strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


9 commenti

Una ragnatela di fil di ferro

f69061e1648a501323e5c69ba27570cdMentre state leggendo questo post, io sto dando le ultime martellate alla prima stesura della mia storia più recente.
Oppure sto dormendo dopo aver trascorso la notte a martellare.
Cambia poco.

Si tratta di un lavoro che in capo a 72 ore finirà nelle mani dell’editor, e se la storia non verrà considerato eccessivamente orribile, le daremo una ripulita, riscriveremo le parti che vanno riscritte, e infine verrà pubblicata.
E pagata.

Ora questa storia ha avuto uno sviluppo insolito, e quindi mi prendo qulche minuto per parlare della prima stesura.
È rischioso – perché come dicevo, il manoscritto potrebbe tornarmi fra pochi giorni, accartocciato e fumante dopo lo schianto.
Ma io scrivo.
Il pericolo è il mio mestiere. Continua a leggere


4 commenti

Tre giorni non proprio a Parigi – 3

Otaku.

Io il termine lo uso sempre con un certo disagio.
E provo un certo disagio nei confronti di chi lo usa per definire se stesso.
Ne ho dibattuto a lungo, in passato, coi mangamaniaci, senza ottenere risultati.
Ma è un problema mio, naturalmente.
Deriva probabilmente dal fatto che ne ho scoperto il significato una quindicina di anni fa, quando veniva utilizzato per etichettare fenomeni patologici e criminali – ragazzini ossessivi con la casa zeppa di videocasestte e fumetti pornografici, che ammazzavano la fidanzata e poi se la mangiavano.

Oggi non è più così, mi dice il sempre autorevole Massimo Soumaré

Bisogna inoltre tener conto che la cultura (o subcultura che dir si voglia) otaku non e’ qualcosa di immutabile nel tempo. Gli otaku di vent’anni fa e quelli di adesso sono differenti. Ci sono parecchie ragazze (il termine otaku non e’ piu’ un appannaggio dei soli individui maschi; si e’ quindi visto sorgere zone come Nakano Broadway e la figura della fujoshi) e che un otaku abbia la fidanzata e’ oggi abbastanza normale. Inoltre molti hanno pure dei buoni lavori (ci sono farmacisti, medici eccetera).

E poi ci sono gli otaku occidentali.
Quelli che si mettono in costume alle convention.
I cosplayer: alcuni si vestono come gli eroi dei fumetti e dei cartoni animati preferiti, altri come i personaggi dei videogiochi. Le ragazze tendono ad andare verso lo stile gothic lolita.
E poi ci sono quelli semplicemente strani, che possono essere parecchio inquietanti.

Per essere brevi e scortesi si potrebbe dire che per mettersi in costume ad una convention è necessario

  • essere di venti chili sovrappeso
  • non avere una briciola di buon gusto
  • idem per il senso del ridicolo
  • inguainarsi in abitini assolutamente fuori luogo

E davvero, per ogni cosplayer o una lolita attraente e di buon gusto ci sono venti creature orripilanti.
Ma chi sono io per dir male di costoro?
Certo dimostrano un grande coraggio (o una notevole incoscienza) e se molti giapponesi si riferiscono a loro usando il termine “buta”, d’altra parte si tratta di una dimostrazione di carattere, e merita un certo rispetto.
Anche se forse spiega perché tanti cosplayer e lolite abbiano delle espressioni perennemente infastidite e non vogliano essere fotografati.

Il nero tira molto – tanto che in alcuni momenti è difficile distinguere gli otaku da una qualsiasi masnada di gothik-punk generici.
Molti accessori sono gli stessi – immancabili gli scarponi da alpino per le ragazze, possibilmente abbinati con calze a righe orizzontali stile Maga Magò.
Autoreggenti e calzerotti sembrano costituire un bonus.
Strappi – specie nelle calze a rete – sono piuttosto comuni.

La principale differenza si riscontra negli sprazzi di colore inaspettati, che fra otaku e lolite sembrano segnalare un contrasto ironico con la cupezza generale della tenuta.

Va molto quindi il rosa.
Un campionamento casuale sembrerebbe infatti indicare nell’orsacchiotto rosa di peluche – la testa esageratamente grande, gli occhi due bottoni neri – l’accessorio fondamentale per la gothic lolita di successo.
Ma nulla esclude che non si possa virare al rosa anche un intero costume che la tradizione vorrebbe nero…

Esistono centri specializzati per la vendita dell’abbigliamento in stile gothic lolita (e parecchi hanno uno stand al JapanExpo) ma di fatto una battuta di caccia in un buon mercatino dell’usato (frequenti i banchi che vendono vecchia biancheria), un giro in un negozio specializzato in calze estrose ed fratello o un cugino che abbia fatto il militare negli alpini o nei bersaglieri permettono a chiunque di mettere insieme un costume con un costo assolutamente irrisorio.

Un paio di orecchie da gatto posticce di peluche, un’amica con le giuste inclinazioni ed un paio di metri di catena possono a questo punto garantire un effetto piuttosto intrigante…

I costumi acquistati – o creati dal nulla con non poca cura sartoriale, naturalmente sono un’altra cosa, come si può immaginare…

Servono poi parrucche, make-up, ed una buona dose di fegato.

Non solo per affrontare l’immancabile giudizio dei mondani – a casa e sotto casa, sulla metropolitana, per strada – ma per affrontare il caldo, la pioggia o semplicemente l’umidità, e otto-dieci ore in circolazione fra la folla che ti spintona, ti pesta i piedi, ti ignora.
Per tre-quattro giorni.
Le scarpe lessano i piedi, le zeppe devastano le caviglie, i bustini vittoriani stringono le costole fino a togliere il respiro mentre le gonne troppo corte e le autoreggenti non sono na difesa sufficiente dall’aria gelida che accompagna i frequenti temporali.

E qui anche gli irriducibili crollano – trovano un posto dove sedersi, allentano il busto, cacciano le scarpe in borsa, tornano alle vecchie superga di tela, e si prendono dieci minuti di respiro.

Magari per verificare via SMS come siano andati gli esami di maturità.


6 commenti

Tre giorni non proprio a Parigi – 2

Tante cose da fare, tante cose da vedere.

In effetti, la mia lista di impegni è abbastanza corta.
Partecipare alle lezioni di Tai-Chi in apertura di ogni giornata.
Vedere le dimostrazioni di Kendo e Kenjutsu.
Seguire

  • la conferenza sulla battaglia di Sekigahara
  • la conferenza sulla storia degli studi orientali nella Francia dall’Illuminismo ad oggi
  • la conferenza sulla globalizzazione dei manga
  • la conferenza sugli yokai

Vedere un paio di film e un paio di preview di serie animate – mi interessano in particolare il trailer di 20th Century Boys, e il film coreano Vampire Cop Ricky (che già dalla locandina promette di essere una carrettata di risatelle sceme), un paio d’altre cose che deciderò sul momento.
Magari sentirsi le Scandal, girl band nipponica che farà due live durante il finesettimana.

Primo giorno – tre ore di coda all’ingresso.
Salta il tai-chi, salta il kenjutsu, vacilla la voglia di restare.
Per qualche motivo malato (si scoprirà in seguito, manca il personale) sono stati aperti solo gli ingressi per chi possiede i pass privilegiati (Zen, Gold e Platinum) e per chi si è abbonato all’intera quattro-giorni.
Chi deve ancora fare il biglietto, entra per ultimo.
Tre ore di coda.
Tempo di fare il biglietto, e le Scandal hanno iniziato il loro primo live.

Mi sistemo su una panca, stappo una coca da quattro euro (ouch!) e comincio a fare foto agli astanti – che grazie al cielo sono ampiamente fotografabili.

Il resto della giornata scorre piacevole.
Il Trailer di 20th Century Boys (la storia di un gruppo di amici che da ragazzini si inventano per gioco la fine del mondo, e vedono trent’anni dopo gli stessi eventi accadere realmente ad opera di una setta misteriosa) promette benissimo.

Secondo giorno.
Due ore di coda, trentacinque minuti (quasi tre chilometri) per andare dall’ingresso al controllo biglietti.
Sotto un inizio di pioggerella.
Salta il tai-chi, salta il kenjutsu.

C’è già la coda per la proiezione di Vampire Cop Ricky – mancano tre ore all’inizio.
La scelta è tra sostare sotto alle bocchette dell’aria condizionata (4 gradi) o lontano da queste (28 gradi, 90% di umidità).
Troppa gente.

Zoppico fino al padigione dove si discute di orientalismo francese e mi abbarbico su una tremolante seggiolina che utilizza il terrore di scatafasciarsi a terra come deterrente per il sonno – la conferenza, in francese stretto, riesce ad essere di una noiosità mortale.

Molto meglio, più tardi, la conferenza su Sekigahara.

Terzo giorno.
Saltano tutte le convenzioni – è baraonda assoluta per l’ingresso – ma far sfilare sessantamila persone attraverso tre porte significa che l’ultimo entra dopo pranzo.
E quelli che fanno il biglietto per un solo giorno entrano DOPO.

Saltano due terzi degli eventi.
Le Scandal le becco mentre transitano verso l’anfiteatro.
Simpatiche ragazzine.
Poi, lunga conferenza sull’incontro fra sceneggiatori di fumetti occidentali e disegnatori di fumetti giapponesi.
Cibo per il pensiero.

Esco strisciando dopo un breve ma sanguinoso rampage nella sezione del mercato.
Distrutto ma soddisfatto.
Se domani è domenica, allora vedrò Parigi…


2 commenti

Tre giorni non proprio a Parigi – 1

Ovvero, le mie esperienze al JapanExpo, parte prima.

Per chi se lo fosse perso, il JapanExpo è una colossale fiera/mostra/evento culturale organizzata in Francia a partire dal 2000.
Inizialmente una cosa organizzata in piccolo – la prima edizione registrò circa 3000 visitatori – l’Expo è cresciuta arrivando a superare i centomila visitatori, e ad occupare per quattro giorni un’area espositiva delle dimensioni di una piccola città presso Roissy, nei sobborghi della capitale francese.
Tale è il successo del JapanExpo in senso stretto che da qualche anno si organizza anche un Chibi JapanExpo autunnale, più contenuto come tempi, spazi e partecipanti.

Cosa c’è al JapanExpo?
In teoria, tutto.
Tutti gli editori di fumetti giapponesi in lingua francese.
Tutti i distributori di cinema ed animazione giapponese sul territorio francese.
Tutti i distributori di musica giapponese in Francia.
Tutte – o per lo meno le principali – organizzazioni di appassionati di anime, manga, storia asiatica e reenactment storico.
Tutti gli scoppiati di Francia, più una polposa rappresentativa di altri europei, non pochi americani ed una quantità assolutamente sospetta di giapponesi.
I principali produttori di giochi per consolle sono presenti con le loro novità – e mettono in piedi pure un curioso museo del videogioco, nel quale i partecipanti possono provare dai vecchi SuperNIntendo fossili a perduti prototipi Dreamcast. E ovviamente Dance Dance Revolution.

Ogni giornata allinea svariate proiezioni di film e telefilm, un buon numero di conferenze di livello piuttosto alto, dimostrazioni di arti marziali e pratiche tradizionali nipponiche, sessioni di autografi con artisti e sceneggiatori, concerti live di band giapponesi, sfilate di cosplayer in costume, mostra dei lavori di artisti esordienti, e una vastissima area dedicata al mercato – peluches, dischi, kimono, spade, armature, videogiochi hi-tech.

Una specie di Disneyland giapponese, si potrebbe pensare.
Un colossale Matsuri in salsa manga.
E di fatto ci sono tali e tante cose da fare, che quattro giorni pieni bastano a malapena.
Ed anzi, l’organizzazione comincia a mostrare la corda.

Il problema principale è – probabilmente – una certa difficoltà di comunicazione fra gli organizzatori francesi (che restano degli appassionati che svolgono il proprio lavoro come volontari) ed i professionalissimi ed inflessibili partner nipponici.
I risultati non tardano a farsi vedere.
. Code interminabili all’ingresso – l’organizzazione è sottoforza e non riesce a gestire la marea di partecipanti.
. Nessuna certezza – gli eventi minori, le sessioni autografi e gli incontri fra artisti e fan tendono a spostarsi a seconda della disponibilità di spazi, e nessuno sembra avere delle informazioni univoche.
. Orari flessibili – l’organizzazione sembra incapace di far cominciare in orario gli eventi; oltre ad accumulare ritardi e disagi, questo decretala morte di tutte quelle attività che dovrebbero iniziare all’apertura dei cancelli, e che rimangono abbandonate mentre le persone ancora fanno la fila.

Insomma, non mancano i motivi per lamentarsi.

Il positivo controbilancia d’altra parte il negativo.
La Francia è in questo momento in preda ad una nippofilia paragonabile almeno in parte a quella che spazzò il nostro paese all’inizio degli anni ’90.
Ci sono decisamente troppi ninja di Naruto e troppi pirati di One Piece fra i cosplayer all’Expo.
Ma a differenza di ciò che accadde nel nostro paese, l’interesse del pubblico non esclusivamente giovanile per il Giappone viene interpretato come uno stimolo alla crescita culturale, e favorito tanto dal governo francese quanto da governo ed aziende giapponesi.
L’offerta – sintetizzata al JapanExpo – è colossale.
Viaggi e vacanze di studio a prezzi politici.
Corsi di lingue a circa un quarto del costo nel nostro paese.
Una disponibilità di testi e soprattutto di apparati critici che qui da noi non ha mai avuto un parallelo.
Probabilmente passerà, come passano tutte le mode, ma lascerà sul territorio francese un arricchimento che in Italia, nonostante due o tre ondate di nippofilia acuta, non sembra essere andato finora oltre la creazione di club effimeri e di iniziative tristi e a scala ridottissima.


Lascia un commento

Parigi e De Castries

Finalmente riposato e ripulito, disfatti i bagagli, posso mettere mano ad un primo post sulla mia breve assenza parigina.
Di fatto non sono stato granché nella Ville Lumiere, avendo trascorso gran parte del mio tempo al JapanExpo – sul quale mi dilungherò prossimamente – ma sono comunque riuscito a prendermi la giornata di domenica per fare un po’ di esplorazione urbana.
Cominciando alle prime luci dell’alba, quando la città è deserta, e proseguendo fino a notte inoltrata.
Macinando chilometri a piedi.
Facendo fotografie.

Parigi mi inquieta.
È linda, ordinata, ma qualcosa sembra fuori posto.

Sono i palazzi del centro, io credo, che paiono fuori scala per la popolazione umana.
Si ha l’impressione di ritrovarsi in una città progettata per giganti, nella quale ora gli esseri umani si sono insediati temporaneamente.

Zeppa di turisti americani egiapponesi, Parigi sembra non avere abitanti, ma solo visitatori.
Anche i francesi, i parigini, sembrano di passaggio.
Non possiedono i luoghi in cui vivono.

Ma chissà, forse è solo la mia immaginazione, infiammata dalle teorie malate di Thibault De Castries, che vedeva in ogni grande città un complesso tombale.
E mi tornano alla mente quelle tavole – risalenti alla spedizione di Napoleone in Egitto – che ritraggono cammellieri e viaggiatori che bivaccano nel Tempio di Iside, o alle porte di complessi funerari.

I resti di quelle spedizioni napoleoniche riposano poco lontano, nel Louvre affollatissimo.
E ci sono persone che vanno in comitiva a visitare il cimitero Pere Lechaise.
E dietro all’Olympia si trova la statua equestre di Edoardo VII d’Inghilterra (che di ballerine e di night-clubs se ne intendeva parecchio).

Strana città, Parigi.


4 commenti

Sul piede di partenza

Eiffel TowerIn procinto di partire per la ridente (?) Parigi per una breve vacanza in occasione del JapanExpo, informo i surfisti che per la prossima settimana questo blog rimarrà inattivo.

ma non essendo il tipo da lasciarvi senza nulla da leggere, vi segnalo una rivista on-line di letteratura d’immaginazione, polemica politica e varia umanità: Armageddon Buffet

Forse è un po’ troppo americanocentrica e un po’ troppo polemica per alcuni.
Ma potrebbe tenervi compagnia mentre io non ci sono.

Alla prossima.