strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Galline da Lavoro

Galline.
Un classico della vita in campagna, no?
Dopotutto, mi sveglio ogni mattina al richiamo del vicino che scaglia improperi irriferibili al galletto che saluta il sole…

Ora, pare esista una correlazione molto forte fra andamento dell’economia e mercato delle galline – quando la crisi si fa acuta, si vendono più galline ovaiole.
Per lo meno nei paesi anglosassoni.

E perché no?
Fra i molti piani di contingenza per i prossimi mesi oscuri, l’idea di potenziare l’orto e metterci nel caso anche un paio di polli si fa sempre più attraente.
Da una parte, sarebbe un buon terreno di prova per le varie teorie permaculturali studiate nei mesi passati.
Dall’altro, anche in caso di tracollo economico, potrei cercare di sopravvivere coi prodotti del mio orto.

E le galline sono centrali nella questione – tengono il terreno libero dai parassiti, riciclano gli avanzi della cucina, concimano, danno le uova.
Di quando in quando una potrebbe anche finire in pentola.

È divertente quindi scoprire i due piccoli ebook di Anna Hess, una piccola imprenditrice agricola che ha fatto della gallina il suo interesse principale, e gestisce un’azienda che – oltre a produrre uova e polli – progetta e vende sistemi per l’allevamento delle galline allo stato brado.
The Working Chicken è un lungo articolo (27 pagine) che per 99 centesimi fornisce in maniera concisa e divertente tutto l’essenziale per avviare un piccolo allevamento di polli ad uso personale.
Quali razza di gallina è preferibile.
Qual’è il numero ideale di galline per persona in un allevamento domestico.
Serve metterci anche un gallo?
Come nutrire i polli.
I tempi da dedicare alla cura del nostro parco-polli.
Questioni tecniche come la struttura del pollaio, l’area minima necessaria, l’utilizzo del già citato Trattore a Galline.

Scopro così che una gallina ovaiola sana e matura produce circa 300 uova l’anno – che guarda caso è anche il numero medio di uova pro-capite consumate all’anno nel mondo occidentale.
Scopro che esistono galline che fanno uova blu o verdi.
Scopro che le galline producono meno uova d’inverno, e che dipende dalle ore di luce dedicate a nutrirsi.
Scopro che le galline viaggiano male – e il trasferimento dopo l’acquisto può traumatizzarle e far sì che non facciano uova per alcune settimane*.
E scopro che alle galline del mio allevamento non devo dare un nome.

Il che ci porta al secondo volume della Hess, un secondo articolo di circa 30 pagine venduto anche questo per 99 centesimi, che prende una piega che io personalmente trovo poco piacevole – e si intitola Eating the Working Chicken.
Ora, non è che io abbia particolari remore a mangiare il pollo.
È l’idea di macellarlo, che mi inquieta non poco**.
E tuttavia, nella gestione di un allevamento di galline, pur orientato all’esclusiva produzione di uova (con l’extra della disinfestazione e fertilizzazione del terreno), si può rendere necessario togliere una gallina dalla comunità.
Sì, insomma, tirare il collo a un pollo.

In questo, i due volumetti sono estremamente pragmatici, e se non mancano di una certa affettuosità, nei confronti delle galline, dall’altra hanno un atteggiamento pratico che molti potrebbero trovare odioso.

È anche possibile, ci spiega l’autrice, tenere le galline come animali da compagnia (esistono razze adatte), e vivere con loro fino ad una serena vecchiaia e ad una tranquilla morte naturale.
Ma le galline vecchie, ci spiega, vanno poi cotte a lungo, e vengono meglio stufate al forno, e per farne brodo.
A conferma del vecchio adagio.

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* I polli così traumatizzati, considerati “guasti” dai proprietari inesperti, finiscono spesso in forno senza nessuna colpa.

** Come diceva Edward Abbey, io piuttosto che uccidere un pollo uccido un essere umano (ho una lunga lista, in effetti…)


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Cinque Post sull’Ambiente – Permaculture

Cinque parole chiave per l’ambiente, in attesa delle giornate del Festival del Paesaggio Agrario di Vaglio Serra – con Signora in Verde come nostra consuetudine, a segnalare che siamo qui a parlare di ambiente.
E ne approfittiamo per annunciare che probabilmente i post diventeranno sei, visto che mano a mano che le cose si sviluppano, altre idee ed altri concetti assumono una certa importanza.
E chissà, poi magari ne faremo un allegro articolo, o un agile volumetto – o entrambe le cose.
Ma per intanto…
Abbiamo parlato di biodiversità e di resilenza, è ora di parlare di Permaculture.
Permacultura, in italiano.

Permacultura è una parola che sta lentamente diventando di moda.
In attesa che se ne impossessino le riviste patinate e comincino a discuterne le signore dal parrucchiere, vediamo di darne una definizione non ortodossa, ma, speriamo, utile ad orientarci.

La Permacultura è la pratica in cui noi sfruttiamo la biodiversità al fine di accrescere la resilienza, la qualità e la produttività del nostro orto.

È più una questione di buon senso che di accademia, più una questione di design che di ecologia – è relativamente facile, poco costosa, spesso controintuitiva, ed ha degli effetti sorprendenti.

Allora, vediamo di riassumere i principi base in un’altra frase concisa ma chiara…

Ridurre il dispendio di energia e la quantità di lavoro, impostando il nostro habitat personale in maniera da ottimizzare i consumi, ridurre gli sprechi e accrescere la qualità della vita.

Sembra un programma politico, ma lo possiamo applicare al cortile di casa – o al terrazzo del nostro alloggio.
Ed è anche questo, il bello – l’approccio permaculturale può cominciare molto in piccolo, dal nostro terrazzo, appunto, e con un po’ di fortuna diffondersi ad una comunità.

Ma nello specifico, di cosa si tratta? Continua a leggere


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Pasqua nell’orto

Mentre la pioggia cade su Liguria e Lombardia – o così dice la radio – la giornata di sole che ha riscaldato l’Astigianistan si è prestata a un po’ di lavoro nel mio orto di guerra.

Il rosmarino prospera, l’edera cresce tranquilla.

Oggi ho sistemato a dimora un po’ di cipolle, una pianticella di menta, due ciuffi di lavanda.
Della salvia, del basilico.

La cosa causa una certa deprecazione in mio padre, che avrebbe voluto occupare i vasi con dei fiori ornamentali – tanto inutili quanto costosi.

Discussioni a parte, trovo le verdure altrettanto piacevoli allo sguardo quanto campanule e crisantemi, ed il vantaggio di poter poi usare in cucina i prodotti del proprio piccolo, abortivo orticello, non è cosa da poco.
L’orto è poi un elemento della casa di campagna che ci obbliga a mntenere certi tempi, certi ritmi, certi rituali.
Porta ordine nella nostra vita.

Prossimo passo – acquisire un paio di grossi vasi rettangolari, e piantare un po d’insalata e un po’ di pomodori, magari qualche carota.

Restano da sistemare i due grossi vasi quadrati che ospitavano – in tempi ormai dimenticati – due sfortunati pinucci.
Quando le vespe ci fecero il nido, anni addietro, il mio scontroso coinquilino decise di irrorare le due piante sempreverdi con abbondante insetticida – Raid, credo.
Le vespe morirono.
I due pini anche.

Al momento, il destino dei due vasi quadrati è in sospeso – mio padre vorrebbe metterci due pini, così a natale li addobbiamo con le lucette intermittenti, io vorrei metterci due belle piante di limone, così d’estate ci facciamo la limonata ghiacciata.

Quando si parla di filsofie inconciliabili.

Giornata pacifica, insomma – salvo qualche piccola discussione sull’eterno scontro fra estetica e funzionalità.

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