strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


3 commenti

Sul mare e nel tempo con Eddie Vega

A volte bisogna leggere qualcosa di diverso.
Per cambiare marcia, per vedere cosa succede nel resto dell’universo, per non ridursi come quelle orride larve che scrivono un determinato genere, malissimo, perché hanno solo letto quel determinato genere, e senza comunque scendere in profondità.
E poi che diavolo, al mondo esistono solo due generi – i buoni romanzi, e i cattivi romanzi.
E leggere dei buoni romanzi, scritti da buoni autori, è sempre un’occasione per imparare.
E divertirsi.

Quindi, perché non leggere qualcosa di diverso?
L’opportunità arriva per le feste con un regalo di Natale*, un romanzo atipico di un autore che finora conoscevo principalmente come editor.

eddievegaEddie Vega è un narratore e poeta di origine cubana con una lunga gavetta e una vasta esperienza come editor (ha fatto anche il Marine, e immagino che l’esperienza di combattimento lo abbia aiutato nel campo dell’editing).
Per quel che mi riguarda, lo conosco e lo ammiro come editor e motore della rivista Noir Nation, della quale ho parlato in passato.
È quindi una bella opportunità poter leggere un suo romanzo, e scoprire un’altro suo aspetto, un altro suo ruolo**.

Awake Now, Sailor si avvia in maniera semplice, quasi banale.
Ha un che di neorealistico, e una forte carica ironica – il che ci spiazza, perché ben presto i registri cambiano, e una forma molto… hmmm, “cubana”, di fantastico (o lo dobbiamo chiamare “realismo magico”?) si insinua nella trama.
Il cambio di marcia, il mix di generi e atmosfere non stride affatto – ed è un primo segno che siamo in compagnia di un narratore di razza.

Ma la storia?, mi direte voi…

6284747719_f31ef613afCass Loyola è un poeta.
La sua vita è squallida, i suoi amici dell’università pretenziosi, la sua vita sentimentale un campo di battaglia, le sue prospettive di pubblicazione scarse.
Tutto, attorno a lui, sembra destinato a incepparsi.
I suoi ideali collidono con le necessità quotidiane, le sue aspirazioni artistiche con l’establishment letterario.
Poi, a fronte di uno sfratto, un posto di lavoro ingrato, come autista di taxi sul turno di notte, gli dischiude come per magia una finestra sulla verità – la verità sui suoi amici, sui suoi conoscenti, sulla poesia e sulla narrativa.
Su se stesso.
Su cosa possa significare scrivere.

Vega ha uno stile studiatamente diretto, che gli permette di creare scene folgoranti e capitoli più lunghi e intricati.
La narrazione è infarcita di poesie, di personaggi memorabili (il barbone che gestisce un suo piccolo mercatino di libri usati per mantenersi, la sessualmente insaziabile moglie di un banchiere, costui un individuo di una grettezza disumana), di situazioni paradossali, e intanto crea un mondo, con appena un accenno ad un elemento che non è propriamente fantastico, ma che non è neanche realistico.

Riuscirà Cass Loyola a rimettere ordine nella propria vita, a sfuggire alla strega (e rilegatrice) incontrata a Cardiff, e a crescere, umanamente e artisticamente?
La curiosità ci acchiappa dalle prime pagine, e ci trascina fino alla fine.
A volte le scelte del protagonista ci fanno urlare per la frustrazione, in altri momenti ilcontrollo della prosa di Vega è tale da lasciarci sconcertati come l’esibizione di un grande giocoliere.

Almeno un recensore ha paragonato lo stile di Eddie Vega in questo romanzo al lavoro del grande J.P. Donleavy***.
E si ravvisano in effetti delle somiglianze – e questo è un complimento non da poco, per quel che mi riguarda, ma ampiamente meritato in questo caso.

Un gran bel romanzo, insomma, che mi ha fatto chiudere bene il 2012 ed aprire il 2013 in maniera più che soddisfacente e stimolante.
E sì, ci sono anche dei pirati.
Cosa si può volere, di più?

È bello avere delle amiche che ti regalano dei gran libri.

—————————-

* il primo di parecchi, in effetti.
E ci saranno parecchi post, nei prossimi giorni.

** facendo una ricerca in rete, scopro che Eddie Vega è anche il fondatore della Vegawire Media, che produce ebook, didattica e nuovi media.
E che ha un catalogo che mi pare molto molto interessante.

*** non ne abbiamo mai parlato, vero, di Donleavy?
Ah, chissà dove ho la testa… dovremo porci rimedio.


7 commenti

Il vuoto

Sto leggendo un libro in inglese di poesie giapponesi (e non solo), curato da un italiano per un editore americano, illustrato da un francese e stampato in Cina.
Acquistato da un rivenditore tedesco.
Usato.

Per uno dei miei strani vezzi* io di solito se posso i miei libri sullo zen (e anche sul taoismo) me li procuro in cartaceo e di seconda mano.
Si tratta non solo di una scelta dettata dalla parsimonia**, ma anche di una scelta estetica.
O forse, chissà, ideologica.

Il libro usato – spesso molto usato – ha una personalità che è legata al suo precedente utilizzatore.
Esistono diversi segni, che marchiano e caratterizzano il libro usato.

Ci sono gli spigoli ammaccati, tanto per cominciare, segno che il libro è stato portato in borsa, o magari lasciato cascare.
C’è la carta più o meno ingiallita, i margini delle pagine color tabacco.
Ci sono i timbri delle biblioteche, talvolta una solitaria scheda di prestito che ci rivela quanto popolare fosse il volume che stiamo maneggiando.
Le biblioteche hanno anche l’abitudine di plastificare la copertina.
I paperback hanno le copertine piegate e tumefatte.

E poi ci sono le sottolineature, e le annotazioni.
I nomi segnati in prima pagina.
La mia guida alla creazione di corsi online è appartenuta ad una signora che ora insegna Scienze della Comunicazione a Londra.
La mia guida a come crearsi una carriera di successo è appartenuta ad una giovane donna che oggi è una stimata fotografa.
Ed ho un manuale di scrittura (molto quotato, ma che a me piace poco), che ha nei risguardi le annotazioni del budget settimanale del precedente proprietario – quanto spendere per gli extra, le spese fisse, il mangiare. Per sei-otto mesi.

Se ne ricava un’idea di continuità, di vitalità e di azione del messaggio contenuto del volume, che mi piace – e che considero una specie di bonus per i testi sullo zen e sul taoismo.

Poi, qualcuno mi fa notare, acquistare i libri di seconda mano, a un centesimo, in mercati improbabili, è così poco di classe.

Se non posso permettermeli nuovi, non li compro.

Sottintendendo, ovviamente, che può permetterseli.
A differenza di noi straccioni che li cerchiamo usati, usatissimi.
Un tentativo a buon mercato di fare dello snobismo, di sentirsi superiori, di affermare

Spendo, quindi esisto.

Piuttosto triste.
Piuttosto vuoto.
Non il vuoto creativo dello zen, tuttavia.
Un vuoto che urla, e che tenta disperatamente di riempirsi di qualcosa.
Di qualsiasi cosa.
—————————————–
* Con la vecchiaia si diventa eccentrici.
** Che pure è una componente innegabile.


11 commenti

Giornata della Poesia?!

È la giornata mondiale della poesia!
Diamine, a momenti mi sfuggiva.

Ed a questo punto, le sfide sono due…
. fare un post sulla poesia, che non è esattamente il mio genere di cosa
. fare un post sulla poesia in meno di trenta minuti, che poi mi parte il treno

Ma mi piacciono le sfide.

Prima osservazione.
A scuola non ci insegnano a capire il senso della poesia.
Ovvero, perché sti tizi continuano ad andare a capo a casaccio, a metterci parole in rima e alla fine non si capisce esattamente di cosa parlano?
Sì, ok, ispirazione, sentimenti, afflato lirico…

Mettiamo giù un paio di osservazioni di base.
Originariamente, la poesia aveva la struttura in versi e rimata
a . perché era un’ottima stampella per l’autore, che poteva dare un ritmo al proprio testo
b . perché era un’ottima stampella per il pubblico, che poteva mandare a memoria più facilmente il testo.(*)

… e poi naturalmente è un testo condensato, che usa trucchi ed espedienti per trasmettere il massimo del segnale col minimo di ampiezza di banda.

Il che significa naturalmente che potete mettere in versi quel che vi pare, ed è solo una strana ed infelice concomitanza di fatti quella per cui alla fine le poesie le associamo a sdilinquimenti bassamente sentimentali o a deliri spirituali dalla natura molto dubbia.
Però non è detto che debba per forza essere così. Continua a leggere


2 commenti

John Donne

https://i1.wp.com/www.liberonweb.com/images/books/8817016209.jpgStamani sono passato in libreria.
Annidato su uno scaffale mi aspettava in agguato un libriccino piccolo ma massiccio, una di quelle edizioni BUR che sanno tanto di biblioteca tardo-rinascimentale – tascabili ma spessi, con le pagine stampate su carta riciclata e copertine di cartone color seppia.
Sono libri che paiono affini ai porcospini – tozzi, irsuti, capaci di chiudersi su se stessi contenendo una sintesi del mondo.
Era lì che mi aspettava, per accaparrarsi gli ultimi polverosi contenuti del mio portafogli, ma io mi sono trattenuto.
E non perché il volume non fosse tentatore, ma perché posseggo già diverse copie del suo contenuto, e quindi, in nome della parsimonia e della conservazione dello spazio nella mia biblioteca, per questa volta ho passato.
Il volume in questione è la raccolta delle poesie complete di John Donne.

Credo di aver cominciato a frequentare John Donne attorno al 1990, e dopo quasi vent’anni rimane uno dei pochi poeti che io legga con una certa frequenza o assiduità.
La forma poetica richiede un genere di disciplina e di approccio alla scrittura verso il quale non ho grande affinità – ma la poesia di Donne è un’altra cosa.
Wikipedia me lo scheda come poeta metafisico – e posso anche starci.http://diyscholar.files.wordpress.com/2008/01/johndonne.jpg
Io lo apprezzo soprattutto per il suo carattere dubbioso – sospeso com’è fra l’Inghlterra anglicana di Elisabetta, con tutte le sue passioni molto terrene, e la fede cattolica dichiarata e vissuta con non pochi tormenti.
E poi per l’umorismo, per il gusto del paradosso, per la cattiveria insita in certi versi, per l’estrema umanità delle sue esternazioni spirituali.
Predicatore e libertino, John Donne è estremamente moderno, a modo suo.

John Donne non è roba per i deboli di cuore, direbbero gli anglofoni, e non sorprende che sia stato apprezzato appieno solo col ventesimo secolo.

Ed ancora più interessanti, per certi versi, dei suoi versi, sono i sermoni e le altre opere di natura filosofica e religiosa.
A cominciare dal geniale, fin dal titolo, Devozioni per Occasioni di Emergenza – una raccolta di riflessioni, invocazioni a Dio e preghiere legate al tema della malattia.

Osservo il medico, con la stessa diligenza con cui lui la malattia; vedo che ha paura, ed ho paura con lui: lo sorpasso, lo supero nella sua paura, vado tanto più veloce, perché rallenta il passo; ho tanta più paura, perché nasconde la sua paura, e lo vedo con tanta più chiarezza, perché non vorrebbe che lo vedessi.

Roba tosta.
Provate a leggerlo la prossima volta che starete male – o che qualcuno accanto a voi sta male.

Come dunque abbiamo bisogno del sonno per vivere tutti i nostri settanta anni, così abbiamo bisogno della morte, per vivere quella vita alla quale non ci è dato di sopravvivere. E a quel modo in cui, essendo la morte nostra nemica, Dio ci consente difesa contro di essa (poiché noi ci alimentiamo contro la morte due volte al giorno), tante quante mangiamo, così avendoci Dio reso la morte tanto dolce quant’essa lo è nel sonno, noi ci consegnamo nelle mani del nostro nemico una volta al giorno; per quel tanto per cui il sonno è morte, quanto il cibo è vita.

Il che mi ricorda…
La prossima volta che – in buona o in cattiva salute – sarete ammorbati da infiniti sciocchi che dibattono sulla liceità di preservare la vita o sospenderla, o mettervi fine, e se sia giusto, e quando, e in quale misura, e ad opera di chi e su quale autorità, provate a procurarvi una copia del Biathanathos – (Illustrazione del paradosso o tesi, che l’omicidio di sé stesso non è così essenzialmente colpa, da non poter mai non esser tale).
Non è una lettura facile – anche nelle edizioni che utilizzano la grafia contemporanea anziché l’elisabettiana – ma un trattato che riesca a sostenere che il suicidio non è peccato per il Cristianesimo meriterebbe una approfondita disamina da parte di certi nostri ipertrofici legislatori.
Leggere Donne prima di mettere mano alla costituzione, per dire.

Ma certa gente, probabilmente, pensa che Donne sia il titolo di una rivista di moda.