strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Saluti dalla provincia di Kongea

31 ottobre.
Ci vuole un post a tema orrifico.
E quindi mi pare il caso di tirar fuori dal cilindro …

Sono sempre quelli tranquilli che ...

Sir Andrew Caldecott, per dire.
Membro dell’Ordine di San Michele e San Giorgio.
Cavaliere dell’Impero Britannico.
Più un’infilata lunga un braccio di altre onorificenze.
Nato nel 1884, morto nel 1951.
Dopo aver studiato a Oxford, Caldecott si spostò in Malaysia nel ’07, e qui svolse una quantità di incarichi governativi – incluso coprire il posto di Segretario agli Affari Postali, e di Residente Britannico (praticamente una specie di console con poteri extra) in una quantità di posti dai nomi esotici.
Poi nel ’35 divenne Governatore di Hong Kong, dove si trovò a gestire l’ondata di profughi in fuga dalla guerra Cino-Giapponese, e l’anno dopo venne trasferito a Ceylon, sempre con l’incarico di Governatore.

Già la sentite, vero, la vibrazione del weird?
Perché ammettiamolo, la storia è costellata di questi noiosi dipendenti pubblici britannici in terre esotiche, e delle loro stramberie.
Che poi significano che noiosi non lo erano affatto.
Ma Caldecott fu molto morigerato, nelle sue eccentricità.
A parte il vezzo di vestire abiti civili durante l’anno speso come governatore di Hong Kong, ed il non poi così curioso fatto che, rimasto vedovo, sposò la sorella della sua defunta moglie, Caldecott intrattenne una sola bizzarria – scriveva storie di fantasmi.

Dichiaratamente un fan di M.Rhodes James, Caldecott è un autore che si concentra più sull’atmosfera che sull’effettaccio, e se per i gusti attuali alcune sue storie possono essere lente, la sua capacità di scrivere storie seriamente disturbanti rimane intatto.
La sua produzione si limita a due raccolte di storie, Not Exactly Ghosts (1947) e Fires Burn Blue (1948), per un totale di venticinque storie in totale.
Rispetto al suo ispiratore James, Caldecott ambienta le proprie storie del sovrannaturale in una quantità di luoghi diversi.
Alcune storie sono ambientate nell’immaginaria provincia asiatica di Kongea, ed aggiungono l’esotismo di luoghi che l’autore conosceva molto bene al brivido dell’infestazione sovrannaturale.
E non parliamo esattamente di spettri – o non solo: abbiamo un treno che ferma altrove nel tempo (sì, spettri e ucronia… bello, eh?), dei ragni mannari, delle mantidi assassine giganti…

La buona notizia, ora – il sempre benemerito David Stuart Davies ha raccolto tutte le storie di Caldecott in un bel paperback per la collana del mistero e del sovrannaturale della Wordsworth.
Si intitola Not Exactly Ghosts.
Si vende a tre euro – ma cercando in rete potreste anche trovarlo a meno.
Si tratta di orrore quantomai civilizzato e british, ma esiste forse qualcosa di meglio, con la quale accompagnare il Lapsang Souchong, qui fra le nebbie dell’Astigianistan, la notte di Halloween?


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Il Lungo e il Corto

Il blog Letteratitudine (che ha il dubbio privilegio di fulminare il mio browser firefox… sarà Kataweb?) riprende una notizia dal Corriere della Sera

Su un articolo culturale del Corriere della Sera del 23 gennaio – che raccoglie testimonianze varie (da Stephen King, ad Andrea Di Consoli, a Massimo Onofri) – si evidenziano le “difficoltà” del racconto o short story (per dirla all’anglosassone). Badate bene… non difficoltà di scrittura, o di lettura. Si tratta, purtroppo, di mere questioni di marketing.

Come sempre, vero?

Il racconto non piace granché… dicono.

I lettori prediligono storie-fiume… dicono.

In altre parole: il racconto non vende.

Quindi, di conseguenza, gli editori si adeguano.

Certo, raccolte di racconti continuano a essere pubblicate (forse più dalla piccola editoria che dalla media o grande), ma le “difficoltà” di cui sopra sembrano lampanti.

L’articolo in questione non è linkato e non è reperibile, ma la faccenda è comunque interessante – anche se trita e ritrita.

Da decenni gli editori lamentano il fatto che le antologie di racconti non vendono – ma continuano a pubblicarle.
Apparentemente non hanno ancora trovato un’alternativa valida.
Ed evidentemente qualcuno le compra, le legge.
Oppure la questione è diversa?
Certo, assicurarsi i diritti per tutti i racconti di una antologia, pagare un editor che supervisioni l’assemblaggio, presentare al pubblico un volume che non può essere descritto in tre battute o venduto con un’ospitata televisiva perché non c’è un autore unico da mettere sotto ai riflettori, è molto più complicato che mettere in marcia un romanzo.
Costa di più – quindi garantisce minori margini di guadagno.

Sorvoleremo su quelle case editrici straniere che hanno fatto dell’antologia l’ammiraglia delle loro collane (la Night Shade, ad esempio) o su quegli autori che scrivono solo racconti (ad esempio Harlan Ellison).
Sorvoleremo sul fatto – doloroso – che nel nostro paese non esistono riviste che pubblichino seriamente narrativa breve.
E con seriamente intendo sottoponendo i manoscritti ad un editor, e pagando l’autore all’atto della pubblicazione.

Certo è che la gran parte degli esordienti sembrano buttarsi sul romanzo, probabilmente perché considerato più facilmente vendibile.

Eppure….
Conan il Barbaro (Howard)
Fafhrd & il Gray Mouser (Leiber)
Elric di Melnibone (Moorcock)
La Terra Morente (Vance)
Northwest Smith (Moore)
Gli Hammer’s Slammers (Drake)
Il Settore Galattico (White)
La Strumentalità dell’Uomo (Smith)
Dominic Flandry (Anderson)
Continental Op (Hammett)

L’opera ominia di H.P. Lovecraft
L’opera omnia di Harlan Ellison.
Il meglio di Avram Davidson.

Hemingway. Soldati. Calvino. Carver….

Qualcuno ha evidentemente perso di vista qualche importante dettaglio…