strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Una modesta proposta

Io proporrei una moratoria di dieci anni sui termini nerd e geek, e pene corporali – o possibilmente la Rieducazione Attraverso il Lavoro per coloro che si applicano tale etichetta o la applicano ad altri senza previo permesso scritto degli interessati.
Che coloro che ora come ora si autodefiniscono nerd e geek tornino a leggere i loro fumetti, a guardare le loro serie TV, a giocare a Dungeons & Dragons (rigorosamente Scatola Rossa) e con la collezione di Micronauti, e a piangere commossi per i vecchi Urania o i libri della Fantacollana che non hanno mai letto, e la smettano di perseguitarci con i loro pipponi autocelebrativi e i loro agghiaccianti tentativi di auto-legittimazione, con la loro nostalgia per ciò che non hanno mai conosciuto e con la loro tragica mancanza di senso dell’umorismo.

Pare di assistere ai primi giorni non di una nazione migliore, ma del sorgere di una nuova religione, con piccoli profeti che tentano di raggiungere il rango di Kwisatz Haderach.0002385123_100Sarebbe bello se si facessero dei discorsi seri, se si facessero delle analis critiche, anche semplicemente delle tranquille discussioni.
Ma questo perpetuo sforzarsi per recintare un pezzetto del dominio nerd al fine di diventare dei piccoli Secret Masters of Fandom è vuoto e fasullo, e alla lunga non porta a nulla di buono.

In casi di estrema necessità, coloro che intrattengono passioni che noi non siamo in grado di capire potranno essere etichettati come anorak, come da tempo avviene in taluni circoli.

Così.
Come si diceva, una modesta proposta.
Ma pensate che mi daranno retta?
Ah!


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Siete voi

st,small,215x235-pad,210x230,f8f8f8.lite-1Una cosa che mi è venuta in mente…
La parola nerd è improvvisamente entrata nel lessico comune, e come altre parole, chessò pop, noir, trash, pulp viene usata sostanzialmente a casaccio per darsi un tono.

E così, mentre il termine viene abusato, mi è capitato di sentire – o di leggere, non ricordo – discorsi riguardo a quanto sia difficile definire il significato della parola nerd.
Si tirano fuori cose come l’impaccio sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo, la verginità a oltranza, Star Trek, il quenia e il sindarin.

E poi ieri, parlando con alcuni amici dopo una lunga giornata spesa a giocare di ruolo, io la mia definizione di nerd l’ho trovata, e la offro qui per l’arricchimento culturale, morale e perché no, spirituale, dei miei lettori.

La mia definizione fa più o meno così…

nerd è una persona che ha una passione che voi non capite

Tutto qui.
Non sono loro.
Siete voi.

È per questo che considerate nerd chi colleziona testoline mummificate degli Hovitos dell’Amazzonia, e sa tutto a riguardo, ma considerate “normale” chi sa recitarvi tipo rosario tutte le formazioni dell’Inter, o della Juventus, o della Provercelli, dal 1901 a oggi.

Ma non sono loro.
Siete voi che decidete.


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Metal detector

Parliamo di qualcosa di completamente diverso.
In queste afose e soffocanti notti d’estate, ho trovato un poco di respiro guardando una cosa intitolata Detectorists.
La BBC la fiscalizza come situation comedy, ma … beh, giudicate voi.

La trama in tre parole: Lance e Andy sono due sfigati, uno fa il carrellista ai mercati generali e l’altro fa l’uomo di fatica per il comune di Danebury per pagarsi l’università. Entrambi condividono l’hobby della ricerca col metal detector, e trascorrono il tempo libero per i campi dell’Essex, in cerca di fantomatiche sepolture sassoni.

Ed è più o meno tutto qui. Continua a leggere


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Doppio gioco

Ma com’è che non ho una scaffalata di romanzi di Walter Jon Williams?

Me lo domandavo qualche giorno addietro, mentre procedevo nella lettura di This i$ Not a Game, ultima fatica dello scrittore americano.

In effetti, ho una mezza scaffalata di romanzi di Walter Jon Williams.
E mi sono pure piaciuti parecchio.
Mi è piaciuto Hardwired, con il suo cyberpunk da B-movie alla faccia di tutta la pretenziosità di Gibson e Sterling.
E mi è piaciuto ancora di più il sequel, Voice of the Whirlwind, pieno di zen e di ambiguità morali.
Ho letto con gran divertimento Metropolitan.
E poi Aristoi, prestato durante l’università e mai riavuto (ma quanti libri ho sparso per il paese?)
E On Angel Station, nonostante una traduzione che ricordo non proprio coinvolgente.

Mi sono sempre piaciuti i suoi racconti.

E Walter Jon Williams si è pure dimostrato personaggio singolare e piacevole di persona – quando lo contattai per tradurre una sua storia che aveva appena rischiato di vincere il Nebula.
Strana miscela di professionalità e gigionaggine, Williams rimane un autore che leggo sempre con piacere.

L’unica cosa, la produzione di Williams per qualche ragione tende a scivolare facilmente al di sotto del radar.
Ti volti un attimo, e sono passati cinque anni, e ci sono una manciata di nuovi romanzi.

This i$ Not a Game è, in prima battuta, un technothriller.
Charlie, Austin, Dagmar e BJ si sono conosciuti all’università, nel secolo scorso, giocando a Dungeons & Dragons.
Oggi vivono nel mondo del web 2.0, restando comunque legati al mondo dei giochi, con diverse fortune – c’è chi fa un sacco di milioni, c’è chi tira a campare.
Quando un killer uccide uno dei quattro, gli altri tre si mettono al lavoro per rintracciare l’assassino.
Utilizzando le risorse messe a disposizione dalla rete e dai social network legati ai giochi online.

Dalle prime pagine – nelle quali una web-community di geek e giocatori di ruolo batte a man bassa un contractor israeliano nel gestire una crisi in estremo oriente – il romanzo è una lunga carrellata di nuove tecnologie, intrighi e cospirazioni e rete.

Fra un dialogo e l’altro – tutti scritti benissimo – Williams tocca molti argomenti che si sono discussi su questo blog, dal capitale di fiducia che sta alla base di qualsiasi rapporto online al vero significato dell’espressione perdente, passando per gli effetti a lungo termine dell’aver passato un sacco di tempo a giocare.
Il cast del romanzo è composto di geek – alcuni che hanno saputo tramutare il proprio stato in una miniera d’oro, altri che sono rimasti ai blocchi di partenza, altri ai quali non importa.
Williams usa con perizia lo slang di giocatori e utenti web – a limite inventandosi i termini che non ci sono, ma che servirebbero.
Non mancano i riferimenti autobiografici, un paio di giochini accessibili solo a chi frequenta Williams fin dai tempi di Hardwired, un omaggio a Roger Zelazny ed uno a Dune.
Già a suo tempo coinvolto col mondo dei giochi – fu autore del supplemento per Cyberpunk 20.20 basato su Hardwired – Williams mette in campo un campionario di personaggi che chiunque abbia mai lanciato una coppia di dadi da dieci ha conosciuto, e li usa per costruire un buon thriller.

È strano, trovare un pezzo della propria vita in un romanzo – almeno quanto lo è trovarlo in un saggio.
Ma è bello vedere i geek presentati in una luce positiva, anche se all’interno di una storia che si fa sempre più claustrofobica mano a mano che si avanza verso il finale.

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Come essere perdenti

La discussione – che in realtà non ha mai preso corpo – è partita come al solito su Malpertuis, salvo poi rimbalzare su diversi blog.

La frase incriminata è

La natura di “perdente” di Shaun è così distante dalla nozione tipica americana o italiana da essere a tratti incomprensibile e aliena, un feroce tunnel nel quale nemmeno le più ardue prove del fato riescono a cambiare la natura di un individuo

Si possono davvero distinguere scuole nazionali, stili nazionali che caratterizzano i perdenti su questo pianeta?
E, altra domanda ovvia, chi o cosa è un perdente? Da cosa lo riconosco?

La domanda non è affatto banale – come sa benissimo chiunque là fuori (sù quelle mani, vigliacchi!) che è stato scavalcato per un lavoro o scaricato da una fidanzata in favore di una persona “con un carattere vincente”.
Se vi scartano in questa società alla perenne ricerca dei vincenti, eh, ragazzi, c’è poco da ridere – siete stati etichettati come perdenti.

Ma lo siete davvero?

Nel suo fondamentale How to ruin your life, Ben Stein delinea venti regole essenziali per essere dei perdenti assoluti.
Vediamole…

  • Non apprendere alcuna abilità utile
  • Convinciti di essere il centro dell’universo
  • Non accettare mai alcuna responsabilità se qualcosa va male
  • Critica subito, e frequentemente
  • Non mostrare mai alcuna gratitudine
  • Invidia tutto, non apprezzare nulla
  • Sii un perfezionista
  • Non godersi le cose semplici della vita
  • Frega chiunque, in qualsiasi momento, ogni volta che è possibile
  • Tratta male chi ti tratta bete
  • Sminuisci chi ti circonda
  • Porta rancore
  • Abbandonati ad alcool e droghe
  • Non risparmiare denaro
  • Ignora la tua famiglia
  • Ricordati che nessuno conta al di fuori di te
  • Ricordati che non devi niente a nessuno
  • Fai sfoggio di superiorità nei confronti di chiunque
  • Porta avanti una dura opposizione su tutto
  • Pensa il peggio di chiunque

In effetti, alcune regole sono ridondanti.
Sulla base del modello di Stein, possiamo vedere che il perdente è sostanzialmente una persona così strettamente avvoltolata nelle proprie nevrosi, da essere incapace di ottenere dei risultati.
Non ha capacità commerciabili.
Non è in grado di imbastire relazioni umane normali.
Non ha valori stabili.

Ci può stare.
Una sola di queste tre caratteristiche sarebbe sufficiente a redimerlo, ma il perdente latita su tutti i fronti.

Io, più brevemente, direi che il perdente, il loser, è un individuo che si pone dei traguardi molto modesti, ma non ha comunque le capacità e soprattutto il carattere per riuscire a raggiungerli.

Mi viene in mente un personaggio citato in un bel racconto di Charles De Lint, che dopo alcuni anni come piccolo spacciatore, capisce che la sua autentica aspirazione nella vita è fare il protettore per la sua fidanzata, minorenne ed eroinomane.
Un buon modo per fare in fretta un sacco di soldi – pensa lui.
Traguardi modesti, non abbastanza stoffa per raggiungerli = perdente.

Da qui – esiste una scuola nazionale?
Il perdente italico è diverso da quello britannico o nordamericano?
O si tratta solo di differenze climatiche e di diverse abitudini alimentari?

Io credo siano solo tratti accessorii – il loser americano sa tutto sul football più o meno quanto il perdente nazionale italiano sa tutto sul calcio.
Poi magari non hanno idea di che lavoro faccia il figlio, o dicome stia evolvendo il mutuo sulla casa, ma sul pallone – sferico od ovale – sono ferratissimi.

E naturalmente, è necessario diffidare da coloro che trattano loser come sinonimo di geek, nerd o cose del genere.
Qui non si tratta di avere semplicemente delle scarse capacità relazionali.
Qui parliamo di mandare a monte tutta la propria esistenza, facendo intanto il massimo danno all’esistenza di chi ci sta vicino.
E per di più, in maniera indistinta.

Perché, come diceva Tom Robbins, se davvero siamo dei perdenti, possiamo per lo meno impegnarci ad essere perdenti di successo.
Anche quella è una piccola redenzione, negata geneticamente ai loser.

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Nerd, geek e altri superuomini

Questo è un pork-chop express a scoppio ritardato.
[e, sì, l’immagine qui a destra è orribilmente sessista – però funziona]
Qualche giorno addietro, sul Blog sull’Orlo del Mondo, Alex McMab discuteva di nerd-dom e geek-yness.
E tra le altre cose, provocatoriamente domandava…

Un’altra domanda, miei cari nerd, semi-nerd e geek assortiti: ma quanto i nerd propriamente detti, come si integrano con la società?
Voglio dire, può essere facile essere nerd a 20-30 anni. Ma a 40? A 45? Fino a quando si può fuggire dalla realtà?

Ora, naturalmente io non sto sfuggendo dalla realtà.
È la realtà che fugge quando mi vede arrivare.
Ma scherzi a parte…
Di fatto, ormai da almeno vent’anni nerd e geek sono termini denigratori solo per chi si crede spiritoso ad utilizzarli.
L’uomo più ricco del mondo è un nerd.
I nerd ed i geek hanno progettato gran parte della nostra società – beh, le parti che funzionano, per lo meno.
Il resto lo hanno fatto politici ed economisti.

Io non ho quindi grossi problemi ad integrarmi, perchè – essendo un nerd – vivo in una sorta di nerdsfera.
Quasi tutti coloro che conosco e frequento hanno una vita intellettuale.
Possiamo non condividere passioni ed interessi, ma riusciamo a capire passioni ed interessi intellettuali altrui.
Siamo in tanti.
Ci riconosciamo.
Siamo una tribù.
E sappiamo che, sotto sotto, abbiamo ormai vinto.
Siamo noi quelli ai quali ci si rivolge per risolvere i grandi problemi -a meno che non li neghino, ovviamente.
Il 90% di cio che c’è in TV è fantascienza o fantasy – da CSI a Porta a Porta passando per il telegiornale di Rete 4.
Si fanno le tesi di laurea su Lovecraft e su Star Trek.
I maggiori bestseller in libreria sono fantasy – che si tratti di Harry Potter o di Dan Brown, poco cambia.

Incidentalmente – che sfiga, la Rawlings, eh? Anche quando si parla di lei, si usa il nome della sua creatura. Quasi l’esatto contrario del Dr Frankenstein…
Ma sto divagando.

Insomma, abbiamo vinto.
E questo comporta un rischio.
Perché nel momento in cui il nerd diventa il nuovo Superman, automaticamente parte del suo universo viene invaso dagli hooligan.
Le vaste masse irsute dei minus habens.
I “creativi”.
I programmi del sabato sera.
Perché se è vero che i geek e i ner hanno vinto, è anche vero che la forbice si è allargata.
Se un tempo esisteva un continuum, con tutto lo spettro intellettuale più o meno omogeneamente coperto, ora c’è un abisso.
E l’abisso separa i nerd (che piaccia loro o meo) e le specie simili, dalla maggioranza che non ha interessi, non ha passioni, non ha sogni.
Se non quelli venduti dalla TV.

E questo fa male.

Per dire – venerdì, su Torino Sette, il supplemento dadaista de La Stampa (ma come lo impaginano?), un tale si sbrodola su tre colonne per “venderci” i film di Wong Kar Wai, maestro hongkongiano del cinema postmoderno.
E giù banalità.
Come quel docente di cinema che ha detto ad un suo tesista “Gli Shaw Brothers erano poi come i nostri Fratelli Vanzina.”
E noi vecchi nerd, che al cinema, al Torino Film Festival, attorno al 2001, ripetevamo il dialogo di Hong Kong Express anticipando i sottotitoli in italiano, facendo così la figura di quelli che sapevano il cinese (no, avevamo il film in videotape, sottotitolato in inglese, e lo avevamo guardato a morte), noi che abbiamo i dischi di Faye Wong proprio perché ce ne siamo innamorati guardando quel film, e che abbiamo tutti i film di Ti Lung su VCD e ci leviamo il cappello quando vediamo il logo della Shaw Brothers, ci sentiamo un po’ stanchi.
Un po’ vecchi.

Oppure oggi, sulla prima pagina di TuttoLibri, il supplemento de La Stampa dedicato a quei signori che al mercato ancora impacchettano le uova fresche in fogli di giornale, Antonio Scurati si scatena in una celebrazione di Lady Oscar, neanche fosse Anita Garibaldi, Madre Teresa, Martina Navratilova e Barbarella tutte insieme in una sauna finlandese.
Certo, è una marchettona dovuta al fatto che Ikeda Ryoko si trova nella terra dei tartufi proprio in questo weekend, e Scurati avrà il piacere di intervistarla, ma farla con un pochino più di classe?
Certo, l’articolo parla di manga e naturalmente riguarda cartoni animati, e contiene un paio di feroci rasoiate a casa Disney, e cita Capitan Harlock e il solito immancabile Ken il Guerriero (ma perché nessuno cita mai Lupin Terzo? – troppo difficile costruirci sopra una retorica?) e non sarebbe neanche male se non mi ricordasse un articolo molto, molto simile apparso una decina d’anni or sono su Il Borghese (era l’epoca in cui mi occupavo di anime e manga e leggevo tutto quello che si pubblicava a riguardo).
Con questo, non voglio dire che Scurati sottoscriva le tesi di quell’antico e dimenticato redattore di quella specifica rivista.
Dico solo che entrambi si incuneano più o meno sullo stesso livello di banalità.
Che è quello giusto per il pubblico generalista.
E noi vecchi nerd integrati, che guardavamo gli anime e leggevamo i manga (e magari lo facciamo ancora), noi che sappiamo che “otaku” è una brutta, bruttissima cosa, e ci ricordiamo anche dell’altro Miyazaki, andiamo in depressione.

Ecco, questo è un problema.
Ci sentiamo come si sentirebbe Superman se domattina si risvegliasse su Krypton.
Meraviglioso – per la prima mezz’ora, finché non ti accorgi che ormai sei come tutti gli altri.
E gli altri sono noiosi, e banali, e non hanno capito, e non condividono la tua passione, la tua visione…
Perdio, per lo meno con Lex Luthor ci potevi scambiare due parole!

Perché è come se una massa di hooligan stesse gettando le lattine di birra vuote e sacchetti di patatine nel nostro giardino.
Solo che non è più il nostro giardino.
E forse non lo è mai stato.
È stata la nostra passione intellettuale, e forse lo è ancora.
Ma ora abbiamo vinto.
Ed è solo l’ennesimo prodotto da vendere ai decerebrati, in attesa che se ne inventino uno nuovo.

Tanto vale ascoltare un po’ di musica per tirarci sù…


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Sconcezze e tesi incontrollate

E così ho scoperto che il 14 c’è lo sciopero dei blogger.
Nel senso che per protesta verso il Decreto Alfano, i blogger non aggiorneranno i loro blog.
Sull’iniziativa esporrò più avanti la mia opinione.

No, il fatto è che ho scoperto che ci sarà lo sciopero da un lieve, equilibrato ed assennato articolo pubblicato dal giornale Il Giornale, a firma di Filippo Facci.

Che cosa vogliono costoro? È semplicissimo: vogliono che la rete resti porto franco e che permanga cioè quella sorta di irresponsabile e anarchica allegria che era propria di una fase pionieristica di internet e che era precedente a quando «la rete» non era ancora divenuta ciò che è ora: un media rivoluzionario, ma pur sempre un media, dunque la propaggine di altri media anche tradizionali che sono regolati dalla legge come tutto lo è.

Per estensione del ragionamento, poiché il mio soggiorno è un’estensione dell’ingresso, e l’ingresso del marciapiede antistante, dovrei applicare al mio soggiorno le regole che governano la circolazione stradale.
Ma anche, a ben pensarci, la circolazione marittima.
Strane cose, le contiguità.

E poi siamo sicuri che la blogsfera sia un’estensione dei media?
Il fatto che giornali e telegiornali alla canna del gas saccheggino la rete in cerca di contenuti, trasforma automaticamente la blogsfera in una estensione dei media tradizionali?
Non ne sono sicuro.
Ma d’altra parte

i blogger o sono ragazzini o sono ragazzini dentro, spesso scelgono di non filtrare nulla e di non moderare il proprio blog e di fottersene insomma del codice civile e penale che riguarda quella retroguardia che è il resto del mondo.

Sarà.
Qui si renderebbe necessario un lungo discorso sul concetto di SOMBUNAL.

Resta il problema del 14 del mese.
Postare o non postare?
Una serrata dei blog ha poco senso, io credo – poiché in fondo danneggia solo chi i blog li utilizza.https://i2.wp.com/www.reubenland.com/wp-content/uploads/2009/06/nerd-300x240.jpg
Chi non percepisce il problema legato al Decreto Alfano non percepirà neppure la serrata.

Sarebbe più efficace, io credo, se tutti i blog postassero contenuti palesemente illegali, cortocircuitando l’applicabilità della legge, diomostrando l’impossibilità di regolamentare la rete senza far ricorso a sistemi Tibetano-Iraniani.
Ma avrebbe un senso?
O fornirebbe solo ulteriori munizioni ai fabbricanti di frustini per calesse come Facci, ed alla loro crescente frustrazione verso l’affermarsi del motore a scoppio?

Credo che la tattica preferibile sia quella dello sciopero bianco – protestare, entro i limiti del buon gusto e della legalità, continuando a fare ciò che facciamo di solito.
Senza essere pagati – a differenza di coloro che vogliono che noi si seguano le stesse regole.

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