strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Più cyberpunk di Gibson

Un altro libro uscito dal passato, un altro libro che parla di un futuro che non ha preso forma, che in qualche modo ha mancato di concretizzarsi.
O forse, che sta solo faticando a prendere forma, è in ritardo sulla tabella di marcia.
C’è Gerard O’Neil, con The High Frontier e 2081, c’è The Case for Mars di Robert Zubrin, c’è Homo Delphinus di Jacques Mayol, c’è Living & Working in the Sea, di Miller, c’è il Whole Earth Catalog

Uscito nel 1997* per i tipi di Wiley, rispettato editore di testi accademici, Digital Nomad, di Tsugio Makimoto e David Manners, si pone una semplice domanda.
È possibile che la delocalizzazioneresa possibile dall’avvento dei sistemi cellulari, segnali l’avvio di una nuova fase della nostra civiltà, nella quale il nomadismo tornerà ad essere una componente centrale delle nostre esistenze?

Il mondo del 1997 dal quale Makimoto e Manners immaginano il futuro è un mondo nel quale la videoconferenza, lo scambio di grandi volumi di informazioni, la condivisione di file, sono ancora prospettive sperimentali.
Non esiste il wifi, il primo sistema di connettività mobile, sviluppato da Apple, è una specie di blackberry che si deve connettere fisicamente alle prese telefoniche – possiamo comunicare e scambiare dati ovunque, purché noi si abbia la facciatosta di chiedere il permesso al padrone di casa di usare la sua presa del telefono.
Un fiasco colossale, ma non certo l’unico, e le pagine del libro sono costellate di tecnologie estinte che sul momento parevano promettenti – gli Organizer della PSION, i card-reader da inserire nei PC per poter leggere le carte di credito ed effettuare pagamenti online, i celulari come il Communicator 9000, che costano solo 1000 dollari epermettono di inviare anche messaggi di testo…

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One for the road

Cominciamo con un effetto speciale – questo post, a tema lavorativo, esce in parallelo con il post di oggi di Alex Girola, su Plutonia Experiment, che vi invito a leggere.
Questo scambio di link è sulla fiducia – io credo che ciò che dirà Alex di là complementi quello che io dirò di qua, e viceversa.
 Anche se non abbiamo preso accordi di alcun genere, e non ci siamo letti vicendevolmente prima di scambiarci i link.
Vediamo se funziona.

Detto ciò, ci sono due libri all’origine di questo post.
Il primo, è uno dei migliori manuali per viaggiatori che io abbia mai letto, l’ha scritto un tale che si chiama Rolf Potts e si intitola Vagabonding.
Esiste sia in inglese che in italiano.
Illustra una filosofia di viaggio che è minimalista, responsabile, avventurosa, intelligente.
È vivamente consigliato, ed è propedeutico al contenuto di questo post.

Il secondo non è un libro, ma una serie di libri – i romanzi di Jack Reacher, scriti dall’inglese Lee Child.
Pubblicate anche in Italia, le storie di Reacher seguono le avventure di un ex militare – Jack Reacher appunto – durante i suoi vagabondaggi per gli Stati Uniti.
Si tratta di thriller polizieschi ben scritti, con un protagonista ultracompetente ma simpatico, azione frenetica, buone trame.
E quest’idea – che avendo un piccolo gruzzolo da parte, e nessun legame solido, sia possibile lasciarsi tutto alle spalle, partire a piedi in una certa direzione, ed andare avanti, così, per sempre.
Che è poi una variante del vecchio sistema di Travis McGee – godersi la pensione quando ancora si hanno le capacità fisiche ed intellettuali per farlo, in periodi di diporto interrotti da brevi, intense, dolorosamente necessarie pause lavorative.

OK, abbiamo messo giù bibliografia e base filosofica.
Passiamo all’ipotesi di lavoro – e se mollassi tutto e me ne andassi?
No, davvero!

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