strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il 5%

Ieri la mia amica Lucia ha ripostato su facebook un’immagine che mi ha dato parecchio da pensare.
L’immagine è questa

oceans mapped

Già, sappiamo decisamente di più riguardo alla superficie di Marte di quanto non sappiamo del fondale degli oceani – che sono qui, proprio sulla nostra porta di casa. Continua a leggere


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Due frontiere – quella in basso

In realtà delle profondità oceaniche ho già parlato.
In più occasioni.

E se per lo spazio ho le colonie di O’Neill a rodermi, per le profondità oceaniche ho gli acquanauti di Cousteau.
Il suo lavoro sul progetto CONSHELF, i suoi acquanauti…

E d’altra parte, visti id isastri che siamo riusciti a combinare nei mari del mondo avendo accesso diretto solo al primo centinaio di metri, limitando il grosso della nostra attività alla superficie…

Colonizzare le piattaforme continentali avrebbe contribuito a compromettere ancora di più gli oceani, o ci avrebbe costretti ad una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni.ù
Perché in fondo, l’acquanauta che si vede cascare in testa il pattume scaricato dalle navi da crociera, potrebbe essere più sensibile del cittadino medio ai rischi dell’inquinamento oceanico.

Ma anche qui, è mancata la volontà, sono mancati i quattrini.
E se Cousteau ha dimostrato che i costi dell’esplorazione oceanica sono infinitamente più bassi di quelli dell’esplorazione spaziale, le città sottomarine sono un sogno come lo sono le colonie orbitali.

E così il paesaggio più alieno che possiamo immaginare rimane fuori dalla portata della maggioranza.
Inviamo sonde, operiamo in remoto.
Pochi hanno accesso alle immagini, ai filmati.
I documentari sugli oceani e la loro esplorazione sono considerati inutili e privi di interesse quanto quelli sull’esplorazione spaziale.
Le nostre trasmissioni di divulgazione sono zeppe di ruderi romani e savane assolate.

E considerando che i picchi dell’esplorazione spaziale ed oceanografica sonos tati contemporanei, c’è da domandarsi cosa sia preso alla nostra specie con il 1980.
Bastano Reagan e la Thatcher per spiegare questa spossante perdita di ogni spirito avventuroso?

Come per la ricerca spaziale, anche per l’esplorazione oceanica esistono associazioni di sognatori.
Appartengo ad un paio di queste – la OceanFutures del figlio di Cousteau, ad esempio.
Si organizzano seminari e corsi, si fa pressione per tematiche ambientali.
I più ci considerano idioti.
Ma l’occasionale NoTAV che viene a dirmi che essendo un sostenitore della pesca responsabile dovrei andare a tirare sassi alla polizia in Val di Susa salta fuori.

Libri per sognare l’oceano?
A carrettate.
Ne segnalo solo un paio che io considero fondamentali.

Cominciando con due libri di Rachel Carson, popolarissima per il suo fondamentale Primavera Silenziosa.
The Sea Around Us è datato, ma rappresenta il primo libro di divulgazione a segnalare con forza il legame fra vita sulla terra e oceani.
Anche se il mio preferito, fra i libri della Carson, è The Edge of the Sea, una analisi approfondita e molto “user friendly” degi ambienti costieri; impossibile fare una passeggiata sulla spiaggia con gli stessi occhi dopo averlo letto.

Di Cousteau la National Geographic ha pubblicato The Silent World (che si dovrebbe trovare anche in italiano a prezzo abbordabilissimo per i tipi della White Star). Anche se naturalmente di Cousteau bisognerebbe reperire i documentari degli anni ’50 e ’60, un tempo spina dorsale delle programmazioni parrocchiali, prima che la scienza divenisse invisa alle istituzioni cattoliche.

Mapping the Deep, di Robert Kunzig, è una buona introduzione all’incontro fra scienza e oceani. Esiste anche in italiano, ma non ne ricordo il titolo.
In alternativa, Il Mondo d’Acqua, di Schatzig, pubblicato da TEA, è il libro più logico da avere in borsa andando in spiaggia.

E poi naturalmente qualsiasi cosa di Sylvia Earle, cominciando magari con The World is Blue, del quale parlai estesamente qui.

Ed ora è meglio che stacchi, prima che mi torni la voglia di prendere una seconda laurea in Oceanografia.


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The End of the Line

… non la canzone dei Travelling Wilburys.
E neanche quella dei Metallica.

Si tratta di un documentario, sullo stato di salute degli oceani in seguito alle attività di pesca degli ultimi decenni.https://i0.wp.com/animals.nationalgeographic.com/staticfiles/NGS/Shared/StaticFiles/animals/images/primary/bluefin-tuna.jpg

Stando ai risultati della ricerca sulla quale è basato il documentario, negli ultimi decenni la rinnovabilità di alcune risorse è stata gravemente sovrastimata – o se volete vederla da un altro angolo, la capacità produttiva delle flotte pescherecce supera di quattro volte la produttività degli oceani.
Siamo in grado di pescare e mangiarci – direttamente, o sotto forma di mangini per animali – quattro volte i pesci che abbiamo a disposizione.

Questo ha conseguenze drammatiche per l’ambiente e, naturalmente, per la nostra economia – avete notato una variazione nei prezzi e nelle aree di approvvigionamento della vostra pescheria di fiducia?

Ironicamente, il lancio della campagna indipendente di studio che sta alla base del documentario coincide con l’avvio della campagna di ricerca Census of Marine Life, nela quale decine di ricercatori intorno al mondo stanno tentando di costruire il più completo e dettagliato database delle forme di vita presenti nelle acque del nostro pianeta.
Ammesso che ci sia ancora tempo.

Ma tanto a voi non frega niente, vero?
In fondo, sono solo pesci…

[La foto del tonno è da National Geographic]

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