strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La verità non ha importanza

Stamani il bancomat ha rifiutato la mia carta – segno che i soldi che dovevano arrivare sul conto non sono ancora arrivati. Si sa c’è stato di mezzo il weekend lungo di Pasqua, son cose che succedono.
Sta succedendo a un sacco di gente, là fuori, che il bancomat risputi fuori la tessera con scritto Operazione Non Autorizzata. In molti casi, non è per colpa del finesettimana lungo di Pasqua.

E sarei tentato, a questo punto, di dire che se invece di preoccuparci del vaccino (che al momento non esiste) che ci farà diventare tutti zombi, come sostiene un tale che non ha mai creduto alla teoria dell’evoluzione perché, dice “intuitivamente non mi pare credibile” … se invece di perdere tempo a divulgare la storia del vaccino fabbricazombi, dicevo, ci preoccupassimo del destino di quelli ai quali il bancomat risputa la carta … ecco, forse sarebbe un passo nella giusta direzione.

Ma certo, il vaccino fabbricazombi è molto più semplice – non richiede di riflettere e di pensare, non richiede di prendersi alcuna responsabilità. Basta premere “Condividi”, e poi sedersi e sentirsi parte di una comunità di individui illuminati che cercano di salvare il mondo.
Come essere gli Avengers, ma avendo solo l’ignoranza come superpotere.

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Opportunità e rilevanza

Sono incespicato su due cose piuttosto diverse, nelle ultime 48 ore, e come spesso succede sfregando assieme due idee, se ne accende una terza, e quindi, perché non farci un post? Tanto nessuno sta andando da nessuna parte, e c’è un sacco di tempo per leggere, giusto?
Le due idee sono le seguenti…

Idea uno: sulla sua mailing list, il solito Alastair Humphreys, che mi sta tenendo un sacco di compagnia in questo periodo, ha proposto ai suoi follower un esperimento – provare a guardare alla situazione attuale (non sto a riassumervela) e cercare di trovare come questo stato di cose possa essere una opportunità.

Idea due: un articolo letto su Facebook (OK, non è il New Yorker) sul fatto che gli scrittori potrebbero trovarsi in stato di blocco, in questo periodo, perché i lavori che hanno in macchina, i libri che hanno in rampa di lancio, potrebbero non essere più rilevanti nel mondo il cui nuovo assetto sarà definito dalle misure per fermare l’espandersi del contagio.

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Povero di tempo, povero di denaro (o viceversa)

Mi sono trovato a riflettere, un paio di noti addietro, su una strana faccenda legata alle mie attuali circostanze, ed alla situazione generale.

Come ho accennato altrova, questo inizio 2013 (inizio oramai inoltrato) ha portato un po’ di imbarazzi economici – nulla di devastante, ma certo, per motivi già discussi, la questione del pagare le bollette è passata dall’essere una cosa della qual esi occupava in background la mia banca, all’essere il frutto di una oculata gestione personale delle mie finanze.
Ovvero – tocca far due conti e tirare la cinghia.

Piggy-bank7Ma la cosa che mi ha in effetti sorpreso, in questo mio impoverimento di danaro, è stato il parallelo impoverimento di tempo.
Mi ha sorpreso perché, abitualmente, si associa la penuria di quattrini con la sovrabbondanza di tempo libero.
Forzatamente libero.
Da una parte, l’ipotesi che il danaro incassato sia proporzionale alle ore lavorate è profondamente radicata nella nostra cultura – l’ideale pseudorandiano secondo il quale se ai poveri nonpiacesse davvero la povertà, basterebbe loro lavorare di più.
Dall’altra, la carenza di pecunia limita seriamente le possibilità nel tempo libero – niente cinema, serate al pub, cene esotiche, gite fuori porta.
Avanza un sacco di tempo.
O no?

Beh, apparentemente no.
Perché a quanto pare, quando le cose si fanno difficili (la Crisi, ricordate?), ci si ritrova semplicemente a lavorare molto di più per incassare sostanzialmente meno.
Un po’ dipende dai clienti – come sa benissimo qualunque freelancer, affermare di poter fare il lavoro in trenta ora significherà semplicemente che il committente
a . ci chiederà di farlo in venticinque
b . cercherà di cacciare a forza nel pacchetto cinque ore in più
Un po’ dipende dal fatto che quando si ha bisogno di lavorare ci vengono proposte tariffe più basse.

clock-faceMa una parte consistente del problema tempo dipende dal fatto che, quando i conti si fanno sul centesimo, si spreca un sacco di tempo.
Per fare i conti al centesimo, ad esempio.
Oppure per fare quella mezz’ora di macchina in più che ci permetterà di approfittare delle offerte speciali di quel certo supermercato.
O nell’ora – tra andare e tornare – per raggiungere il posto dove tenere le lezioni, riparare il computer, ammaestrare le pulci o quale che sia la nostra attività di sussitenza, il nostro piano B, C, D.
E poi il tempo impiegato per delineare i piani E, F, G, e H – che, l’esperienza ce lo insegna, diverranno tragicamente necessari se la situazione continuerà ad essere quella attuale.
E non ci sono segnali che ci lascino sperare il contrario.

E così non ho tempo di scrivere (le mie storie) perché devo scrivere (i miei articoli).
Non ho tempo per tradurre (ciò che mi piacerebbe tradurre) perché sono troppo impegnato a tradurre (ciò per cui mi pagano):
Non ho tempo per leggere un buon libro… beh, no, ok, ce l’avrei, se non mi prendesse l’ansia di sapere che il tempo passato a leggermi un libro potrei spenderlo (aha!) per inventarmi una nuove fonte di introiti, per portarmi avanti col lavoro, per fare dei conti…

L’anticamera della depressione, della lenta discesa nella spirale per cui si disperdono energie e risorse e si riesce solo a scivolare più in fretta giù per la china.
È il momento di rivedere le priorità, o soccombere.

Esiste però un rovescio della medaglia, sperimentato nelle ultime settimane – come per il denaro, anche col tempo, l’averne poco può essere compensato dall’amministrarlo con attenzione.
E qui c’è una bella differenza – perché se è vero che amministrare con cura le nostre finanze, da solo, non basterà a farle aumentare, amministrare con cura il nostro tempo ci può permettere di accrescerlo, e di usarlo meglio.

Non credo esista una ricetta preconfezionata e buona per tutti per la gestione del tempo.
Ma è possibile, con un po’ di attenzione e un po’ di inventiva, sviluppare una propria tabella di marcia che potrebbe farci scoprire che, sì, i soldi sono pochi, ma ogni giorno ci viene consegnata fresca una nuova giornata di 24 ore – e possiamo usarla per fare un sacco di cose.
Anche staccare per un po’, e smettere di pensare ai quattrini.

Il tempo è importante.
Come diceva Harlan Ellison – e aveva ragione – soldi potrò sempre guadagnarne degli altri.
Il tempo non è soggetto a rivalutazioni, speculazioni e aumenti di capitale.
Ma nessuno potrà mai restituirci quello che ci viene sottratto (o che buttiamo)*.

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* Oh, una rapida nota sulle opportunità.
Culturalmente sono portato a vedere qualunque cosa mi capiti come un’opportunità per migliorare, perimparare qualcosa di nuovo, eper mettere a frutto ciò che ho imparato.
Ma questo non significa che io accolga questi tempi maledetti, come una meravigliosa opportunità della quale rallegrarmi.
Non sono stupido fino a quel punto.


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Capitalisti di ventura

prosciutto_funghiSabato scorso, mentre mangiavo la più costosa e mediocre pizza napoletana degli ultimi due anni, ho avuto la possibilità di origliare due attempati gentiluomini che, sbranando una diavola e una prosciutto e funghi, discutevano di economia.
Non dei grandi sistemi, delle finanze delle nazioni, delle multinazionali, degli imperi finanziari, dei Rockefeller, dei Getty, degli Onassis.
No, di economia spicciola, dell’avviare un’attività, del mettere su un business per tirare a campare, magari salvando qualche spicciolo.

L’idea di fondo in sintesi, era questa…

Per avere successo nel commercio, per avviare una attività che renda, non bisogna correre nessun rischio.
Bisogna avere un grosso capitale alle spalle, e vedere l’attività commerciale come un investimento che deve pagare dividendi – perciò si investe sul sicuro, si spinge, si buttano fuori mercato i concorrenti con la forza del capitale alle spalle, e poi dopo due o tre anni, si vende l’attività e si incassano i quattrini.
Chi non ha i soldi, non deve avviare una attività.
Che vada a lavorare sotto padrone.

E a me come prima cosa – fatemi causa – è venuta in mente una vecchia canzone degli XTC

Just because we’re at the bottom of the ladder
We shouldn’t be sadder
Than others like us
Who have goals for the betterment of life

Ecco – quel “betterment of life” non è contemplato.
I poveri restano poveri, i ricchi arricchiscono, come cantava Leonard Cohen.

Passata la botta degli XTC, mi sono scoperto a odiare quei due omuncoli.
A vederli come l’incarnazione di tutto ciò che ha tenuto a freno, boicottato e mandato in malora tanta gente in gamba che ho conosciuto.
E questo paese.
Per generazioni.

venture-capital-imagePerché, ammettiamolo, quello dell’uomo (o della donna) con un capitale da investire sul progetto per ricavarne un utile, possibilmente superiore al 25%, è il classico modello del venture capitalist, quello che viene anche definito investitore di professione – una figura piuttosto diffusa nel panorama americano, a tutti i livelli.
Ma non esiste nulla di più lontano dal venture capitalism della dottrina propugnata dai due mangiatori di pizza al tavolo 7.
Perché i mangiatori di pizza al tavolo 7 aggiungono due condizioni, al loro modello.
. La prima condizione, è che non deve esistere rischio – il quattrino si punta sul risultato sicuro, onde ottenere un dividendo sicuro.
. La seconda è che il campo di gioco, per così dire, sia precluso a “chi non ha i soldi”, il cui destino è quello del salariato, visto come un vicolo cieco esistenziale (o per lo meno finanziario).
A questo si aggiunge la dinamica di non competere con la concorrenza sul campo del successo commerciale, ma della semplice massa critica finanziaria.
Non vendo di più dei miei concorrenti.
Non sviluppo un business migliore dei miei concorrenti.
Mi limito a buttarli fuori dal campo di gioco.
Perché posso.

Novogratz.cover_.photo_1Ora, se raccontassi una cosa del genere a certi miei amici americani – io non sono un venture capitalist ma ne conosco un paio – quelli morirebbero dal ridere.
Perché per loro (e, francamente, anche per me) è nel rischio, nell’innovazione, nel salto nel vuoto, che si annidano le grandi opportunità – di crescita, di sviluppo, di guadagno*.
I grandi dividendi si ottengono puntando sull’innovazione – e l’innovazione comporta sempre una incertezza.
E poi morirebbero dal ridere perché i miei amici americani che fanno venture capitalism non sono nati ricchi.
All’origine appartenevano alla categoria di chi “non ha i soldi”.
Ne conosco uno che il proprio primo capitale da investimento lo sviluppò con i distributori di caramelle e gomme da masticare a gettone.
Lavorò un’estate a falciare i prati dei vicini, col ricavato affittò quattro macchinette, le piazzò in posti strategici.
Col ricavato dei primi due mesi, triplicò il numero delle macchinette.
Col ricavato di un anno di distribuzione di caramelle e chewingum acquistò un portfolio differenziato di alcune piccole start-up hi-tech.
E da lì avviò la scalata.
Oggi non è un multimiliardario, ma vive una vita più che agiata, e continua a puntare su innovazione e rischio nei propri investimenti.

Sì, ok, tutti in coro – qui non potrebbe mai succedere.

Ed ora, avendo ascoltato Diavola e Prosciutto&Funghi discutere, credo di avere un indizio del perché qui non potrebbe mai succedere.
Perché qui non si fa business.
Si fa bullismo.
Perché qui da noi solo i cretini, e forse i poveri, corrono dei rischi.

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* e credo questo sia un atteggiamento sano da applicare a qualsiasi aspetto della propria vita.
Senza scordare la ragione, certo, ma accettando il rischio (che comunque è inevitabile).


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Come un esempio…*

C’è una frase che fa più o meno così…

alcuni di noi fanno qualcosa della propria vita
altri, la vita li usa come esempio

Che non è proprio una cosa gentile.
Ma il fatto è che io in questi giorni, ragionando sui miei tre anni di lavoro di ricerca, sto giungendo alla conclusione che, in Italia, nel 2012, il mio progetto di ricerca, sulla generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, e nello specifico mediante generatori idroelettrici, abbia più un valore didattico e culturale che non pratico e applicativo.

Il che mi caccerà certamente nei guai quando verrà il momento di discutere la mia tesi, ma c’è poco da fare.
La storia ha fatto del micro-hydro, ora, nel nostro paese, un esempio.
E per una volta, potrebbe non essere male**.

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Il brevissimo termine come fede

A parte la quantità di informazioni, contatti e in ultima analisi di divertimento ricavata dal corso seguito la settimana passata, credo che l’elemento più interessante che ho riportato a casa dal Mueo di Scienza Naturali di Torino sia più o meno riassumibile nella seguente dichiarazione:

... a volte osservare l'ombelico altrui è più piacevole. Questa è la potenza dell'approccio interdisciplinare...

Il modello imprenditoriale ha a tal punto preso piede nella nostra cultura, che non solo le aziende e la politica faticano ad immaginare un futuro diverso dal presente, ma addirittura l’accademia pare incapace di andare al di là del breve termine nello svolgere le proprie attività.

Non male, considerando che il corso verteva – anche – sul concetto di innovazione.
Eppure è evidente che, come “project-oriented” ha rimpiazzato “fare squadra” fra le capacità essenziali nel mantra dei gestori delle risorse umane, così il mercato si è sforzato di generare dirigenti, amministratori, lavoratori e ricercatori con una visione molto ristretta e poche motivazioni ad alzare lo sguardo dal proprio metaforico ombelico.

Si è perduta, per così dire… o per lo meno si fatica a mantenere, se preferite, una certa profondià di campo.
L’eccessiva ferammentazione delle discipline, un certo scoraggiamento a livello didattico di qualsiasi cosa abbia l’aspetto di interdisciplinarità, la tendenza di un sacco di gente a prendersi troppo maledettamente sul serio e la snervate tendenza a “lavorare a progetto” stanno facendo scomparire la visione globale, con gravi danni al sistema.

Proporre delle soluzioni?
Io?
Figuriamoci.
Ma ci sono un paio di considerazioni che mi pare il caso di mettere giù, per amore della discussione.

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