strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Elfi in motocicletta e altro urban fantasy

Questa sera il piano bar del fantastico suona l’urban fantasy.
Non è difficile – settiamo la tastiera elettronica per emulare un clavicembalo, e suoniamo in scala pentatonica.
Nel bene e nel male.

Cominciamo con le note dolenti.
Quando ho scoperto la sua esistenza come genere/sottogenere, l’urban fantasy era una cosa diversa, da quella che trovate oggi sugli scaffali.
Non c’erano ragazze armate di katana, elfi infoiati, licantropi a torso nudo e stregoni che facevano i detective.
Era una cosa molto meno codificata.
E non aveva un briciolo di classe.
Erano gli anni ’80.
Le copertine le faceva Larry Elmore.
E si trattava sostanzialmente di elfi che facevano i bikers.
La serie SERRAted Edge, creata da Mercedes Lackey e sviluppata per Baen Books da un buon numero di esordienti (all’epoca), era frequentemente recensita su Dragon Magazine: paesaggi suburbani, gang, un pizzico di azione hard-boiled, elfi, stregonerie.
Era il cyberpunk del fantasy. Continua a leggere


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Coi lupi, e con gli uomini

Uno dei misteri più incomprensibili del mercato editoriale italiano è l’assenza dai nostri scaffali dei romanzi di Charles De Lint.
Con un World Fantasy Award alle spalle – ed innumerevoli altri riconoscimenti – ci si aspetterebbe che qualche astuto editore avesse da tempo messo gli occhi sui titoli del catalogo del nostro.
Considerando che il “giovane” autore canadese pubblica in media tre/quattro volumi all’anno – senza contare i racconti sparsi – e che ha cominciato nel 1983, la scelta certamente non manca.
Eppure, niente.

Sarà perché non ci sono elfi e orchi, nei libri di Charles De Lint.
O, se ci sono, sono parecchio diversi dal polpettone tolkienoide al quale sono ormai abituati i lettori nostrani (e non solo loro).

Uscito da Moxyland, mi sono immediatamente tuffato in The Onion Girl, romanzo del 2001 che da un po’ languiva sullo scaffale.
Da un po’ di anni mi sono imposto la regola di avere sempre una decina di titoli “d’emergenza”, pronti per i momenti di depressione.
Un paio di Charles De Lint, un paio di Glen Cook, almeno un’antologia, un paio di titoli di divulgazione, un paio di saggi storici…
In caso di necessità, rompere il vetro.

The Onion Girl è un bel romanzone, di oltre 500 pagine, con una bella copertina di John Jude Palencar e una bella rilegatura robusta.
Si legge in un fulmine – in due serate, oltre duecento pagine.
E suscita la solita miscela di impressioni che suscitano sempre i lavori di Charles De Lint.

Il romanzo è scritto benissimo, sia in termini di linguaggio che in termini di intreccio.
L’autore riesce a seguire in parallelo quattro vicende apparentemente sconnesse, mantenendo in gioco un cast di una decina di personaggi perfettamente delineati. Il fatto che una manciata di essi non siano propriamente umani alza la posta, ma il gioco riesce perfettamente.

Il romanzo è ambientato a Newford, fittizia cittadina sul confine canadese nella quale la membrana che separa la realtà dall’immaginario è più flessibile e labile che altrove.
A Newford collidono tutte le credenze di tutte le popolazioni che sono passate di lì, dai nativi americani agli immigrati irlandesi e polacchi, e italiani.
Ci sono eco del mondo dei sogni lovecraftiani, e De Lint ammette l’influenza del Gentiluomo di Providence.

La trama?
Travolta da un’auto pirata, Jilly Coppercorn, storica voce narrante delle storie di Newford, si trasforma da osservatrice in protagonista, in motore immobile di una vicenda che si estende per trent’anni, e coinvolge due mondi.
Incidente o attentato? E chi ha vandalizzato lo studio della donna mentre questa giaceva in coma?
Semi-paralizzata in un letto d’ospedale, Jilly sprofonda sempre di più nella depressione e si rifugia nel mondo dei sogni, mentre i suoi amici cercano di risolvere i misteri che la circondano – e che dopo anni di fughe sembrano pronti a sopraffare ciò che resta della donna.

Il romanzo è un fantasy con elementi atipici, un poliziesco sovrannaturale con venature orrifiche, un pugno nello stomaco sui traumi dell’infanzia violata, un ironico ribaltamento di certe mode pseudo-antropologiche, un solido intrattenimento avventuroso.
Ci sono i miti dei pellirosse e le donne che corrono coi lupi, i tarocchi e le cornamuse.
È anche una lunga e complessa disamina del fantastico come cura per l’anima, e della necessità di avere un elemento fantastico nella propria vita.
Ed è un libro pieno di una semplice compassione umana che fa sentire migliori.
Che rende migliori, se se ne adotta una certa filosofia.

Le persone che non hanno mai letto le fiabe, disse il professore, hanno maggiori difficoltà nell’affrontare la vita di quelli che le hanno lette. Non hanno accessoa tutte le lezioni che si possono imparare dai viaggi attraverso i boschi oscuri e dalla gentilezza degli estranei quando li trattiamo decentemente, la conoscenza che si acquista con la compagnia e l’esempio di Pelled’asino e dei gatti che indossano stivali ed i coraggiosi soldatini di stagno. Il genere di conoscenza che filtra su dal subconscio e ti fornisce le strutture umane e morali per vivere la vita. Che ti insegna come prevalere, e come fidarti. E forse persino come amare.

Charles De Lint – scrittore, critico, insegnante e musicista – è chiaramente un romantico, uno a cui piacciono i lieto fine ed una persona che ama profondamente la letteratura e la musica.
Per i miei soldi, è uno dei cinque migliori autori di fantasy attualmente in attività, e certo uno dei cinque autori che bisognerebbe assolutamente tradurre, e proporre in una veste dignitosa.


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Lontano da Newford

Si avvicina l’autunno.
Mentre con un paio di aspirine cerco di tenere a bada un precoce raffreddore, come tutti gli anni mi viene voglia di leggermi un po’ di fantasy.
E come tutti gli anni, ripasso il catalogo di Charles De lint e cerco i titoli che ancora mancano alla mia collezione.
E fra questi (De Lint pubblica con una frequenza inquietante), quello che più si adatta al mio umore.

Casco così (ma sono solo scuse, l’avevo addocchiato da mesi, da che era uscito) su The Mystery of Grace, romanzo fantasy scritto probabilmente per mandare su tutte le furie coloro che sul genere, i suoi caratteri e le sue regole, sanno tutto.

Almagracia “Grace” Quintero è una donna realizzata.

È in ganba, ha un carattere forte, è attraente, è un meccanico di prima classe specializzata in auto sportive e d’epoca, è ben integrata nella vita del suo quartiere ed è rispettata dai colleghi al garage di Sanchez.
Ha una vita tranquilla – se si passal’amore per le automobili e la velocità.
Poi, la notte di Halloween, ad una festa, Grace incontra John – artista in crisi, che è indubbiamente l’uomo della sua vita.
C’è solo un piccolo problema tecnico.
Perché Grace è morta due settimane prima, colpita da una pallottola vagante durante una rapina.

Da qui De Lint sviluppa una storia divertente, anche se comprensibilmente un po’ triste e priva delle banalità che affliggono ormai cronicamente il genere fantastico “popolare” – ma forse è per questo che, al di fuori del mondo anglosassone, Charles De Lint popolare non lo è eccessivamente.
Per questa storia, l’autore canadese lascia alle proprie spalle la cittadina fittizia di Newford (fin troppo frequentata negli ultimi titoli pubblicati) per una località quanto più lontana possibile, nel sud della California, ed un ambiente ed una cultura molto lontani dai suoi territori normalmente battuti.

E scopro troppo tardi che, sull’onda del successo del volume, è stata anche stampata una maglietta, identica a quella indossata dalla protagonista nel romanzo (NON sulla copertina!), e da tutti gli altri dipendenti della Sanchez Motorworks.
I proventi delle vendite della maglietta vanno in beneficenza.
È troppo tardi per ordinarne una per mio fratello, che compie gli anni fra poco, e che ha sempre apprezzato le magliette nere.

Il romanzo è anche una lunga metafora dei concetti di attaccamento e di servitù nei confronti di ciò che possediamo – e si allinea molto bene alle mie recenti letture taoiste e zen.

E se l’apparizione di un cattivo tradizionale o il ripiego su svariate tradizioni spirituali nel finale affloscia un po’ le aspettative, il risultato rimane un romanzo dannatamente buono.
Ed un eccellente romanzo fantastico.
Ottimo fantasy.
E senza neanche un elfo.

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