strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Segnali di vita intelligente

Caveat – non sto per recensire un libro che non ho ancora letto (la mia copia arriverà molto opportunamente attorno a Natale).
Mi limito a divulgare una buona notizia per tutti coloro che amano la buona scrittura e che preferiscono qualcosa di diverso alla solita polpetta fantasy.

Gene Wolfe lo ha rifatto – scrivere un libro, intendo –  e Tor pubblica in un (costoso) hardcover la sua ultima fatica, An Evil Guest, un horror sovrannaturale ambientato alla fine del ventunesimo secolo.

Il volume non si apre con un endecasillabo (per lo meno per ciò che ne posso capire io, rude meccanico) ma lascia ben sperare

They sat at ease in the Oval Office. Had the president looked at his guest, he would have seen a handsome, ageless man, dark-haired, with a smooth oval face and a flawless olive complexion. Had he looked into this man’s eyes, he would have seen the night looking out through a mask; it was because he had looked there once — and had not liked what he had seen — that he did not look again.

Il romanzo arriva accompagnato dalle lodi sperticate di Neil Gaiman e Caitlin Kiernan, e da una entusiastica recensione su Locus, ma è possibile passare sopra a certe cose considerandole la solita zuppa cucinata dai ragazzi del marketing.

Ciò che non esce dalla cucina della sezione marketing è tuttavia la meritata reputazione di Gene Wolfe come uno dei migliori autori di lingua inglese a visitare le lande del fantastico.
Il suo Ciclo del Nuovo Sole – per citare la sua opera più nota in Italia – è una lettura imprescindibile, e una larga parte della sua produzione precedente e successiva ottiene eccellenti punteggi per freschezza di idee e stile narrativo.
Vederlo approdare ai lidi dell’orrore soprannaturale promette molto, molto bene per il genere, e per il godimento dei lettori.

E la copertina di Scott Fischer titilla il mio spirito di appassionato di film noir.

Lasciamo perdere il “Lovecraft incontra Blade Runer” di certe recensioni stenografiche.
Il libro promette bene, e l’attesa – per quel che mi riguarda – sarà lunga…


2 commenti

Ritorno da K’n-Yan

https://i1.wp.com/www.kurodahan.com/e/catalog/big.illos/j0018l18.gifLeggere Queen of K’n-Yan, ultima uscita in linguia inglese del giapponese Asamatsu Ken, per i tipi della benemerita Kurodahan Press, è un’esperienza insolita.
Pilastro della narrativa lovecraftiana in oriente, Asamatsu non si vergogna di dichiarare il proprio schieramento fra gli allievi del Gentiluomo di Providence fin dal titolo del suo romanzo.
Salvo poi stravolgere le aspettative del lettore medio.
Come tutti i grandi autori di scuola lovecraftiana, infatti – da Leiber a Campbell, passando per Bloch – Asamatsu riesce a scrivere dell’eccellente orrore sovrannaturale senza scimiottare il maestro.
È relativamente facile comporre dei pastiche lovecraftiani.
Diverso invece trovare una propria voce.

Ho letto il romanzo di Asamatsu.
Mi aspetavo una introduzione… diciamo una induzione all’orrore: un capitolo d’apertura che stabilisca la scena perché l’autore possa poi perturbarla successivamente.
È una tecnica diffusa, abituale, quasi uno standard scolpito nel granito.
Invece no – l’insolito, l’inspiegabile, irrompe a pagina due nella narrativa, interrompendo un motivetto nostalgico dei Southern All Stars in una calda giornata estiva.
[e il lettore, da fan dei SAS (come circa l’80% dei lettori giapponesi), ha la forte impressione che il romanzo sia stato scritto apposta per lui – ma è solo uno dei trucchi di Asamatsu-sensei]
Da qui in avanti, per duecento pagine serrate, l’orrore si insinua in un impianto narrativo strettamente fantascientifico – perché vi è una forte componente fantascientifica nella narrativa di Lovecraft, e Asamatsu sa farne buon uso.
Terremoti, ingegneria genetica, archeologia, malsani interessi militari…. il lettore di lunga esperienza lovecraftiana può immaginare cosa stia accadendo, ma non perché.
Ma si troverà comunque spiazzato dagli sviluppi concentrici della storia, che si dipana su due, tre livelli contemporaneamente.
Il finale è lovecraftianamente nichilista come vuole la tradizione.

Asamatsu-san è ben conscio del fatto che la narrativa lovecraftiana si fonda su idee e linguaggio, e riesce a rianimare idee non nuovissime con un linguaggio ed uno stile, assolutamente suoi.
Una solida dimostrazione di come possa essere importante non solo cosa scriviamo, ma anche come lo scriviamo.