strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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New Romancer

Lo trovai terribilmente noioso.
Popolato di personaggi spiacevoli.
Con un bel compendio di idee che avevo già visto.
Con uno stile che mi pareva vecchio di dieci anni almeno.
Eppure…

Doveva essere il 1992, e la gente parlava solo di cyberpunk.
Un tale, conosciuto per caso, mi spiegò in toni taglienti che

il cyberpunk è l’unica fantascienza che non faccia schifo

Capii che marcava male.
Però lo lessi, Neuromante.
Cosa me ne parve, ve l’ho già detto.
Eppure…

Cosa fu, in quella specifica congiuntura, a fare di Neuromante un mito, che non aveva fatto altrettanto dieci anni prima, con Shockwave Rider?
Eppure il romanzo di Brunner aveva tutto – il futuro distropico, l’eroe solitario che hackera i computer, i virus informatici che si autoreplicano, lo spazio virtuale…
E che dire di My Name is Legion, di Roger Zelazny? La società repressiva, il protagonista che si è cancellato da tutti i database ed ora lavora come freelance nelle ombre…

Probabilmente a Brunner e Zelazny mancò il senso di contemporaneità – nel 1975/1976, computer personali e reti informatiche erano ancora qualcosa che stava solo nella fantascienza. Gibson descrisse un mondo che si vedeva, o per lo meno si intuiva, nelle pubblicità sui giornali.
Proprio nei giorni in cui quel tale mi informava della vera natura del cyberpunk, seguii una noiosa lezone di un guru sudamericano del fantastico che spiegò a me e agli altri suoi prigionieri che il futuro della letteratura era il Clipper.
Impossibile immaginare di scrivere, nel ventunesimo secolo, senza conoscere il Clipper.

Ma dell’atmosfera di quegli anni ho già parlato in passato.

Il problema, naturalmente, fu che di Neuromante se ne accorsero anche gli intellettuali seri, quelli che non si sarebbero fatti trovare neanche morti con un romanzo di fantascienza in mano, e che se dicevi fantascienza rispondevano “Ah, sì, Asimov”, ma che sul lavoro di Gibson potevano sproloquiare incessantemente per ore ed ore, a cominciare dal suo fracked incipit.
Come risultato, Neuromante divenne un mito, fu oggetto di articoli di giornali e quant’altro, e devastò la fantascienza.
E se conosco un sacco di gente a cui Neuromante ha cambiato la vita, io francamente preferisco Burning Chrome, alias La Notte che Bruciammo Chrome, nel catalogo di Gibson (col quale ci vado piano, perché siamo entrambi fan degli Steely Dan).
Sui racconti il canadese ha meno cedimenti, è più focalizzato.
E annoia meno.

Ed ora, per il piano bar del fantastico, mi chiedono un po’ di cyberpunk alternativo.
E chi sono io per negarlo?
Accendiamo il vecchio Yamaha elettronico con interfaccia MIDI e One-Finger-System per le ritmiche… Continua a leggere


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Il bicchiere delle mance

Ho scoperto solo oggi Robin Parmar, ed è già il mio eroe.
L’ho scoperto per caso, facendo una ricerca con Google su qualcosa di completamente diverso.
Ma sono finito su uno dei suoi siti - theatre of noise – ed ho trovato questo:

Want me to write more articles on the topics you are interested in? Starting today I’m implementing a “ransom” system: You donate funds towards the article you want to see written. When the funds reach a designated cut-off point I provide the goods. Basically, buy me a coffee and I’ll write something in my usual fact-filled, research-driven and jargon-free style. Read on for the details!

Già.
Robin la mette giù chiara – c’è un argomento che rientra nella sua sfera di competenze sul quale voi vorreste saperne di più?
Pagategli un caffé e lui vi scrive il pezzo.
Un po’ come il mio piano-bar del fantastico, ma con il bicchiere per le mance gestito da PayPal.
Si versa un quid, si scrive una mail dicendo “Mi piacerebbe sapere la tua su…” e quando il bicchiere delle mance è pieno, l’articolo arriva e tutti lo possono leggere.
Già, anche quelli che non hanno pagato.

Ed eccola là, la tua minuscola, viscida anima da italianino piccolo piccolo, che dice “Ma se poi possono leggere tutti, perché dovrei pagare invece di aspettare?”
Perchè se tutti ragionassero così il pezzo non uscirebbe mai.
E a te interessa che esca.
Quindi scuci.

Non cento euro, non mille.
Tre.
Cinque.
Fai tu.

Si chiama ransom model, ne ho già parlato in passato, e l’ho visto funzionare – nel mondo anglosassone.
Qui?
Qui ci sono troppi italianini con l’anima avvizzita per poterci sperare.
E poi con l’attuale crisi bla bla bla bla…

E no, questo non significa che comparirà il bottone di PayPal su strategie evolutive.
Significa solo che Robin Pamar, che riesce a vivere nel ventunesimo secolo mentre noi siamo intrappolati in un eterno ventesimo, è diventato uno dei miei eroi.

E ve lo volevo far conoscere.


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Rand

Nella mia memoria, la figura di Gary Cooper non è legata – come per i tre querti della popolazione del pianeta – a Mezzogiorno di Fuoco, bensì ad un film di gran lunga meno importante nella storia del cinema occidentale, quel La Fonte Meravigliosa, di King Vidor; che da sempre associo pure ad un assoluto, insopportabile, plumbeo senso di noia.
Non credo di essermi mai annoiato tanto guardando un film quanto con La Fonte Meravigliosa.
Al confronto anche L’Albero degli Zoccoli, impostomi ai tempi delle scuole medie, pare un apocrifo di Mad Max.
E tutto questo è maledettamente on-topic, perché La Fonte Meravigliosa venen tratto da un romanzo di Ayn Rand e questo è un pezzo a richiesta del piano-bar del fantastico, proprio su Santa Ayn Rand, Regina del Culto della Ragione.

Ora, in questo specifico piano-bar del fantastico, Ayn Rand non costituisce uno dei cinque pezzi facili, e mi sorge quasi il dubbio che il buon Elvezio Sciallis abbia richiesto un pezzo sulla Rand apposta per vedere con quanto successo e quanto a lungo io riesca a schivare le pallottole suonando il piano.
Perché parlare di Ayn Rand costituisce l’equivalente di appiccicarsi un bersaglio sulla schiena.
Perciò, procediamo.
Non sparate sul pianista.

Parlare di Ayn Rand e dei suoi libri significa, senza possibilità dis campo, affrontare due argomenti diversi – la qualità della scrittura e della narrativa, ed i contenuti ideologici della stessa.
La letteratura di genere – e la letteratura in genere – sono zeppe di scrittura “a formula” e di scrittura programmatica.
Uno dei miei autori preferiti, Kim Stanley Robinson, non risparmia al lettore una massiccia dose di propaganda ideologica.
Kim Stanley Robinson scrive benissimo, ed il fatto che la sua ideologia coincida abbastanza da vicino con la mia fa sì che io non vada giù troppo pesante nei miei giudizi – è possibile abbassare mentalmente il volume dell’ideologia e godersi l’avventura.
Michael Crichton è stato un competente autore a formula, con il valore aggiunto di essere disponibile, dietro pagamento, a spingere l’ideologia del cliente – lo ha fatto con Sol Levante e con Stato di Paura. Trovo difficile leggere qualsiasi cosa Crichton abbia scritto dopo il 1978, e trovo assolutamente insopportabili i suoi libri di propaganda. Però da giovane scriveva molto bene.
È possibile separare nettamente e completamente narrativa ed ideologia?
Non credo.
Volontariamente o involontariamente, la weltenschaug (chissà se si scrive così?) autorale percola nella narrativa.
Nel bene o nel male.
Poi, ci sono diversi gradi, diversi momenti, diverse contingenze…
Ciò premesso, passiamo alla Rand.

Sarebbe facile essere brutali e sbrigativi e liquidare Ayn Rand come una pessima scrittrice.
I suoi personaggi sono bidimensionali e statici, incapaci di evolvere e a tal punto egocentrici da suonare come una accozzaglia di solisti anziché come un gruppo.
I dialoghi sembrano perciò monologhi – o dibattiti molto accesi.
Le descrizioni sono eminentemente dimenticabili – Rand fallisce nel gioco di prestigio di convincere il lettore che lei conosca intimamente ciò che descrive, e si vedono i cavalletti e le funi che sorreggono quello che vorrebbe essere un paesaggio, me è un fondale dipinto alla svelta.
Questa scarsissima qualità della scrittura è in parte spiegabile col fatto che i personaggi della Rand sono in effetti sempre i portavoce di un’ideologia, e le situazioni in cui si vengono a trovare sono meccanismi costruiti per mettere alla prova l’ideologia, o per stimolare un dibattito nel quale si possa dimostrare la superiorità di un’ideologia rispetto all’altra.
L’intento didascalico è tale, che la narrativa si schianta sotto al proprio peso.
Il giudizio sulla narrativa è ulteriormente esacerbato dall’ideologia proposta – per cui, ammettiamolo, se a voi piace la visione del mondo proposta dalla Rand, probabilmente sarete disposti ad essere meno trancianti in un giudizio di qualità.
Narrativa ed ideologia sono così strettamente connessi, che non si possono che coadiuvare o sabotare reciprocamente.

Gli eroi della Rand sono i portavoce di una filosofia che è stata successivamente etichettata come oggettivismo (Rand avrebbe preferito “esistenzialismo”, ma l’esistenzialismo c’era già e non era quello che piaceva a lei), una versione particolarmente melliflua del darwinismo sociale di spenseriana memoria.
Alla “sopravvivenza del più adatto” (frase di Spenser, non di Darwin) si sostituisce un ideale di individualismo eroico svincolato dalla massa degli individui passivi.
Ora, cerchiamo di capirla – la Rand aveva preso un bello spavento (giustificatissimo) confrontandosi con lo statalismo estremo della Russia di Stalin, e quindi desiderava promuovere un tipo di pensiero che fosse quanto più possibile opposto al cosiddetto “collettivismo”.
La collettività non ha peso, diritti o pretese da rivolgere all’individuo.
Gli eroi della Rand desiderano creare al fine di realizzare le proprie potenzialità, infischiandosene del bene comune o degli interessi della collettività – che anzi, sono visti come freni.
Si potrebbe anche qui essere sbrigativi e definire l’oggettivismo della Rand come una forma di supereroismo socio-economico.
A differenza dell’ideale romantico, che vede l’eroe come punta didiamante dell’avanzata della specie, che deve trasgredire le regole per crearne delle nuove dalle quali tutti possano trarre giovamento, l’eroe randiano agisce per il proprio interesse e trasgredisce le regole semplicemente perché queste sono pastoie alle quali egli è superiore. L’eroe della Rand fa delle nuove regole per se stesso -se qualcun’altro vorrà seguirle, in fondo, dimostrerà in questo modo la sua inferiorità.

If any civilization is to survive, it is the morality of altruism that men have to reject.

Il sentimentalismo e le emozioni, naturalmente, sono per i deboli.
Qua e là la Rand pare anche convinta che, se lasciate libere da ogni vincolo, le forze economiche si assesterebbero su un equilibrio dinamico capace di creare una crescita infinita – e dopotutto, cosa sarebbero le crisi, se non fasi di repulisti nei quali i non adatti vengono eliminati dal sistema?

Government “help” to business is just as disastrous as government persecution… the only way a government can be of service to national prosperity is by keeping its hands off.

Per questo motivo, i libri di Ayn Rand piacciono molto ai sostenitori di posizioni libertarie – con la loro ferma opposizioneall’ingerenza statale negli affari economici dei cittadini

E prima che vengano avviati i lanciafiamme, vorrei sottolineare che la mia opposizione alle teorie di Ayn Rand non è di natura politica, ma culturale. Per tutti i suoi orpelli pseudoscientifici e la sua pretesa di oggettività, la teoria di fondo della Rand scivola troppo facilmente nel wish-fulfillment, casca con troppa frequenza nell’egocentrismo assoluto, per poter avere un valore… ehm, oggettivo.
Concordo insomma con quei critici che hanno visto, in una adesione acritica alle teorie di Ayn Rand, l’anticamera di gravi problemi psicologici.
E se non si può provare una certa simpatia per il taglio apparentemente meritocratico e positivista della teoria, è anche inevitabile accorgersi che, in primis, si tratta appunto di teoria, e che nel suo insieme tale teoria nega tanto i dati a nostra disposizione sulla natura delle culture umane (nelle quali l’elemento collaborativo è essenziale) quanto le proprie premesse di efficacia; non è necessaria avere una grande esperienza per sapere che un singolo individuo brillante che non voglia o non sappia integrare il proprio sforzo col resto della squadra è spesso più dannoso di una mezza dozzina di idioti capaci solo di eseguire ordini molto semplici.

Le cose si fanno ancora più complicate quando consideriamo che, secondo la Rand, l’universo è costituito da “Valori” che sono immediatamente (= in modo non mediato) da un individuo che, avendo abbandonato i pregiudizi spacciati per conoscenza nel passato, applichi un’analisi razionale e spassionata alla realtà. L’intera faccenda ha un sentore vagamente platonico, ed è sostanzialmente antiscientifica.
Se non avete ancora visto la Realtà per ciò che è (vale a dire come la intende Ayn Rand), è solo perché non siete ancora liberi dagli orpelli del passato.
O, se preferite, chi non dice che ho ragione sbaglia.
Non male, per una che accusò Kant di nichilismo.

Di fatto, il messaggio della Rand è molto attraente, specie in una certa fase della vita dell’individuo.

Achievement of your happiness is the only moral purpose of your life, and that happiness, not pain or mindless self-indulgence, is the proof of your moral integrity, since it is the proof and the result of your loyalty to the achievement of your values.

Quanle liceale non sottoscriverebbe una scuola di pensiero che gli dice che può fare ciò che gli pare, che chi cerca di porgli dei limiti è cattivo, che fare un sacco di soldi è buono e giusto, e gli altri si fottano?
Specie se questo tipo di discorso ci viene presentato all’interno di una narrativa, che sottolinea l’elemento eroico, e sbandiera grandi concetti (la Civiltà, la Storia, l’Evoluzione, gli Ideali) al fine di supportare una tesi odiosa?

Avanti, seriamente…

Civilization is the progress toward a society of privacy. The savage’s whole existence is public, ruled by the laws of his tribe. Civilization is the process of setting man free from men.

Poco importa che i suoi portavoce narrativi siano personaggi implausibili o fondamentalmente spiacevoli (l’eroe di The Fountainhead – Gary Cooper – è uno stupratore ed un architetto modernista… due attività esecrabili).
In fondo, ciò che Ayn Rand ci dice è che se siamo meglio degli altri (e noi siamo meglio degli altri, giusto, ragazzi), dovremmo avere accesso al meglio dele risorse, e non essere frenati da regole e leggi che tarpano il nostro impulso creativo.
Se il nostro destino è esseregrandi, ricchi, indipendenti, perché perder tempo a prendersi cura dei senzatetto (gente che non lavora abbastanza), a curare gli ammalati (gente che indebolisce il pool genetico) e a mantenere dei governanti (che hanno bisogno di una collettività alle spalle per giustificare le proprie scelte)… E di tutti gli altri?

Si tratta di uno strano baraccone – e concordo com Michael Schermer quando lo paragona ad una pseudoreligione allamaniera di Scientology.

‘The cultic flaw in Ayn Rand’s philosophy of Objectivism is not in the use of reason, or in the emphasis on individuality, or in the belief that humans are self motivated, or in the conviction that capitalism is the ideal system. The fallacy in Objectivism is the belief that absolute knowledge and final Truths are attainable through reason, and therefore there can be absolute right and wrong knowledge, and absolute moral and immoral thought and action. For Objectivists, once a principle has been discovered through reason to be True, that is the end of the discussion.

If you disagree with the principle, then your reasoning is flawed. If your reasoning is flawed it can be corrected, but if it is not, you remain flawed and do not belong in the group. Excommunication is the final step for such unreformed heretics.’

In fondo, la Dianetica e l’Oggettivismo sono entrambi basati sugli scritti di (mediocri) autori di fantascienza, presentano una visione messianica e supereroistica dell’individuo, affermano di basarsi su una visione opggettiva della realtà ma non fanno nulla per provarlo, e di fatto hanno creato la fortuna dei propri fondatori ma non ci pare che abbiano stimolato il successo ed il trionfo della volontà di qualcuno dei loro seguaci.
Le star hollywoodiane affiliate a Scientology sono entrate nel giro dopo essere diventate famose.
E non ricordo alcun oggettivista che sia arrivato a posizioni di preponderanza da qualche parte – a parte forse Gordon Gekko.

Gordon Gekko non è citato a sproposito – è maledettamente difficile scrivere una buona storia con un protagonista che predichi il verbo di Santa Ayn Rand.
Oliver Stone, in Wall Street, c’è riuscito.
Ayn Rand no.

Money is the barometer of a society’s virtue.

I libri di Ayn Rand sono, fortunatamente, pochi – ma sono piuttosto spessi e di una densità orripilante.
Contrariamente ad una certa tendenza della letteratura americana, i protagonisti non sono underdogs e little men che trionfano grazie al proprio ingegno ed alla propria costanza, ma membri delle classi superiori, ormai arrivati, ma minacciati dall’avanzare della marea collettivista.
Piaghe sociali come i sindacati, le politiche assistenziali e l’ingerenza della politica nell’economia minacciano – sostanzialmente – il mondo dorato dei nostri eroi, che si oppongono (che diamine!) con lunghi panegirici soporiferi, e poi, avendo pontificato a morte, ed essersi variamente accoppiati, se ne vanno.
Non si tratta tuttavia del ritirarsi dalla società dello studioso taoista, che vuole allontanarsi dalle distrazioni ed entrare in comunione con una Natura della quale si riconosce parte, che vuole conoscere e studiare, quanto piuttosto l’andarsene portandosi via il pallone del ragazzino che non ci fa più amici.
Nel momento in cui le menti migliori se ne vanno, ovviamente, la civiltà crolla, e i nostri eroi possono tornare a bomba e fondare finalmente una società oggettivista (che a me pare una contraddizione in termini, un po’ come “organizzazione anarchica”).
E non riesco a non vedere, in questo crollo della civiltà come conseguenza della ritirata al colle degli eroi, una sorta di gratificazione adolescenziale… perché quando nonci sarò più capirano quanto ero importante, ma ormai sarà troppo tardi.
E questo è quanto.
Anthem è una novella fantascientifica ed è probabilmente la cosa migliore che Rand abbia scritto – o copiato, considerando che è stato fatto notare come la storia ricalchi molto da vicino quella di un romanzo di Y.I. Zyamiatyn (ma anche Orwell e LeGuin copiarono da YIZ, quindi non è un grave peccato)… lui è un indomito elettricista imprigionato in una società distropica, lei è una bionda intrappolata in una civiltà distropica… scopano, fuggono e combattono il collettivismo!
The Fountainhead è un romanzo mainstream, confuso e carico di prosa turgida… lui è un architetto modernista la cuiopera è stata travisata dalle menti deboli, lei è una ricca ereditiera che lui ha violentato e le è pure piaciuto… combattono il collettivismo!
Atlas Shrugged è invece un romanzo di fantascienza (pessimo, ma ehi, questa è la mia opinione, ok?) sulla fuga dei ricchi e brillanti alla faccia di tutti quei poveracci ingrati che lavorano tropo poco ed i loro politici ficcanaso … lei è una miliardaria che poossiede ferrovie, lui è un genio scientifico e finanziario che controlla il mercato del rame… combattono il collettivismo!
Stando a recenti statistiche, l’ascesa di Barak Obama alla Casa Bianca ha portato ad un picco nelle vendite di questo romanzo – come ha notato Stephen Colbert, la situazione in america si è fatta così tragicache gli americani hanno cominciato a leggere.

Ci sono altri titoli, ma possiamo farne a meno.
Spogliati del loro contenuto ideologico, i romanzi della Rand sono monotoni polpettoni sentimentali – poiché, per quanto propugnasse un’approccio privo di sentimentalismi alla realtà, Rand amava una bella storiaccia farcita di sesso sudaticcio, strapazzamenti emotivi e sentimenti avvampanti quanto l’ultimo dei pennivendoli della Gold Medal, che per lo meno non si proponevano di riformare la Civiltà.
E poi, Bob Heinlein, Alfred Van Voght o lo stesso Ron Hubbard, per amor dell’onestà, hanno scritto di meglio, pur propugnando teorie altrettanto barbine.

Insomma, alla fine, se proprio voglio leggere certe cose….
No, come non detto, io non voglio leggere certe cose.


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I miei argomenti sono più rischiosi dei tuoi

Una volta conobbi una ragazza che aveva parecchi argomenti dannatamente rischiosi.
Ma non sono qui oggi per parlare della mia vita sessuale.
Questo è uno strano pezzo, trattandosi di un incrocio mortale di un pork chop express con una Top Five, passando per una nuova performance del mio sempre più quotato Piano Bar del Fantastico.
Aspettatevi l’inaspettato.

La pietra dello scandalo è naturalmente la frase comparsa nei commenti di un post di qualche giorno fa:

scrivere di giochi di ruolo e romanzi di fantascienza è certamente meno rischioso

Che è una colossale idiozia, quale che sia l’alternativa rischiosa proposta sulla quale scrivere anziché di fantascienza e GDR.
Immagino che roleplayer là fuori si siano fatti una gran bella risata, e posso solo immaginare la scrollata di testa dei lettori di fantascienza.
E questo non solo perché – come ben sanno i frequentatori del gioco e del genere – a parlar male di GURPS o del Capitano Kirk si rischia spesso di incorrere in danni ben più gravi di un po’ di sciocco trolling da parte di qualche importuno con la pretesa che gli altri parlino di ciò che vuole lui o tacciano.

Cominciamo coi giochi
Per giocare bene – come giocatori o come master – è assolutamente indispensabile avere il coraggio di correre dei rischi.
Nel partecipare al gioco, nel mettersi in gioco, nell’accettare certe sfide.
I personaggi devono correre dei rischi – affrontare il cattivo, battersi contro forze soverchianti, leggere libri garantiti per mandare in pappa il cervello dei migliori, aprire la porta senzaprima cercare trappole, bruciarsi l’ultimo clone per soddisfare le richieste del computer, ergersi contro l’Impero, sottrarre l’antico artefatto ai Nazisti (io la odio questa gente), balzare fra le fauci della vipera assassina armati solo di un pugnale…
Chi gioca conosce bene la colossale, inamovibile, spiacevolissima cappa di ennui che cala sul tavolo quando i giocatori decidono che, no, non andranno a vedere che fine abbia fatto lo Zio Mortimer, da qualche parte nelle paludi della Louisiana per documentare il suo ultimo saggio di antropologia…
Il gioco muore.
E il master deve sviluppare e condurre l’avventura in modo che non solo intrattenga e diverta i giocatori, ma anche che si avvicini il più possibile all’area di disagio dei giocatori, all’intimo, al privato, al profondamente sentito.
Se manca questo elemento di personale coinvolgimento, la partita può essere molto interessante, ma non sarà mai memorabile.

Il che vale, naturalmente anche e soprattutto per la narrativa d’immaginazione.
Per la fantascienza.
Immaginare il futuro, naturalmente.
Immaginare la ricaduta sociale dello sviluppo tecnologico, le conseguenze psicologiche del confrontarsi con la vastità dello spazio…
I temi sono infiniti.
Ma anche e soprattutto affrontare idee scomode, rischiose, pericolose.
E si potrebbe addirittura arrivare a sostenere che l’unica, importante regola della buona narrativa d’immaginazione (che poi sia fantascienza, fantasy o orrore, o uno qualsiasi dei sottogeneri interstiziali) è “racconta qualcosa di pericoloso”.
Pericoloso nel senso che deve andare contro alle aspettative.
Deve coinvolgere il lettore ma non blandirlo.
Deve prenderlo in contropiede, al limite infastidirlo, ma al contempo afferrarlo con una forza sufficiente da obbligarlo a continuare a leggere.
Deve essere diverso e significativo.
Il fatto che un’idea pericolosa debba essere centrale alla narrativa d’immaginazione potrebbe andare contro le aspettative di coloro che etichettano questa narrativa come “escapista”, “consolatoria” o “di puro intrattenimento”.
E queste anime semplici, davanti all’affermazione che il pubblico del fantastico non è un pubblico di imbecilli in cerca di un brividello a buon mercato, sarà probabilmente rapido nel concludere che gli appassionati della fantascienza, del fantasy e dell’horror siano allora dei masochisti.
Chi, se non un masochista pagherebbe un libro – o ruberebbe un libro! – capace di infastidirlo, disorientarlo, attaccare le sue convinzioni e puntare a produrre un certo disagio?
Una persona intelligente, tanto per dire.
Perché a nessuno piace sentirsi raccontare sempre la solita storiella che conferma come questo sia il migliore dei mondi possibili.
No, davvero – le storie rassicuranti non piacciono a nessuno.
Un sacco di gente è abituata alle storie consolanti.
Si accontenta delle storie consolanti.
È troppo pigra per scegliere qualcosa di più difficile di una storiella consolante.
Ma toccate le corde giuste, ed anche il più stracco fan di “Friends” potrebbe farsi prendere da una storia basata su un’idea pericolosa.
Anche il sultano sente la necessità di indossare stracci bisunti e farsi un giro per le strade del bazar, una volta ogni tanto.
Lo diverte.
E scopre che lo rende migliore.

Vediamo quindi una personale Top Five.
Cinque Romanzi di Fantascienza costruiti su idee pericolose.
Escludiamo inpartenza Dangerous Visions, di Harlan Ellison – antologia costruita sull’esplicita richiesta agli autori partecipanti di scrivere storie basate su idee pericolose.
Vediamo cinque titoli.
Più un outsider.

Ah, già – come al solito, il campo è talmente vasto e multiforme, che difficilmente due lettori darebbero liste uguali.
Simili, magari…
E poi, ciò che è pericoloso per me, potrebbe non esserlo per voi.
O viceversa.
Datemi le vostre alternative nei commenti, e discutiamone.

Ed ora, non in un ordine particolare…

Autore: Norman Spinrad
Titolo: Pianeta Sangre
Idea pericolosa: chiunque nelle condizioni adatte può esprimere il peggio assoluto
Idea pericolosa bonus: le rivoluzioni corrompono chi le fa
Punti extra: per riuscire a far deragliare orribilmente l’idea classica di Jack Vance, sul pianeta colonizzato da una minoranza eccentrica (in questo caso, un culto di sadici).
La scelta ovvia dall’opus spinradianum sarebbe ovviamente The Iron Dream, ma Pianeta Sangre mi è rimasto più impresso, probabilmente perché è impossibile cercare di disinnescarlo con l’ironia.
La trama in breve – un ex dittatore in fuga, con la sua amante e ilsuo guardaspalle, arriva su un pianeta periferico con abbastanza droga e armi da riuscire a fomentare una rivoluzione coi fiocchi. Ma ciò che trova è molto molto peggio di qualsiasi cosa lui potrebbe mai fare.

Autore: Ken MacLeod
Titolo: The Stone Canal
Idea pericolosa:  il libero mercato uccide
Idea pericolosa bonus: le persone con cui hai scopato al liceo cambieranno la storia
Punti extra: per essere una grande storia avventurosa con un sacco, ma proprio un sacco, di idee hi-tech, ed un sacco di politica. E lo spazio.
Mi piace Ken MacLeod, e The Cassini Division è una lettura esilarante – ma Stone Canal rimane l’esperienza più radicale, per ciò che mi riguarda, tanto delle sue capacità narrative, quanto delle sue posizioni politiche e filosofiche.
La trama in breve: Dave Reid, che diventerà un portavoce della destra ultracapitalista e Jonathan Wilde, che diventerà una figura centrale del mobvimento neo-anarchico-libertario, sono amici, reciproci sostenitori, e amano la stessa donna. E un giorno dovranno affrontarsi.

Autore: M. John Harrison
Titolo: The Centauri Device
Idea pericolosa: la civiltà è sopravvalutata
Idea pericolosa bonus: non esistono ideologie valide
Punti extra: per essere breve, cattivo e profondamente disturbante.
In realtà qualsiasi cosa dal catalogo di M. John Harrison andrebbe bene in questa lista, ma il più verrebbe schedato come fantasy, quindi per ora niente.
La trama in breve: John Truck è l’ultimo dei Centauri, e può quindi utilizzare il Centauri Device, l’arma più potente dell’universo. Non che lui ne abbia alcuna intenzione, ovviamente… ma un sacco di gente è pronta a tutto pur di fargli cambiare idea.

Autore: Daniel Keyes
Titolo: Fiori per Algernon
Idea pericolosa: l’intelligenza è sopravvalutata
Idea pericolosa bonus: anche la scienza
Punti extra: per essere scritto benissimo, ed un pugno nello stomaco assoluto.
Non ho unafrequentazione assidua di Keyes, ma Flowers for Algernon è il classico dei classici,e merita la sua fama.
La trama in breve: Charlie Gordon è un idiota che diventa un genio.
Poi Charlie Gordon è un genio che diventa un idiota.
E non è una commedia.

Autore: Arthur Byron Cover
Titolo: The Autumn Angels
Idea pericolosa: siete troppo stupidi per capire
Idea pericolosa bonus : le vostre vite non hanno significato, le vostre identità neanche
Punti extra: per le idee malsane, i riferimenti alla cultura popolare e tutte le parti sconce.
Romanzo misconosciuto e di difficile reperimento, che vale ogni minuto spesoper procurarselo ed ogni istante passato a leggerlo. Ed il sequel, An East Wind Coming.
La trama in breve: gli alieni non sono arrivati in tempo per evitare l’annichilimento dell’umanità, ma hanno reso immortali i sopravvissuti. Che sono impazziti. O forse il loro è un espediente per non impazzire… Ma ora, il Demone, l’Avvocato e il Ciccione hanno deciso di dare una scossa a questo eden surreale.

Outsider:
Serenity, di Joss Whedon – perchè è un film, non un romanzo, e perché io sono un Browncoat, e il mio giudizio è inaffidabile.
Idea pericolosa: qualunque azione intrapresa da una struttura di potere non ha alcuna moralità
Idea pericolosa bonus: non necessariamente la fazione che ha perso era quella che aveva torto
Punti extra: per i Reavers, e la battaglia spaziale… e River Tam… e tutto il resto, davvero.
La trama è nota, il film è disponibile – affittatelo, guardatelo, poi andate a comprarvi una copia del DVD…


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Studiosi & Soldati

Nellla primavera del 1999 mi trovavo a passare, nelle prime ore del pomeriggio, per Piazza Madama Cristina, a Torino, scansando i mucchi di pattume lasciati dal mercato del mattino e cercando di evitare le pozzanghere lasciate dal temporale che aveva imperversato per gran parte della mattinata.
Camminavo spedito, puntando verso Via Accademia Albertina.
L’aggressore mi arrivò addosso da sinistra e dietro, correndo.
E mentre con una spallata mi sbatteva verso una delle colonne della tettoia del mercato, con la sinistra (presumo) mi strappava via la tasca sinistra della giacca.
Rimettendomi in piedi dal mucchio di gambi di sedano e foglie di cavolo ed altra verzura marcescente che aveva attutito la mia caduta, lo vidi allontanarsi di corsa verso Corso Vittorio, stringendo ciò che aveva arraffato dalla mia tasca lacerata.Rats & Gargoyles
Una sagoma smagrita e frenetica, con in pugno una copia in paperback, edizione Roc, di Rats and Gargoyles, di Mary Gentle.

Da dieci anni mi domando se davvero l’imbecille mi aveva strappato una giacca, causato varie contusioni e rovinato un paio seminuovo di jeans, macchiati e squarciati su un ginocchio, credendo davvero che io girassi con in tasca un portafogli delle dimensioni di un tascabile di 400 pagine (eh, magari!), o se per caso non si trattasse di un misterioso bibliofilo sociopatico, un collezionista di libri rubati o, peggiore delle ipotesi, un fratello in spirito, appassionato dell’opera di Mary Gentle.
Mentre riprendevo zoppicando la mia marcia verso via Cavour, potevo solo consolarmi per il fatto di avere un’altra copia (identica a quella rubata) del medesimo libro, a casa.

Questo è un pezzo fatto a richiesta, una sorta di prestazione da piano-bar del fantastico.
Ma poi, non è così male, come idea, quella del piano-bar dell’immaginario.
E se IguanaJo mi scrive…

Invece ti chiedevo se hai voglia di approfondire il discorso su White Crow.
Io l’ho provato a leggere dopo essermi innamorato di Ash, ma l’ho mollato a metà del secondo racconto. Probabilmente il mio inglese non era (non è) all’altezza della prosa della Gentle perché ricordo di aver sputato i classici pallini per cercare di dare un senso a quanto leggevo (cosa che invece con Ash, letto sempre in lingua originale non era successa). Ora giace nel limbo dei libri che prima o poi riprenderò in mano, ma se insisti un po’ potrebbe scavalcare qualche altro volume in attesa.

… chi sono io per frappormi sulla strada della vera conoscenza?

Ho scoperto Mary Gentle attraverso Hawk in Silver, citato da Michael Moorcock nel suo saggio Wizardry and Wild Romance, il classico studio pubblicato dall’autore inglese sul linguaggio ed i temi del fantastico.
Doveva essere più o meno il 1990.
Il primo incontro con Valentine White Crow avvenne in condizioni meno che ideali, attraverso la traduzione di Rats and Gargoyles pubblicata da Fanucci, che trovai assolutamente incomprensibile.
Quella prima impressione venne spazzata via dai racconti dell’eccellente Scholars & Soldiers, e dalle risate sgangherate strappatemi sul tram da Grunts!, per cui decisi di provare a rileggere R&G, questa volta in originale.
E scoprii un altro mondo.

Letteralmente, un altro mondo.
Mary Gentle ha lungamente sostenuto che Rats & Gargoyles non è un romanzo fantasy, bensì un romanzo di fantascienza.
L’azione si svolge in una città servita da treni (a vapore?), e che occupa una porzione consistente di un intero universo; la scrittura è considerata inaffidabile ed è illegale mettere per iscritto documenti ufficiali, la cultura e gran parte della tecnologia sono di tipo tardo rinascimentale, la bussola mostra cinque punti cardinali, complanari e perpendicolari gli uni agli altri.
Già, 5 angoli da 90°.
Il governo discende direttamente da divinità immanenti, ed è amministrato da una elite di ratti giganti e antropomorfi (che molto debbono ai ratti di Lankhmar).
E la Natura non imita l’Arte (o viceversa) semplicemente perché Natura ed Arte sono la stessa cosa.
Molto semplicemente (si fa per dire) l’azione si svolge in un universo governato da regole ferree, ma non quelle della fisica newtoniana, bensì quelle dell’alchimia e della magia ermetica.
La stessa Gentle ha osservato…

It just isn’t the science you are probably used to. I was besotted with the early 17th century world view, especially that part of it called Hermetic science, which says that the world works on magical patterns and resonances, but it works predictably, scientifically.

Alla base della narrativa di Mary Gentle si trova un’arroganza che non può non rendermi simpatica l’autrice.
Si tratta dell’arroganza di sostenere che se il lettore non è abbastanza sveglio e colto per cogliere tutti i riferimenti e costruirsi così un’immagine esatta dell’ambientazione, della società, delle regole del gioco… beh, è un problema suo.
In questo senso, la Gentle si inserisce nello stesso filone di autori come Gene Wolfe o M. John Harrison, che a partire da un universo perfettamente formato e definito, narrano storie nelle quali solo accenni al background vengono forniti, il minimo indispensabile per garantire una narrativa realistica.
Il resto – che c’è, nella testa o negli appunti dell’autore – deve essere ricavato per induzione, ricomposto come un puzzle, decriptato da riferimenti obliqui e, spesso, velati d’ironia.
Se tutto ciò può risultare spossante – specie per lettori abituati ad un certo fantastico precotto con tanto di mappa, dizionario elfico e appendici esplicative – dall’altra parte lo sforzo viene premiato più che abbondantemente, ed il romanzo diventa un luogo da visitare più volte, per scoprire ogni volta un nuovo elemento, una nuova possibile interpretazione.

Se Rats & Gargoyles obbliga il lettore a un buon numero di prove di forza – sorvoliamo sul linguaggio, usato in maniera strumentale per acuire il senso di estraneità del mondo in cui ci troviamo – gli altri lavori del ciclo di White Crow sono costruiti per spiazzare ulteriormente i lettori più pigri.
Se infatti i personaggi rimangono uguali a se stessi, ed ogni nuova avventura aggiunge semplicemente sfaccettature alla loro caratterizzazione, gli universi in cui si muovono cambiano da una storia all’altra.The Architecure of Desire
The Architecture of Desire sposta l’azione in un mondo capovolto nel quale la storia della Restaurazione Britannica si svolge contrapponendo una Regina Carolina ad una Lady Protettrice Olivia; ma questo non è il Mirror Universe di Star Trek…

Part of The Architecture of Desire comes from Hobbes’ Leviathan, that wonderful attempt to answer the perennial question: how do we organise society so that we can have a social life, without organised violence making a total hash of it?

Left to HIs Own Devices si svolge invece in un mondo moderno, forse venti minuti nel futuro, e solidamente thatcheriano, per quanto gli ideali rinascimentali non risultino mai troppo lontani.
Se vi piacciono le etichette, è cyberpunk.

Valentine, Casaubon e gli altri comprimari della serie scivolano da un universo ad un altro (spesso all’interno dello stesso romanzo – ma bisogna essere veloci nel cogliere il passaggio!) in maniera non troppo diversa da Jerry Cornelius e compagni nelle storie dell’Assassino Inglese di Mike Moorcock. Si comportano come una compagnia di attori della commedia dell’arte, uguali a se stessi, familiari e prevedibili (entro certi limiti) indipendentemente dalla storia in cui sono coinvolti.

Il fatto che Mary Gentle sia estremamente ferrata in campo storico garantisce tanto la qualità dei riferimenti quanto la qualità delle alternative offerte dall’autrice.
Non senza le solite trappole per chi non si impegna…

And since it was background, I didn’t bother to mention it. It’s just more of the same thing: needing to make a story believable to me before I can write it. It didn’t occur to me that the reader would need to know it too.

La narrativa di Mary Gentle infrange tutte le buone regole:
. il linguaggio non è neutro e trasparente
. la sequenza narrativa non segue un plot lineare
. i dialoghi sono ellittici
. abbondano i riferimenti ad eventi sconosciuti al lettore, o non ancora presentati nella narrativa.

Non c’è la mappa.
Non ci sono gli elfi.
Non ci sono le foreste oscure e silenziose.
Non c’è l’oscuro signoredi turno.
Gli hobbit (in Grunts!) sono bastardi incestuosi e malevoli.
Gli dei sono sfingi – in tutti i sensi.

E non si tratta di fantasy, nonostante ciò che gli editori si ostinano a spiaccicare sulle quarte di copertina.
Invece no – il ciclo di White Crow, così come Ash (che ha messo a disagio i candidi lettori di fantasy nostrani per il suo frasario da caserma), come il ciclo degli Orthe (con la sua fantascienza terzomondista e la sua storia alternativa), come il perfido Sundial in a Grave (con il suo pastiche di Dumas e di Shogun), è fantascienza.
O se siete ancora nervosi, chiamatela narrativa d’immaginazione.
Ma gli editori proprio non ce la fanno.
E dobbiamo capirli, poverelli – non vogliono confondere i lettori, che sono (ai loro occhi, per lo meno) ancor più poverelli di loro.
Perciò, spade? Fantasy.

Ecco, Mary Gentle rispetta i propri lettori.
Ammettendo che alcuni non ce la faranno ad arrivare fino in fondo.
Ma si tratterà comunque di una loro scelta.

Addendum:
I più interessati possono trovare un paio di interviste alla Gentle qui, e qui.
Ed un articolo critico su White Crow qui.

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