strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un uomo solo al comando

Il mio amico Giuseppe dice che Zappalà non esiste. Se provate a fare un giro su Google, troverete un certo numero di articoli che indagano sul mistero sollevato da un articolo comparso su La Stampa riguardo a un giovane ex-commercialista che, chiusa l’attività causa COVID, ora vive felice e guadagna dai due ai quattromila euro al mese, netti, facendo il rider. Troverete molte versioni, molte gradazioni di realtà.

Il mio amico Giuseppe dice che Zappalà non esiste, ma quello, naturalmente, è irrilevante. Perché qui non stiamo parlando di realtà, ma di un certo tipo di retorica.
Ed è questo tipo di retorica che mi interessa.

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La rivolta dei robot

L’avete saputo anche voi, vero?
La notizia è di un paio di giorni or sono: pare che il più grave pericolo per la nostra civiltà… di più, per la nostra specie, non sia costituito da integralisti religiosi avidi di potere, speculatori dementi che si sgozzerebbero da soli per guadagnare cinquanta centesimi in più e psicotici assortiti.
No, la vera grave minaccia che incombe su noi tutti è rappresentata dalla scienza.

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Sì, la scienza, quella cosa difficile e complicata che piace agli sfigati (qui ci vorrebbero le risate registrate in sottofondo) che palesemente non serve a nulla se non a minacciarci tutti.

OK, ora prendetevi un paio di minuti per smettere di ridere e poi, se volete, andate avanti.

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I vecchi hanno preso il controllo del gerontocomio

Le parole sono importanti.
È con le parole che pensiamo.

Ora, avrete letto/vistosentito dell’incontro fra l’ex premier e l’attuale premier.
Ed avrete anche sentito il commento positivo dell’ex premier sull’attuale premier.
Che include una frase che mi fa l’effetto di una mano artigliata che graffi la superficie di una lavagna.

Ragazzi, parliamoci chiaro, è un borghese come noi.

È orribile.
Ora, se uno desse del borghese a me, gli afferrerei il naso fra le prime falangi dell’indice e del medio e gli darei una bella rotazione, al solo scopo di fargli tanto male.
E questo non perché io sia un trotskista furioso (non lo sono), ma perché, da una parte, il termine porta con se una connotazione implicitamente negativa…

Borghese: Dei costumi, delle abitudini e della mentalità della borghesia, spregiativamente interpretate come reazionarie, conservatrici. SIN benpensante, conformista.

… E dall’altra perché – a differenza della middle-class anglosassone, alla quale non è che mi urti troppo l’idea di appartenere – ha una sostanziale connotazione di staticità.

Borghesia...

La borghesia non abbraccia il cambiamento.
La middle-class sì.
La borghesia non è upward-mobile.
La middle-class, sì.
La borghesia è chiusa.
La middle-colass no.

Ed in un paese in cui statisticamente è dimostrato che se nasci figlio di contadini puoi anche laurearti in ingegneria aerospaziale ma finirai a fare il contadino, perché a fare gli ingegneri sono i figli degli ingegneri, allora l’esistenza di una cultura classista e inamovibile diventa maledettamente significativo.

La borghesia è un monolito.
La middle-class può essere lower middle, middle middle o upper middle class.

Sì, è vero, il dizionario cita

alta, grande b., industriali, banchieri
media b., professionisti, dirigenti, funzionari, commercianti
piccola b., impiegati, artigiani

,,, Middle-class. Ci sono domande?

Ma allora esplicitiamolo – la suddivisione in classi in italia è basata sul reddito, nel mondo anglosassone è una questione culturale.
Non è quanti soldi hai in tasca, è come pensi.
E gli anglosassoni partono dal presupposto che quando hai una moderata quantità di quattrini in tasca, allora cominci a pensare a come stare meglio – non a come farne di più.
È una differenza sostanziale.

La borghesia teme il futuro.
La Middle class no.

Ed ammettiamolo, in questo momento nella storia – ma anche in qualunque altro, a ben guardare – noi non abbiamo bisogno di immobilismo e desiderio di sicurezza, abbiamo bisogno di dinamismo e capacità di correre dei rischi.
Che sono i tratti della middle-class in senso anglosassone, non del dannato ceto medio italiano.

Quindi, mettiamola così… si sarà capito che io non userei borghese come complimento.
E mi terrorizza questa oscena (considerata l’origine) celebrazione della borghesia come valore da parte di una cultura che la middle-class la sta affossando.
È l’ennesimo sintomo di quanto questa nazione sia ormai solidamente neofeudale e irrimediabilmente vecchia vecchia vecchia.


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La faccia delle donne

Potrei cominciare questo post cercando di ragionare sulle strane routine che animano la ricerca di immagini in Google.
Perché parte della questione nasce da lì.
O potrei partire dall’abitudine di alcuni ospiti del Blocco C della blogsfera, di segnalare sulle proprie pagine delle bellezze mediatiche quali numi tutelari di blog, siti e quant’altro.
Perché è dalla collisione di questi due fatti che nasce questa specie di pork chop express domenicale.
procediamo con ordine.

Cercavo una fotografia di Helen Mirren.
Mi piace Helen Mirren.
L’ho vista la prima volta, credo, al fianco di Bob Hoskins in The Long Good Friday (quello è un film, maledizione!), moglie di un gangster londinese che crede di poter tener testa all’IRA.
E poi naturalmente Morgaine in Excalibur.
Prospero, ne La Tempesta!
E decine di altri film straordinari.
Comunque, per motivi miei, mi serviva una foto di Dama Helen Mirren.
Nella fattispecie, mi interessava una foto dell’attrice scattata da qualche parte alla fine degli anni ’80.

Io l'adoro questa donna

E Google non me la concede.
Attraverso i suoi filtri, trovo solo o foto recenti (l’attrice è nata nel 45), o fotografie giovanili, scattate nei primi anni ’70.
Non UNA fotografia reperibile di 2010, ad esempio – neanche specificando il titolo del film
Google, nella sua infinita saggezza, quando digito la chiave di ricerca “Helen Mirren” nella finestrella, mi offre alcune opzioni alternative:

helen mirren caligola
helen mirren calendar
helen mirren young
helen mirren hot

Cosa diavolo sta accadendo? Continua a leggere


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Con Thomas Jefferson attraverso la Crisi

Sto diventando un fan di Thomas Jefferson.
E non perché il rivoluzionario e terzo presidente degli Stati Uniti fu anche un naturalista ed un collezionista di fossili – the Mammoth President of the USA – e commissionò la spedizione di Lewis & Clarck nella speranza di trovare ancora qualche mandria di mastodonti allo stato brado.

No, è che ho letto un sacco di cose scritte dal buon TJ negli ultimi giorni, e mi pare fosse un tipo con le idee piuttosto chiare.

Il futuro che ci stanno preparando. Bello, eh?

Complice la non proprio rilassata situazione economica e politica del paese e del continente in cui stiamo seduti, ho messo le mani su un interessante libriccino, ed è stata una lettura divertente e terrificante, che ha impegnato le mie ultime serate.

Non so, dev’essere cominciato tutto con l’ossessionante, continuo martellamento, nelle ultime settimane, sulle reti RAI di documentari e servizi sull’emigrazione italiana nel ventesimo secolo.
Come se volessero renderci familiare e in un certo senso appetibile l’idea di mettere i nostri quattro stracci in una valigia e andare altrove.
A lavorare in miniera.
Perchè, come mi ha detto con una spallucciata un settantenne qualche giorno fa, tanto quello è il futuro

Grazie, vecchio mio, ma anche no, eh?

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Monoliticamente contro il progresso

Di quando in quando è utile – anche se tutt’altro che piacevole – sperimentare qualcosa di profondamente repellente, che ci faccia sentire sporchi per alcune ore, gravati da un miasma untuoso del quale non sappiamo come liberarci.
Non è autolesionismo.
Classifichiamola come ricerca.
È cercare di scoprire come pensano “Loro”.

Ieri, un amico mi segnala un articolo uscito su una testata nazionale.
Un articolo nel quale l’autore, che non esita a definirsi “un sincero xenofobo” (son soddisfazioni, immagino), lamenta il calo delle nascite nel nostro paese.
Un calo delle nascite che l’autore collega direttamente con lo sbarco di immigrati illegali sulle nostre coste.
Meno figli = più barconi, dice.

Sì, John Brunner aveva già previsto tutto.

Di fatto, non vengono portati dati a supporto dell’ipotesi – e francamente dopo diec’anni passati ad analizzare statistiche ecologiche, io il legame diretto faccio abbastanza fatica a rilevarlo.

In quella che si configura palesemente come una guerra demografica (o si fanno più bambini, o si finisce sommersi da “quelli là”), il nostro autore ha tuttavia trovato una soluzione.
Poiché è dimostrato che esiste una forte correlazione negativa fra livello culturale delle donne e numero di figli delle medesime, beh, che diamine, smettiamo di riempire la testa di quelle sceme con idee pericolose, e torniamo a ingravidarle a manetta.
In fondo è quello che vogliamo, no?
Femmine ignoranti e disponibili che non ci stressino col volerla sapere più lunga di noi e pensino a sfornare ed accudire marmocchi.

Ora, una tesi del genere, espressa in un bar dopo sei o sette bicchieri di bianco secco, sarebbe semplicemente ridicola.
Che a pubblicarla sia un quotidiano nazionale è francamente inquietante.

E d’altra parte, il dato è corretto – il livello di educazione delle donne influenza negativamente il numero delle nascite.
Una donna istruita, ben inserita nella realtà produttiva e culturale della propria comunità, ha altri modi per realizzarsi che non sfornando bambini per un marito che le legittimi.
È un dato di fatto, tanto che si parla di Girl Effect…

Ed è questo che sfugge all’autore di quel piccolo orribile articoletto – che un calo nelle nascite non è in se una cosa negativa… soprattutto se corrisponde a un miglioramento radicale delle condizioni di vita della comunità.
E la correlazione fra livello di educazione della popolazione femminile e qualità della vita nella comunità è positiva, reale e documentata.
Dalle nostre parti la si chiama progresso, ed è una cosa un po’ complicata, per certe persone, ma non lo è davvero…

Ed è questo, credo, l’elemento più profondamente inquietante dell’articolo.
Mascherandosi da sana (?) preoccupazione per la supremazia della razza (dove l’avevamo già sentita?), è in realtà una posizione fortemente contraria al progresso, al miglioramento delle condizioni in cui noi ed i nostri simili viviamo.
È la linea di chi vuole tenerci saldamente in basso e a sinistra nel grafico del professor Rosling qui sopra.
Oltre ad essere “sinceramente xenofobo”, l’autore è anche profondamente neofeudale, e fermo ad un modello di società in cui il capitale umano contava di più del capitale tecnologico – tanti figli = tante braccia nei campi.
Ma il capitale umano, inteso come numero di persone e non come competenze di quelle persone, ha smesso di avere importanza con la rivoluzione industriale.
Come?
Abbiamo industrie che non rinnovano il proprio modello produttivo da oltre un secolo?
Già.
Ora sappiamo che giornali leggono i loro consigli di amministrazione.


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Il dito e la luna

È ben documentata su questo blog la mia opinione sull’esplorazione spaziale e sugli allunaggi Apollo.
Ed è altrettanto ben documentata la mia opinione sui temini che settimanalmente i lettori de La Stampa si sciroppano da parte di Mina, apprezzata cantante (trent’anni or sono) e molto meno apprezzata pennivendola (oggi).

Il fatto che le opinioni – un misto di banalità e sciocchezze in salsa reazionaria – della cantante vengano settimanalmente spiaccicate sulla prima pagina del quotidiano torinese è uno dei grandi misteri del nostro tempo.
Perché?
Fatto salvo il fatto che ciascuno ha il diritto alle proprie opinioni, per quanto involute, tale diritto non include tacitamente il diritto di infliggere tali opinioni agli ignari lettori de La Stampa.
Al limite, potrebbe farcisi un blog – ma allora probabilmente non la pagherebbero.
O forse è un sintomo del neofeudalesimo che avanza – basta avere un titolo di popolarità e la vostra opinione diventa materiale degno di essere pubblicato.

Quali che siano i motivi, i quattro paragrafi consegnati la notte passata dalla cantante alle rotative torinesi hanno tutti i titoli per andarmi contropelo.

Prima di provare a raggiungerla, tutti sapevano che si trattava di sabbia, ghiaia, roccia. Tutti sapevano che la poesia non scaturiva dalla sua essenza brulla, ma dalla lontananza e dal notturno che la circonda. Il biancore, concesso dai sistemi delle rivoluzioni planetarie, assegna al nulla lunare una dignità maestosa.

Già, a Mina le Missioni Apollo non sono piaciute.
Curiosamente, sembra convinta che gli uomini abbiano affrontato il vuoto dello spazio, viaggiando più lontano di chiunque altro prima e dopo di loro, per verificare di prima mano quali fossero le cause della poesia della luna.
E pare altresì convinta che l’albedo del nostro satellite dipenda da non meglio specificate “rivoluzioni planetarie”.
How very Cyrano de Bergerac!

Ma non è tutto.

Il grande «spettacolo» ebbe luogo in un luglio lontano tra urletti isterici di cronisti pagati per stupirsi e suscitare stupore. Vennero sprecati, per una breve rappresentazione tra i Barbapapà e i Teletubbies, anni di costosissima e rischiosa ricerca, coraggio di uomini addetti ai lavori, illusioni degli altri uomini con la bocca aperta e il naso all’insù. Ci siamo scambiati in regalo alcune pietruzze confezionate in blocchetti di plastica trasparente, alcuni libri con le foto della faccia nascosta, con l’elenco dettagliato dei nomi dei crateri.

Già – lo stupore fu simulato.
I soldi buttati.
Così i sogni e le illusioni.
Tutto per due sassi e i nomi dei crateri.

Che baggianata colossale.
Sorvoliamo sul fatto che i mari e i creteri della luna avessero nomi ben prima che Aldrin e Armstrong facessero la loro prima passeggiata.
Sorvoliamo sul fatto che il passaggio citato qui sopra si agganci implicitamente, col riferimento ap ersonaggi di fantasia per bambini, alla solita storia della simulazione.
Sorvoliamo sull’ignoranza e sulla superficialità.
Cosa rimane?
Un pistolotto ancora una volta contro la curiosità umana, contro il progresso scientifico, contro uno dei maggiori traguardi raggiunti dalla nostra specie, in nome di una presunta spiritualità laica (?) che rimane riservata, a ben guardare, solo a chi se la può permettere.
L’ignoranza come fonte di meraviglia, per chi ha il tempo di meravigliarsi.

Rammaricarsi per il fatto che siamo arrivati fino alla Luna e poi ci siamo fermati?
Rammaricarsi per il fatto che se lo spazio fosse stato sviluppato, molti problemi contemporanei non esisterebbero?
No.
Mina non ha tempo per O’Neill, non ha tempo per Carl Sagan.

Quel 20 luglio 1969 pochissimo mi interessarono le gesta di Armstrong, Collins e Aldrin, i tre eroi che allunarono. Figurati cosa mi può importare del relativo anniversario. O del fatto che potrei fare un viaggio virtuale su Google moon. Con tutto quello che c’era e c’è da fare su questa straziata, disperata terra, con tutte le emergenze che gridavano e gridano vendetta a Dio, non sarebbe stato più saggio e fraternamente terrestre occuparsi di chi moriva e muore di fame, di guerre e di malattie? Prima di guardare in alto?

Già, perché guardare verso le stelle, se vivi in un fosso?
Mina non ha capito che l’unico modo per uscire dal fosso è tenere lo sguardo ben saldo sulle stelle.
Ed evidentemente non ha una buona dimestichezza con Oscar Wilde.

E resta il forte dubbio di come possa un’artista mantenersi vitale e interessante ignorando con fare sprezzante ciò che accade nel mondo reale.
Ma il dubbio si risponde da solo.
Perché Michael Collins, madame, sulla Luna non ci mise mai piede.
Dimostrare di non saperlo non è sdegnosa superiorità, è solo marchiana ignoranza. Come ciccare le date dei Barbapapà (1974) e dei Teletubbies (1997) – che con l’allunaggio Apollo (1969) non c’entrano nulla.

E la meraviglia dal contempllare tale ignoranza non è, credo, la stessa alla quale implicitamente faceva riferimento l’articolo.

E allora forse è meglio limitarsi alla musica, no?
Questa è per tutti quelli che credono che sulla luna ci siano andati Louis Armstrong e Phil Collins…

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Realtà e pubbliche relazioni

Stralcio il testo seguente da CORDEF, che ne ricava una vibrazione positivista e ottimistica degna di ogni rispetto, ma che io non mi sento di condividere.

Si tratta della e-mail inviata da Sergio Marchionne ai dipendenti della Chrysler

Five years ago, I stepped into a very similar situation at Fiat. It was perceived by many as a failing, lethargic automaker that produced low-quality cars and was stymied by endless bureaucracies. But most of the people capable of remaking Fiat had been there all the time. Through hard work and tough choices, we have remade Fiat into a profitable company that produces some of the most popular, reliable and environmentally friendly cars in the world. We created a far more efficient company while investing heavily in our technologies and platforms. And, importantly, we created a culture where everyone is expected to lead.

Un capolavoro di public relations.
E poi personale, molto personale, arrivato direttamente nella mailbox di ogni dipendente dell’azienda.
Ottimo per l’immagine.
Ma curiosamente reticente su alcuni dettagli, come ad esempio i dati citati (era il 2008) da Businessonline.it

59.000 dipendenti Fiat, da lunedì, sono a casa. Si tratta un blocco totale della produzione da nord a sud, in tutti i settori di cui si occupa la casa torinese. Permessi e vacanze obbligatori per chi ne aveva diritto e cassa integrazione per chi aveva già usufruito di questi.
[…]
ad ogni lavoratore cassa integrato del Lingotto di Torino ne corrispondono tre-quattro che precipitano nello stesso destino e che afferiscono alle attività di produzione collegate a quelle di Mirafiori.
In totale la crisi si abbatte sul settore dell’auto per intero inghiottendo il destino di circa 200mila lavoratori

“hard work and tough choices” indeed, Mr Marchionne, sir!
Un eccellente esempio di understatement.

E sorvolerei sulle “most […] environmentally friendly cars in the world”.

https://i0.wp.com/motortorque.askaprice.com/images/features/428-288/Eco-friendly-cars-on-display-20753.jpg
[perché se faccio una ricerca per “eco-friendly fiat”
Google mi restituisce la foto di una Saab?]

Uno straordinario esempio di marketing, la mail di Marchionne è preoccupante – dal mio punto di vista – perché è marketing rivolto all’interno: si sta palesemente cercando di vendere l’azienda, l’immagine dell’azienda, una certa atmosfera dell’azienda ai dipendenti dell’azienda stessa.
E se è vero che è impossibile condurre una attività di successo se non si crede nell’attività che si svolge, è anche vero che si dovrebbe essere onesti coi propri collaboratori – offuscare la verità è male, come ci ha dimostrato il crollo del regime sovietico, “drogato” di statistiche false e propaganda auto-inflitta.
Mascherare la morte di una città – la mia città, incidentalmente – sotto alla frase “hard work and tough choices” è un passo verso la disonestà intellettuale.

E lasciamo perdere il fatto che si sia creata una cultura “where everyone is expected to lead” – da trent’anni nei corsi per manager sponsorizzati da FIAT si spiega che il modo migliore per tener buoni i dipendenti è convincerli che sono loro a dirigere l’azienda.

Quando la propaganda prende il sopravvento sulla realtà, le cose si fanno pericolose.
E non si può che chiudere citando Richard P. Feyman

For a successful technology, reality must take precedence over public relations, for nature cannot be fooled.

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