strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Barbonismo digitale international

E se facessi un pork chop domenicale?
Del tipo… ricordate la vecchia faccenda del pagare i blogger?

Qualora vi mancasse, quella parte della storia, la storia faceva pressappoco così…

Visto che produco contenuti di qualità per il diletto di un pubblico, perché si dice che io non meriti un compenso?
Perché lo fai per passione, imbecille, mica per soldi – e se dovessi pagare per leggerti, smetterei semplicemente di leggerti, tanto chissenefrega.
Sì, ok, ma e la dignità dell’autore? E il rispetto? E pagare le bollette?
Ma vaffanculo, mica ti ho chiesto io di scrivere! Trovati un lavoro, stronzo!
E se mettessi un semplice bottone per le donazioni libere?
Dimostreresti di essere un barbone.

Ah, i bei tempi delle gilde e delle corporazioni!

Ah, i bei tempi delle gilde e delle corporazioni!

Ecco, più o meno così.

La caciara sui blogger barboni è certamente uno dei tre o quattro eventi degli aultimi mesi alla base dell’attuale senso di stanca che gran parte dei blogger che conosco provano nei confronti del blogging.
A nessuno piace sentirsi dire “ti leggo perché sei gratis.”
A nessuno piace sentirsi come le patatine mettono sul bancone del bar all’ora dell’aperitivo – non le hai ordinate, ma le mangi ugualmente.
A nessuno piace sentirsi fare certi discorsi da persone che sventolano la propria integrità e la gratuità della passione, salvo poi aprire siti web col pulsante per le donazioni, o essere tra i promotori di discutibili “certificazioni professionali” per web-writer.

La mia opinione?
Sul mio blog ci sono pulsanti per le donazioni, una variegata wishlist, persino il pulsante per i bitcoin.
Non vi obbligo a pagare.
Ma se volete, vi rendo estremamente facile esprimere il vostro gradimento.

Che, guardacaso, scopro essere il punto di questo bell’intervento di Amanda Palmer, alias Signora Neil Gaiman.
Che merita di essere ascoltato.
Anche se lei, naturalmente, non ha una certificazione come public speaker che ne giustifichi la dignità.


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Lettori freelance

Ieri sera ho scoperto di possedere una ulteriore qualifica professionale.
Non qui, naturalmente, nel paese dei palloni e delle veline, ma là fuori, nel grande mondo inesplorato.

Là fuori, ho scoperto, esiste una categoria professionale chiamata professional reader.
Ed io sono stato certificato come tale.
Folle, eh?

Chi sono, i professional reader?
Recensori.
Critici.
Insegnanti.
Tutti coloro che, per svolgere la propria professione, devono leggere esercitando una serie di capacità che li distanziano dai lettori non professionisti, che macinano il libro e non ci pensano più.
I professional reader sono persone in grado di valutare la qualità di un testo, di esprimere una opinione informata, di arricchire in qualche modo il testo che stanno leggendo, condividendo con gli altri questo extra, o fornendo all’autore o all’editore una serie di informazioni tali da migliorare il prodotto.
Professionisti.

Nella categoria rientrano anche i blogger.
Non, badate, quelli che bloggano sul loro gatto o vi dicono che Bradbury fu un autore marginale nell’ambito del fantasy, non quelli che sparano cazzate tentando di legittimarle con due dosi di machismo e una di turpiloquio, o quelli che se la spacciano.
Quelli di qualità.
Se bloggate legittimamente e con un certo livello di qualità riguardo alla lettura ed alla letteratura, potete aspirare al titolo di lettori professionali.

E chi decide, mi chiederete ora?
C’è un albo?
Ci sono dei corsi professionali?
Cosa impedisce a uno laureato in materie scientifiche, rude meccanico che probabilmente sfoglia le pagine con le noicche dei pollici, di fregiarsi del titolo di lettore professionista in barba ad un raffinato intellettuale che ha studiato lettere e discusso una tesi sull’argomento?
Chi si permette di equiparare un blogger ad un recensore che dopotutto viene stipendiato da un giornale, una rivista, un portale web*?
Chi determina, in poche parole, la qualità?

Beh, voi non ci crederete, ma a decidere sono gli editori – di solito attraverso agenzie di valutazione esterne.
Esistono servizi nei quali voi presentate le vostre credenziali – di insegnati, critici, blogger – e poi venite valutati sulla base di ciò che avete messo online.
E se è vero che la frequenza dei post e il numero dei lettori incide, la qualità dei contenuti è comunque un fattore nella valutazione.

E nel momento in cui vengo riconosciuto come lettore professionista, cosa succede, mi pagano?
Sì.
Orrore e raccapriccio, vengo pagato per fare ciò che mi piace.
Per ciò che è, indiscutibilmente, una mia passione.
Gli editori mi mandano i libri perché io li recensisca.
O addirittura, perché io segnali le brutture, i refusi, le imprecisioni.
Ed io vengo pagato.
Pagato in merce.
Pagato in buoni.
Pagato in valuta elettronica.
Pagato in quattrini.
Pagato in reputazione.
Dipende dai servizi, dagli accordi, dal tipo di rapporto con gli editori e le agenzie.

Professional reader.
Ed ora, tutti in coro – ma in questo paese non potrebbe mai funzionare.
O preferite quella su come una simile scelta metta in dubbio l’integrità del recensore?

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* Beh, magari dal portale web no.
Il portale web potrebbe dargli solo visibilità.
ed una grande opportunità, naturalmente.