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Il secondo Gabriel Hunt

Avevo parlato abbastanza entusiasticamente del primo romanzo del franchise Gabriel Hunt, uscita pulp-avventurosa per Charles Ardai e i suoi compari della Hard Case Crime, forse la miglior casa editrice di hard-boiled vecchia maniera sulla piazza.
A differenza dei romanzi Hard Case, le storie di Gabriel Hunt appartengono tutte ad un unico continuum, hanno una forte componenta di azione e più che una traccia di fantastico sovrannaturale, e ruotano attorno alle avventure di un personaggio ricorrente, il Gabriel Hunt del titolo.
Anche l’autore dei romanzi (di volta in volta, un diverso ma un variamente titolato letterato “in vacanza”) si nasconde dietro allo pseudonimo di Gabriel Hunt.
Se l’espediente funzionava per Ellery Queen…

Passi l’aver letto (e centellinato) il primo titolo della serie.
cover_big.jpgAcquistare e divorare anche il secondo, Hunt Through the Cradle of Fear, significa cedere al lato oscuro del geekdom, e mettersi implicitamente in coda per acquistare e divorare anche gli altri titoli della serie.
E d’altra parte, ha probabilmente ragione il Time quando intitola “Indiana Jones Is Dead. Long Live Gabriel Hunt” la lunga intervista ad Ardai sulla genesi ed il futuro del personaggio.

Parliamoci chiaro – questa non è grande letteratura.
I personaggi sono di cartone, la trama si regge sul ritmo e sul succedersi degli eventi, sulla classica formula di Lester Dent per il buon thriller.
Rispetto al precedente Well of Eternity, praticamente un giro di prova, Cradle of Fear propone lo stesso inarrestabile globetrotting, le località esotiche (Ungheria, New York, Egitto, Grecia…), la bella in pericolo, il succedersi di minacce progressivamente più letali e inesorabili, l’antico mistero…
Charles Ardai (è lui questa volta che si maschera dietro lo pseudonimo di Gabriel Hunt) è la mente dietro al franchise, e quindi si prende più spazio per approfondire un minimo la backstory.
Nelle sue mani Hunt è un po’ meno bidimensionale, un po’ più simpatico.

Questa dicevamo, non è letteratura.
È puro intrattenimento.
E se qualcuno osserverà che non si tratta certo di Proust, ha perfettamente ragione. Ma non c’è scritto Proust sulla copertina.
Volumi sgargianti e veramente tascabili, fatti per essere letti in treno, in tram, o cacciati in una tasca dello zaino andando a fare una scampagnata.
Leggeri nel formato fisico e nel contenuto.
Ma non disattendono assolutamente il contratto col lettore – li avete acquistati perché volevate azione e intrattenimento.
Azione e intrattenimento vi vengono forniti.
A carriolate.

Ciò che rimane altamente didattico – ma a posteriori – è lo straordinario livello mantenuto dai moderni perpetratori di pulp anglosassoni, nonostante la formula e tutte le sue implicite restrizioni, in termini di qualità e freschezza.
L’impressione è che – a parità di pseudonimi e serialità a cottimo – gli anglosassoni non si vergognino affatto, al contrario delle loro controparti nostrane, di scrivere narrativa d’intrattenimento.
Non hanno perciò, né la necessità di flettere improbabili muscoli accademici, né la tentazione di cedere al pattume per “dare alla gente ciò che la gente vuole” che normalmente rendono stridenti le offerte avventurose dei nostri connazionali.

È possibile scrivere pulp e salvare la propria dignità – e rispettare il pubblico.

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