strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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A cosa si pensa prima di scrivere

Un post estemporaneo, per il pomeriggio.
Un pork chop express.
La cosa nasce da una chiacchierata fatta ieri con alcuni amici, durante l’ora d’aria, qui nel Blocco C.
Si parlava – indovinate un po’ – di scrittura, ed inparticolare di un paio di autori che ci sono particolarmente odiosi.
No, no, nessuno che conoscete.
Ed è venuto fuori qualcosa di interessante – a dimostrazione che anche dalle chiacchiere più vuote ed inutili, qualcosa di buono si può ricavare.

locandinapg1Ma prima, fatemi divagare un attimo.
C’è un film, una vecchia pellicola degli anni ’80, con Tom Selleck e Paulina Porizkova, intitolato Her Alibi – in Italiano, Alibi Seducente.
Si tratta della storia abbastanza sciocca di un giallista in crisi che decide di dare un alibi ad una giovane donna accusata di omicidio, nella speranza di ricavarne un’ispirazione che ravvivi la sua carriera ormai alla canna del gas.
E lei naturalmente è molto attraente.

Ora, al di là dei meriti e dei demeriti del film – che non è esattamente il massimo – ciò che mi interessa è il modo in cui viene rappresentato il processo creativo del protagonista, che siede al PC (usa un venerando Zenith laptop 8086, macchina che all’epoca costava un capitale ed era quanto più d’avanguardia si potesse immaginare) e comincia a riversare prosa orribile nel word processor, sostanzialmente dando un’aura hard boiled e pacchianissima ai propri eventi domestici.
È una scrittura orribile, chiaramente figlia di un autore che non riesce a dimenticare se stesso quando scrive.
Fa ridere.
Fa molto ridere, a tratti.
È scritto per far ridere.
E fa particolarmente ridere se mai avete conosciuto certe persone che lo fanno per davvero.
La vita imita l’arte, e tutto quel genere di cose.

Per cui torniamo al punto interessante della chiacchierata di ieri – ciò a cui pensiamo quando ci mettiamo a scrivere.

No, ok, lo so, pensiamo alla storia, ciascuno nella sua maniera diversa – e non esiste una maniera giusta o sbagliata.
No, non quello.
Prima.
Più a fondo.

È il solito discorso, in realtà, lo abbiamo già fatto.
Se mi siedo al PC pensando “Ora vi faccio vedere io!” (o peggio ancora “Ora ti faccio vedere io, <nome e cognome>!”), i risultati saranno orripilanti.
sarò ridicolo e pacchianissimo, come Tom Selleck in quel film.
Devo esserne consapevole.

Eppure ci sono quegli autori che pare di vederseli, che si siedono alla tastiera pensando

Eccomi, bello come un dio greco, pronto a illuminare le masse decerebrate dei rudi meccanici con la mia arte, la mia prosa meravigliosa, i miei concetti sublimi! Ah, come sono bello! Sono davvero bello bello bello in maniera assurda! <sospiro>

Che poi scrivano racconti, manuali di scritura o pagine di blog, cambia poco – lo sentite anche voi, quella disperata infatuiazione per se stessi si riversa sulla pagina, quel voler essere loro – e  non la storia – al centro dell’attenzione dei lettori.
Fa inacidire ogni riga, ogni paragrafo.

Il fatto è che se si scrive una storia, o un post, o una lista della spesa, ciò che conta è la storia, o il post, o la lista della spesa.
Non devo scrivere pensando all’immagine che i lettori ricaveranno dell’autore.
Non devo scrivere pensando ai numeri – di battute, di pagine, di parole, di lettori, di hit.
Non devo pensare alle mie vendette o alle mie faide personali.
Non devo – e questo dovremmo averlo imparato al liceo – scrivere per far colpo su una ragazza.
Se scrivo, scrivo.
La storia è la storia, non un piedistallo per il mio ego.
Ed è dura, è durissima, perché di solito chi scrive – anche se scrive solo post su un blog o liste della spesa – ha un ego in qualche modo ingombrante.

Ecco, di questo, siamo finiti a parlare, durante l’ora d’aria di ieri nel Blocco C.
Il che, lo ammetterete anche voi, è molto zen.
E siamo giunti alla conclusione che forse la cosa migliore a cui pensare, quando ci si dispone a scrivere, è…

OK, vediamo adesso cosa succede.