri film non sono.
Un sacco di ragazze, un sacco di gadget, un agente talmente cool che Bond pare un barbone, una improbabile organizzazione (con base segreta sull’isola vulcanica!) e addirittura un personaggio che legge un romanzo di Ian Fleming trovandolo poco plausibile.
Molti lo schedano come parodia, ma è mancare il bersaglio – questo, ancora una volta, è l’articolo autentico: Bond fatto come andrebbe fatto.
James Coburn è grandissimo, Lee J. Cobb colossale.
Esercizi di yoga estremo, cipria esplosiva, lavaggio del cervello, bouillabaisse, l’agente 008, il telefono rosso, il leggendario accendino zippo con “82 diverse funzioni. 83 se lo usi per accenderti un sigaro.”

C’è anche un sequel, In Like Flint, girato l’anno successivo.

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