strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Rettifica

Ovvero, questa gente pensa solo ai quattrini.

Scopro attraverso il blog di Guido Scorza una notizia preoccupante…

Il governo pone alla Camera la questione di fiducia sul ddl in materia di intercettazioni: lo ha annunciato nell’Aula di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito.

E di che si tratta?

Beh, fra le altre cose…

La toga che rilascia “pubblicamente dichiarazioni” sul procedimento affidatogli ha l’obbligo di astenersi.

Torna il carcere per i cronisti, ma la pena diventa da 6 mesi a un anno (era da uno a 3 anni) quindi oblabile: cioé trasformabile in sanzione pecuniaria.

Si potranno usare le ‘cimici’ solo per spiare luoghi nei quali si sa che si sta compiendo un’attività criminosa.

Il testo battuto dall’Ansa si trova qui.

Più immediatamente interessante per i surfisti è la facenda delle rettifiche…

il testo maxi-emendato, infatti, introduce nel nostro Ordinamento l’obbligo di rettifica entro 48 ore a pena di una sazione pecuniaria tra i 15 ed i 25 milioni di vecchie lire per tutti i titolari di “siti informatici”.

Se insomma sul vostro blog doveste decidere di dire che il politico X è un aborto di tubero (cfr. Ghostbusters), potrebbe venirvi richiesto di correggere pubblicamente l’affermazione e chiedere scusa in capo a 48 ore, oppure pagare.

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Non leader ma adoratori

Sto leggendo – per dovere professionale e per interesse nell’argomento – il nuovo paperback di Seth Godin, intitolato Tribes.
Avevo postato una decina di giorni or sono un video su una presentazione al TED fatta da Godin sull’argomento.
A parte la simpatia per il personaggio come comunicatore, l’idea delle reti di interessi condivisi suona un vecchio campanello nel mio cervellino rettiliano, e quindi, perché no… di fatto si tratta di un regalo per mio fratello, ma prima di rifilarglielo, me lo leggo.
E parte il pork chop express, perché a frustrazione monta.

Non per il testo in quanto tale – Godin come al solito scopre l’acqua calda, ma la scopre benissimo, ed ha un sacco di esempi e di idee utili; il libro non è tanto diretto a persone come il sottoscritto, che bene o male l’idea dell’innovazione l’hanno ormai metabolizzata, quanto ai dubbiosi, come strumenti per convincere gli scettici.
E anche qui, ok, niente da dire.
Solo che poi uno guarda fuori dalla finestra e ciò che vede non è non dico la Silicon Valley, ma neanche il più depresso angolino della valle dello Shenandoah.
Non è la Cina o l’India affamata e rampante.
Non è una stupida isola del pacifico meridionale ossessionata dall’aumento del livello del mare.
Non è l’Antartide.
È l’Italia, maledizione, e qui tutti i bei ragionamenti di Seth Godin colano tristemente a picco.

Ma cosa propone, di fatto, Seth Godin?

Yelling with gusto used to be the best way to advertise your wares.
There was plenty of media and if you had plenty of money, you were set.
Today, of course, yelling doesn’t work so well.
What works is leading. Leading a (relatively) small group of people.
Taking them somewhere they’d like to go. Connecting them to one another.

https://i0.wp.com/www.omahapubliclibrary.org/transmiss/rinehart/tmi00911.jpegL’idea è che esistano gruppi di interesse (chiamiamoli tribù) che possono trarre vantaggio dalla presenza di un leader che fornisca loro la spinta e la motivazione necessaria per contare qualcosa.
A differenza del management, la leadership postulata da Godin proviene dal basso, ed è un fenomeno distribuito – non un solo pastore a condurre un gregge, ma più figure autorevoli, attorno alle quali la tribù possa organizzarsi.
Lo sviluppo di questo modello beneficerebbe sia gli individui che il mercato – sia i partecipanti alla tribù che i loro interlocutori istituzionali.
Fate un giro sul blog di Godin per trovare un po’ di esempi.

Il problema, purtroppo, è che nei nostri boschi la struttura continua a preferire gli adoratori ai leader.
E con leader non intendo dittatore o sovrano assoluto, ma semplicemente “persona che funge da guida”.
Una comunità attiva e vocale, fortemente motivata e raccolta attorno a personaggi autorevoli, non viene percepita come una opportunità per dialogare con la comunità, per apprendere e migliorare l’offerta istituzionale, ma come un fattore di rischio.

Che si parli di organizzazioni spontanee di studenti, insegnanti o ricercatori…
Di comunità di lettori, o di appassionati di sport…
Di problemi ambientali o di cucina etnica…

L’interlocutore della tribù – che sia scuola, editore, ente sportivo, amministrazione locale o produttore di cibi in scatola – non cerca il confronto.
Vuole degli adoratori.
Finché la comunità ferve e frizza per commenti positivi sull’interlocutore, allora ok.
Ma al primo commento anche solo vagamente negativo, anche solo semplicemente critico…
Un’opportunità per scoprire dove abbiamo sbagliato e migliorare?
Vorrete scherzare.
Un danno clamoroso di immagine, piuttosto.
E tutte le persone coinvolte finiscono sul libro nero.

Ecco, il nostro paese è ancora governato dai libri neri – la critica non è ammessa, solo l’adorazione è ammissibile.
La resistenza è futile.

Ma ora, come lo vado a spiegare a Seth Godin?

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Ci sono cose che Dio non vuole che gli uomini sappiano

Una di queste è probabilmente il motivo per cui il concessionario delle pubblicità affisse sugli autobus genovesi ha cancellato il contratto con L’Unione degli Atei Agnostici Razionalisti (mica male, come nome), impedendo la prosecuzione della divertente campagna qui ritratta…

Pressioni esterne? Da parte di chi?
O semplicemente un caso di “piedi freddi”, come si suol dire in inglese – per cui è mancato il coraggio senza un vero motivo?
Paura di offendere qualcuno.
Di farsi dei nemici.
O solo sana, solida, monolitica idiozia.

La campagna dei senzadio era partita dalla Gran Bretagna, dove era nata come risposta ad una precedente campagna – svoltasi l’estate scorsa – in cui dalle fiancate degli autobus si promettevano (citazione biblica alla mano) morte e dannazione eterna ai peccatori.
Sono un paio di settimane che la cosa va avanti, ed anche l’UAAR italiana si era schierata, pagando di tasca la pubblicazione del messaggio – che è poi anche abbastanza di classe, tutto considerato.

E invece, zac!
Adesso basta.
La campagna, si dirà, potrebbe offendere alcuni dei cittadini.
Vero.
Ma lo stesso vale per la campagna che definisce “mostri” tutti coloro che indossano pellicce animali – perché non impedirla, per non turbare lo shopping delle madame impellicciate sui marciapiedi del centro?
E che dire di quella vecchia campagna che diceva che non leggere rende imbecilli?
Perché non rispettare i sentimenti e l’amorproprio degli imbecilli, e proibirla?
E cosa avrebbero dovuto dire gli studenti dell’Università di Torino, specie quelli delle facoltà umanistiche, quando i nostri autobus cominciarono a far circolare il meme secondo il quale quelli che vanno al Politecnico per diventare ingegneri sono più fighi?

Ci sono problemi più seri, si dirà.
Vero.
E tuttavia, l’iniziativa segnala due fenomeni che andranno presi in considerazione per il futuro.

Il primo, è che gli atei stanno sempre più di frequente rendendosi conto di essere una popolazione, una comunità.
Stanchi di non avere un ruolo nella società.
Stanchi di essere ignorati dai legislatori, troppo preoccupati di compiacere una certa ortodossia.
Stanchi di essere considerati dei casi singoli o delle anomalie, sembra che siano pronti a dimostrare, nelle parole di Richard Dawkins, di non essere voci fuori dal coro, ma semplicemente un coro diverso, con una bella canzone da cantare.
Stanchi delle idiozie.

Il secondo è che anche una certa cultura religiosa molto poco caritatevole e molto poco aperta al dialogo se ne sta accorgendo.
E pare sia piuttosto preoccupata.
E potente.


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Un premio ai migliori

Piove su Torino.https://i2.wp.com/www.torinoinsolita.it/img/sito_torinoocculta/img1/crt_facciata.jpg
Gocce pesanti cadono sulle facciate degli edifici, lavando via la sporcizia depositata dall’aria invernale carica di smog dalle pieghe nei volti di maschere e doccioni, e poi scivolano giù, raccogliendosi in pozze iridescenti lungo i marciapiedi, complici i tombini intasati, per poi finire spruzzate sui passanti dalle auto in corsa.
Benzene.
Cromo esavalente.
Piombo.
Oli incombusti.
Piove.
Ma anche sotto al cielo color ardesia, anzi, proprio a causa e in forza della pioggia velenosa e battente e del freddo, il pork chop express viaggia a pieno regime, ruggendo e sbuffando come un razorback in calore, e ne ha tutti i motivi.

Perché ieri, in barba al maltempo, proprio qui a Torino, i Cavalieri di Gran Croce hanno premiato il miglior studente universitario dell’anno.

Nelle intenzioni dell’Associazione il Premio vuole essere, infatti, un contributo per un soggiorno di ricerca e di specializzazione all’estero, con l’obiettivo di dare un segnale contro la cosiddetta “fuga dei cervelli”, che, ogni anno, vede il 5% circa dei nuovi laureati lasciare il Paese.

Già.
Per evitare che scappino all’estero, ce li mandiamo noi.
Così si tolgono la voglia e poi tornano a casa.

E se i premiati sono unmodello al quale far riferimento, perché poi non dovrebbero tornare?

Il ragazzo premiato, classe 1984, che da maturando era stato coinvolto in un progetto finanziato da Regione Piemonte e che nel 2005 ha fondato con un compagno di corso il proprio studio professionale, ha ricevuto un assegno di 5000 euro, e la stretta di mano di una buona collezione di mummie accademiche e glitterati stantii.
Gli ha anche scritto Mamma FIAT, non solo per fargli i complimenti (quando ci vuole ci vuole), ma anche per invitarlo simpaticamente a

un “incontro conoscitivo”, una volta completato il percorso di formazione all’estero, “per valutare insieme le opportunita’ di un suo inserimento all’interno del Gruppo”.

Già, dopo il percorso di formazione all’estero.
Perché cosa vale il titolo di dottore oggidì senza un periodo di formazione all’estero?
E cosa se ne farà poi la FIAT di un architetto…?
Ah, già… Gabetti.

“Questa giornata – ha sottolineato il rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo – rappresenta un segnale importante per un Ateneo che punta alla qualita’”

E a questo punto potrei abbandonarmi a taglienti polemiche.
Potrei essere diabolicamente sottile e dire che piove sempre sul bagnato.
Ma non qui.
Non adesso.

Preferisco invece pormi un quesito puramente accademico, e girarlo a voi surfisti là fuori.
Non sarà, mi domando, che se un ragazzo viene coinvolto fin dal liceo in progetti ad alto profilo, fortemente responsabilizzanti, se fin dall’inizio gli viene tributato il rispetto che la sua intelligenza e la sua volontà di studiare meritano, se gli viene offerta la possibilità di buttarsi, e provarci, e fare la propria strada… non sarà che se gli vengono offerte queste aperture, il ragazzo in questione finirà col dimostrasi più motivato e più in gamba che non, per dire, ad offrirgli un PC al prezzo di un cappuccino e libri di seconda mano?

Non sarà che offrendo il meglio si ottiene il meglio?

Oppure no?
Oppure basta chiamarsi Fassino?

Sono questi i momenti in cui vorrei essere come David Watts

[foto da http://www.torinoinsolita.it]


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Braccia restituite all’agricoltura

È con l’ormai abituale tono bamboleggiante che La Stampa di oggi ci informa che siamo di fronte a un
https://i0.wp.com/www.delfo.forli-cesena.it/ssagrario/home_Itg/medioevo/images/simone.jpg

Boom degli «under 40» che vogliono cambiare vita e si danno all’agricoltura

Sotto all’ameno titolo “I Laureati? Vanno a zappare”, Andrea Rossi si premura di informarci che

La terra sta tornando di moda. Sarà colpa della crisi, che ha fatto riscoprire il gusto dell’economia reale, ma i bandi regionali per ottenere i finanziamenti destinati ai giovani che vogliono aprire un’attività agricola sono stati presi d’assalto. Il caso più eclatante, forse, è il Piemonte: 1700 richieste, alla scadenza dei termini saranno duemila. I 30 milioni di euro stanziati potrebbero non bastare.

Ebbene sì.
Quegli imboscati comunisti fannulloni e rimbambocciati parolai dei laureati hanno finalmente capito che il loro futuro è la terra.
Meglio ancora, come dice il titolo, la zappa – che ha più un sapore di fatica fisica.

Gongola il ministro dell’agricoltura

C’è fermento – conferma il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia -.
Ricevo decine di mail, ragazzi che mi chiedono come iniziare
un’attività agricola. Questa è una rivoluzione: il mondo crolla sotto
il macigno dell’economia virtuale e i giovani tornano a quella reale

Ma non sarà, più semplicemente, che avendo investito un capitale in tempo e danaro per laurearsi in ingegneria dei materiali, e trovandosi come unica offerta di lavoro disponibile la propaganda ad Alice di Telecom in un accogliente call-center, i laureati, lungi dal riscoprire il piacere di spaccarsi la schiena, abbiano semplicemente fatto un’analisi costi/benefici e scelto il male minore?
Dopotutto, meglio coltivare i campi che morire di asbestosi in uno scantinato destinato a centralino telefonico.

Ed infatti…

La terra fa tendenza, anche se qui non ci sono romantici, ma giovani
quasi sempre laureati, con progetti in cui si parla di business plan,
tecnologie e macchinari sofisticati. Altro che sognatori: chi prende i
finanziamenti e poi fallisce dovrà restituire i soldi.

I soldi.
Perché poi alla fine si riduce tutto ai soldi, giusto?

Non si sono ancora resi conto, questa manica di imbecilli, che da quando abbiamo adottato il denaro quale unica misura del mondo, il mondo medesimo ha preso ad andare all’inferno in un secchio, e noi con lui?

Seguono quatro esempi di quattro pionieri della servitù della gleba con certificazione universitaria.
Persone che meritano di essere rispettate, ridotte qui a fenomeni da baraccone…

La laurea: Informatica. La professione: imprenditore, titolare di una società di consulenza informatica. Il futuro? Fitodepurazione, tutta
un’altra storia. A 36 anni Alberto Defilippi sceglierà una sorta di palude e pianterà una selva di arbusti trasformandola in un canneto. La sua famiglia lo seguirà.

Che sagome, eh?

Intanto, l’età media del personale docente in università striscia inesorabile verso i sessant’anni.
E se glielo si fà notare, s’incacchiano pure.


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Non sono ciechi, sono cattivi


… E no, non si tratta di un pezzo sulla trilogia anni ’70 di Armando de Ossorio.

La pressione lavorativa si è appena allentata – quel tanto che basta per avere un paio d’ore in più al giorno, complice la pochezza dell’offerta televisiva, da dedicare alla lettura da diporto.https://i0.wp.com/rizzoli.rcslibri.corriere.it/cover/mini/1701718_0.jpg
E così ho messo mano ad un volume che avevo arpionato una decina di giorni or sono, Shock Economy, di quella Naomi Klein che con NoLogo, al volgere del secolo, aveva raggiunto lo status di bestseller.
Lo stampa Rizzoli ad un prezzo quasi popolare (12 euro per una ristampa BUR? Brividi).

NoLogo, letto in inglese in tempi non sospetti, non mi era dispiaciuto, e questo volume promette di fornire cibo per il pensiero e ispirazione per il futuro.
Posso anche spacciarlo per quasi-lavoro, visto che rimane mia ferma convinzione che chi si occupi o si voglia occupare di scienze ambientali deve anche avere un minimo di dimestichezza con ciò che passaper il cervello dei politici e degli economisti.

L’idea esplorata dalla Klein è l’applicazione, da parte di vari governi “democratici” della teoria friedmaniana dello “shock treatment” – sfruttare la catastrofe per far passare leggi che liberalizzino all’estremo certi settori dell’economia.
Milton Friedman sviluppò l’idea quando era consulente per l’economia del generale Augusto Pinochet, in Cile.
Ma da allora il sistema è stato applicato da Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Russia post-Sovietica, Argentina…
Interessante, no?John Cusack

Specie considerando che il volume si apre, dopo l’ormai rituale pagina di commenti entusiastici di chi il libro l’ha letto prima di noi – per una volta non c’è Stephen King, c’è John Cusack (che ha recitato in un film tratto da King, quindi la tradizione è salva)… il volume si apre, dicevo, con un bell’esempio di shock treatment friedmaniano – la riduzione dei fondi alle scuole e la loro successiva privatizzazione.
Oho…
Non avevamo appena lasciato questa festa?

E che dire del precetto di Milt Friedman secondo il quale

una nuova amministrazione dispone di un periodo di sei-nove mesi in cui realizzare i principali cambiamenti; se non coglie l’opportunità di agire incisivamente in quel periodo, non avrà un’altra occasione del genere.

Ditelo al nostro governo precedente.

E ancora

soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando la crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.

Simpatico, eh, Friedman?

Sarà divertente addentrarsi nel testo della Klein.
Divertente e inquietante.
Chi ha bisogno della narrativa orrifica, quando c’è il neoliberismo?

[foto di John Cusack da Snarkerati]


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La Stampa scopre la società agalmica.

No, no… frenate.
Non significa che da domani potrete avere il principale quotidiano torinese… l’unico, in effetti… a costo zero.
Quando mai?
Significa semplicemente che – con una manciata di anni di ritardo rispetto al resto della civiltà occidentale – la testata torinese ha finalmente recepito un interessante trend generale, e ci ha fatto sopra un articolo a tutta pagina: Il nuovo sogno: la vita “no cost”.

Viaggi aerei gratis. Camere d’albergo gratis. Giornali gratis. Cellulari gratis. Telefonate gratis. Eccetera. Non a basso prezzo, non a prezzi stracciati, proprio senza pagare niente. Le offerte si stanno moltiplicando, forse assistiamo addirittura alla nascita di una nuova economia (nuova sul serio, stavolta, almeno si spera, non come quella degli Anni 90). A ognuno secondo i suoi bisogni, come si diceva tanto tempo fa. È l’ultima frontiera del marxismo utopico? O invece è la solita mezza truffa?

Ah, cara vecchia Büsiarda.
Concepisce solo il marxismo utopico o la truffa (in frazioni variabili) – idee come progresso, evoluzione sociale, cambiamenti radicali in certe forme dell’economia….
No, troppo complicato.

Segue una breve apologia del low-cost, con tanto di marchetta per l’Ikea.

Il low cost è un’opportunità, ma per milioni di persone è anche di più, una vera necessità: i tanti lavoratori che guadagnano mille euro al mese, o meno ancora, non potrebbero mangiare senza gli hard discount, non potrebbero arredarsi le case senza l’Ikea e non potrebbero uscire dai confini italiani per una vacanza o un weekend se non ci fossero Ryanair, Volareweb, Easyjet eccetera.

Eh, già.
Poracci.
Il low cost è un’opportunità per i rudi meccanici
Invece il no cost, come lo chiamano loro, è tutta un’altra faccenda…

dal punto di vista sociologico, mentre i forzati del «low cost» sono soprattutto persone a basso reddito, i corsari del «no cost» sono giovani (poveri o ricchi non rileva) ben scafati nell’oceano Web e quindi idonei a coglierne al volo le offerte. È ovvio che le due platee in notevole parte si sovrappongono, ma il discrimine del «no cost» è soprattutto tecnologico e non di reddito. Quindi quella «no cost» non è tanto una filosofia di pauperismo quanto di appropriazione scaltra, rapace e flessibile di quel che offre l’economia post-industriale.

Ricapitoliamo.

  1. L’azienda X mi vende spaghetti a due euro il chilogrammo, ed io li compro.
    Perfetto – siamo in una economia di mercato, io faccio circolare denaro e chiaramente privilagio la qualità e il Made in Italy.
  2. L’azienda Y (diciamo un hard discount) mi vende spaghetti a cinquanta centesimi il chilo, ed io li compro.
    Ottimo – anche perché, se sono un poraccio, è la mia unica opportunità per abbracciare le gioie della dieta mediterranea.
  3. L’azienda Z gli spaghetti me li regala, e io ne accetto volentieri un piatto.
    Si tratta di “appropriazione scaltra, rapace e flessibile di quel che offre l’economia post-industriale”.
    Che bastardo che sono!

Il seguito dell’articolo è tendenzioso e disinformativo.
Si arriva alla disonestà intellettuale con affermazioni del tipo

Anche la tv si può vedere sullo schermo del pc e senza pagare niente grazie a Internet: le serie di telefilm si trovano gratis in siti come eMule o Bittorrent

… fonti illegali di materiale mediatico.
Ma neanche una parola su Miro o su Joost – gratuiti e legali aggregatori di canali televisivi gratuiti.

Il mondo Internet ha anche aperto la strada alle telefonate gratuite con il sistema Voip attraverso siti come Skype e Jajah (che connette fra loro numeri di rete fissa in tutto il mondo). Le modalità sono sempre più variegate: adesso con Skype si possono utilizzare anche i cellulari e i telefoni cordless, o almeno i loro modelli più avanzati.

Ma il giornalista si scorda di dirci che le chiamate a rete fissa, con Skype, sono a pagamento.

La chiusura è da manuale.

Sta prendendo piede anche in Italia – dopo aver furoreggiato in America – l’offerta di cellulari a prezzo zero da parte di compagnie telefoniche che chiedono in cambio ai clienti l’impegno a cumulare un certo volume di traffico con loro. E che cosa ci si dirà in queste telefonate gratuite? Magari ci si racconta, gli uni con gli altri, come e dove trovare altre cose gratis. Ovviamente.

Ve lo vedete, che sorride paternalistico e scrolla benignamente il capo?

Fino a che la cosa non diventerà trendy, naturalmente, e ci dovremo sciroppare un articolo alla melassa su quanto siano fighi i plutocrati neofeudali che pagano zero per tutte quelle cose che i poracci vanno ad elemosinare negli hard discount.
Ed a quel punto la scena sarà morta, morta, morta.

Bisogna impedirlo.
Di fatto, esistono ormai moltissime aziende per le quali il prodotto e la fonte principale di introiti sono a tal punto disaccoppiate, da poter regalare il prodotto per ampliare il bacino dal quale si ricavano introiti.

Non si tratta di rapacità – si tratta di opportunità che originariamente non c’erano.
Certo, come sempre quando si accettano doni dagli sconosciuti, tocca tenere il cervello acceso – cosa alla quale forse i lettori de La Stampa stanno perdendo l’abitudine.

Post Scriptum

Dal Blog di Seth Godin:

Free undermines the typical human’s proclivity to ignore every offer. Even if it’s a penny, we’ll ignore it. Free changes that. In other words, buying attention is a marketing expense, and one way to budget for that is to deduct it from the cost of your product. As Tim O’Reilly says, piracy is not the enemy, obscurity is.

The interesting thing about most products and services is that we won’t buy them until we know what they are and what they do. And often the best and only way to do that is to use them. For some products (like music) using them once and owning them are very close to the same thing. Hence, free. You can view that as a problem or you can see it as an opportunity. Up to you.

Marketing is not advertising, not any more. It is often found in the way you make something, talk about it and yes, price it.

Amen.


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Viviamo in un posto figo

La Stampa, organo ufficiale della megacorporazione che controlla Torino e lo sprawl circostante (come direbbe William Gibson), ha pubblicato oggi un pezzo di Gabriele Ferraris che non può che irrigare di gioia e tripudio i cuoricini stracchi di noi sudditi.
Alziamo dunque gli occhi dalla zolla ancestrale e, ripulite le mani lerce di letame sul davanti delle nostre casacche sformate, applaudiamo…

Di solito, capitava il contrario: i film italiani li giravano in Italia, e poi, per dargli l’ambientazione sofisticata – tipo New York, le Bahamas, Saint Tropez – inserivano un po’ di panorami da cartolina, così da far credere allo spettatore che la vicenda si svolge proprio in quei posti prestigiosi. Adesso, la situazione si rovescia. Il blockbuster hollywoodiano «The Bourne Ultimatum», terzo episodio della saga spionistica interpretata da Matt Damon, l’hanno realizzato altrove, presumo per esigenze produttive: ma la vicenda prende dichiaratamente l’avvio a Torino, e a dare verisimiglianza alla fittizia ambientazione ci sono le riprese d’esterni con la Gran Madre e piazza Vittorio. Insomma, Torino è di moda. «Cool», direbbero gli americani. Un posto figo, traduciamo per i non anglofoni.

Se la pensano così a Hollywood, potete crederci: hanno fiuto, per certe faccende.

1980.
Ve li vedete, gli indios Hovitos, che si danno di gomito contando le perline, mentre Spielberg e la gente della Paramunt si allontanano?
“Una volta i film mica li giravano qui nella giungla,” dice il primo indio al secondo, con fare saputo. “Certo, le scene del tempio poi le gireranno in un teatro di posa di Hollywood, ma il fatto che noi ci facciamouna comparsata per dare verosimiglianza a ‘sta storia dell’Arca Perduta, significherà pure qualcosa, no? Lascia che telo dica, la fottuta giungla peruviana è di moda. Cool, direbbero gli americani. Un posto figo, tradotto nel nostro dialetto.”
L’altro indio lo guarda con aria poco convinta.
“Se la pensano così a Hollywood,” continua l’altro, imperterrito, “puoi crederci: hanno fiuto, per certe faccende.”

Ecco, allora le ipotesi sono due – o io mi sono perso qualcosa e tutti quanti là fuori da venticinque anni non potete fare più a meno di astucci penici e cerbottane Made in Hovito, o Gabriele Ferraris ha scritto un’idiozia.
L’han pagato per farlo, ma ho come la strana impressione che non sia un’attenuante.
Anzi.

Ma naturalmente l’esultazione de La Stampa non si ferma qui.
No, ci devono anche spiegare perché siamo così maledettamente cool…

poche altre città in Europa hanno, in pochi anni, trasformato così profondamente la propria immagine. Il grigio dormitorio di un tempo appare oggi a un osservatore esterno come una metropoli scintillante – fors’anche al di sopra della realtà; e non soltanto in virtù delle Luci d’Artista, che pure aiutano. I problemi hanno meno risonanza, fuori dall’ambito locale, rispetto ai fascini. L’innovazione è stata una carta vincente: mentre a Torino ci si scanna sulla questione dei grattacieli, arrivano gli assessori all’urbanistica di mezza Italia per studiare la rivoluzione architettonica subalpina, e ammirare i progetti di Renzo Piano.

Ah, feccia dei grigi dormitori, capite ora la grandezza alla quale è destinato il frutto dei vostri lombi?
Ammesso che le emissioni di mamma FIAT non vi abbiano resi sterili, o peggio, naturalmente.

Il problema, naturalmente, è di risonanza.
I problemi che gli altri non rilevano non esistono.
Alla faccia di Peter Gabriel e delle sue videocamere in regalo.

Sta di fatto che Torino, da appartata marca di confine, è trasmutata in luogo del desiderio, dove bisogna esserci: per un matrimonio mondano, come quello del numero uno della Mondadori alla Reggia di Venaria, o per un evento chic&choc del calibro di Artissima, affollato di collezionisti e presenzialisti, scrittori come Aldo Busi, maestri del gossip come Roberto D’Agostino in visita alla casa di Patrizia Sandretto, un sacrario della contemporaneità ricercatissimo dalle riviste d’interior design più à la page.

E io che mi imbizzarrivo – moderatamente, che diavolo, moderatamente! – per la Transilvania d’Italia.
Replico qui in pubblico le mie private scuse a Danilo Arona, dieci, mille volte.
Marca di confine, si era, altro che Transilvania.
Ed ora invece, fortunatamente, ci viene persinoD’Agostino, a mangiare gratis da noi!

Per fortuna i potenti vengono qui a celebrare i propri sponsali, permettendo poi ai cococo a 800 euro al mese impiegati dalla Reggia di Venaria di ripulire le sale del festeggiamento.

Ma il sale della terra, come sempre, siamo noi, di ceppo genetico taurinense…

Torino è «cool» perché è piena di torinesi – autoctoni o d’adozione – che sono dannatamente «cool». C’è la gente che piace alla gente. Per gli altri italiani, questa è – innanzi tutto – la città di Luciana Littizzetto che, con marcato accento subalpino, gira lo spot dei telefonini in piazza Vittorio; la città dove c’è un festival cinematografico diretto da Nanni Moretti; la città della brillante Evelina Christillin e del matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi, del bonario Gambarotta, del corrosivo Chiambretti, della geniale Carol Rama; la città dei calciatori amatissimi Del Piero e Buffon; la città dove arrivano in gita le ragazzine sperando di incontrare i Subsonica ai Murazzi, la band più «cool» del Paese in uno dei posti più «cool» del Paese.

Ci portano financo le ragazzine per fare accoppiare i nostri notabili!
O così sperano, le poverelle, nelle loro fantasie infantili, di poter essere impalate dalla verga di giada di un VIP, e godere… di qualche minuto di celebrità.

Perché poi, diciamolo chiaro, è tutta una questione di sesso…

i torinesi sono «cool» anche perché si accoppiano con donne bellissime. Eva Herzigova, Alena Seredova, Fernanda Lessa si sono torinesizzate per amore. Ciò è decisamente «cool».

Ma a voi, cari sudditi, la Herzigova, la Seredova e la Lessa non la daranno mai.
Neanche per danaro.
Potete al massimo spacciarvi per uno dei Subsonica – band fortunatamente senza volto – e sbattervi una delle ragazzine ai Murazzi.
Contenti?
Tornate pure al vostro lavoro.