strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Leggere in treno

Alla fine va sempre così – ho un sacco di cose da fare,e me ne trovo altre da aggiungere.
Oggi, ad esempio, mentre voi state leggendo queste righe, io sono o in treno diretto a Casale Monferrato, per visitare una mostra, o in treno di ritorno da Casale Monferrato, dopo aver visitato la mostra.

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Oppure sono da qualche parte in transito o in permanenza verso/a/in/da l’inaugurazione di una nuova libreria.
Mi hanno invitato, c’è anche il buffet, chi sono io per rifiutare? Continua a leggere

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Orripilante oltre ogni immaginazione

Nel 1985 vivevano a Londra due giovani scrittori squattrinati. Uno campava facendo il critico cinematografico, ed essendo l’ultimo arrivato in redazione, gli toccava recensire i film pornografici e la roba di serie Z. L’altro scriveva narrativa e articoli sul fantastico per riviste per soli uomini.
Entrambi facevano anche i recensori per la British Fantasy Society.
Fra le altre cose.

E nel 1985, per sbarcare il lunario, i due giovani scrittori squattrinati proposero a un editore un libro fatto di citazioni, quarte, fascette e strilli di copertina di famosi o non così famosi romanzi di fantascienza, fantasy e horror. E film, anche.
L’editore (Arrow Books) accettò, e così Kim Newman e Neil Gaiman scrissero Ghastly Beyond Belief.

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La merce più a buon mercato che esista

Secondo Neil Gaiman, la domanda

dove trovi le tue idee?

non deve essere rivolta a un autore.
Gli scrittori, che in effetti non sanno da dove vengono le idee, si sentono a disagio, quando devono rispondere a simili domande e – sostiene Gaiman – diventano cattivi.
Cattivi come solo gli scrittori sanno essere.

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vi prenderanno in giro e vi faranno sentire sciocchi

In effetti, Harlan Ellison sosteneva di trovare le idee per le proprie storie a Schenectady (NY), e una volta raccontò di essere iscritto al Club Dell’Idea del Mese – pagavi dieci dollari e loro ti mandavano una buona idea per una storia al mese.
Ci fu chi gli chiese l’indirizzo.

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Ma se il dove trovi le tue idee è un classico, c’è un secondo classico, meno popolare, ma che tutti coloro che scrivono prima o poi hanno incontrato. Ed è quello di cui vorrei parlare oggi. Continua a leggere


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Scrittori, lettori, e il muro di vetro antiproiettile che li separa

article-1299986-0A5D6DA0000005DC-208_468x524Il 19 del mese, al Festival della Letteratura di Manchester, la scrittrice Joanne Harris ha tenuto un discorso che non ha mancato di suscitare polemiche in giro.

Se vi interessa – e credo dovrebbe interessarvi – qui trovate la trascrizione completa della Harris.

Ciò che ha scatenato il dibattito – anche abbastanza fuorioso – sonos tate le due posizioni centrali della Harris nel suo discorso.
In poche parole, l’autrice ha detto che scrivere è un lavoro e che non tutti sono portati a farlo, e ha poi invitato i lettori a stare al loro posto e a fare, appunto, i lettori.

Era ora, che qualcuno lo dicesse (di nuovo).

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Come faccio a farmi prendere sul serio?

crop380w_istock_000003015755xsmall-mathNell’ambito accademico si parla spesso di “Invidia della Matematica” – quella condizione particolare, quella specie di insicurezza che hanno talune materie nei confronti della matematica.
Perché i matematici hanno le equazioni, hanno le dimostrazioni, hanno i teoremi.
È tutto nero su bianco, ci sono dele regole, si ottengono dei risultati che sono numeri. Hard numbers, come si suol dire.
Ma un biologo?
Cos’ha un biologo, di hard?
Ricordo ancora il professor Alvarez, fisico, che definì la paleontologia “Collezionare francobolli”1.

Il che naturalmente è un’idiozia, o se preferite una ultra-semplificazione – ma l’invidia della matematica esiste.
Se non si hanno dei numeri, in ambito scientifico, è difficilissimo essere presi sul serio.
E a me sta bene – dopotutto io sono uno che si occupa di analisi statistiche di dati ambientali, che per gran parte delle scienze naturali rappresentano l’unico modo per avere dei numeri da mostrare – e numeri ben poco hard, ma accontentiamoci.

Un fenomeno affine, io credo, è presente nella narrativa – e potremmo chiamarlo “Invidia del Realismo”.
Si riassume facilmente nella frase che fa da titolo a questo post, e che per i distratti ripetiamo qui di seguito:

Come faccio a farmi prendere sul serio?

Credo che sia la più diffusa e pressante domanda inespressa di chi scrive narrativa d’immaginazione.
E soprattutto di chi legge narrativa d’immaginazione.
Voi non credete? Continua a leggere


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Nove pretendenti per un trono

amberLa colpa, sia ben chiaro, è di Angelo Sommobuta Cavallaro, che ha parlato di Nove Principi in Ambra, di Roger Zelazny.
Ed io, da bravo lemming, sono andato sullo scaffale ed ho recuperato il malloppone, The Great Book of Amber, 1246 pagine in formato trade e scritte piccole, che riuniscono sotto un’unica copertina tutti e dieci i libri delle Cronache di Amber.
Delle due Cronache di Amber, ad essere precisi.
Ed ora è qui davanti a me, sulla mia scrivania.
Rileggimi!, mi dice.
E io, No, ho un sacco di cose da leggere e da scrivere. Cose che non ho mai letto prima, cose che voglio scrivere.
Sciocchezze–Rileggimi!, ripete lui.
Sarà un bel duello.
E temo di sapere come andrà a finire. Continua a leggere


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Il libro delle meraviglie

109328.jpg.size-252_square-trueIl secondo libro sulla scrittura col quale sto allietando il mio tempo libero è una bestia alquanto curiosa, e molto molto soddisfacente.
Si tratta di Wonderbook, the Illustrated Guide to Creating Imaginative Fiction, di Jeff Vandermeer.

Ora, di Vandermeer avevo già letto ed ampiamente apprezzato Booklife – che non è un manuale di scrittura, è un manuale di manutenzione dello scrittore.
Ed è eccellente.

Wonderbook si presenta invece come un approccio organico – e sottolineo organico – alla creazione di narrativa d’immaginazione.
E mi piace che usi quella definizione, narrativa d’immaginazione, che mi riporta alle mie radici decampiane.

Ma cos’è, Wonderbook?

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Neil Gaiman come Cthulhu

C’è un segnale chiaro e impossibile da fraintendere, quando tenete una conferenza o una lezione: il membro del pubblico che entra in sala, prende la propria sedia, e la ruota di novanta gradi, procedendo a trascorrere la vostra lezione rivolto verso il muro e non verso la cattedra e lo schermo.
Quando succede, siete autorizzati a considerare tale comportamentoi un chiaro segno che a quella persona, di ciò che direte, non potrebbe fregargliene di meno.
E potreste domandarvi perché si sia preso la briga di venire, quel tizio.
Mica era obbligato, no?
O forse sì?

Quando giovedì a Galliate un terzo delle ragazzine della seconda e terza media che assistevano alla mia lezione sui mondi immaginari e la rappresentazione della natura hanno girato le sedie mettendosi a fare salotto, avrei dovuto presagire che sarebbe stata una faccenda in salita.
La totale indifferenza è normalmente preferibile all’aperta ostilità, e girare la sedia è un segno di ostilità.

Mi hanno obbligato a venire ma non parteciperò.

La cosa mi ha sorpreso – appartengo ad una generazione alla quale è stato inculcato che le ragazze sono più intelligenti e sensibili, e interessate alla letteratura, mentre i ragazzi pensano solo a fumetti e palloni.
Non funziona più.
I ragazzini continuano a leggere fumetti e a fiocare a pallone.
Le ragazzine oggi chiacchierano degli One Direction masticando chewingum con la bocca aperta. Continua a leggere