strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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L’odore dei soldi

… no, non è tutto ciò in cui posso sperare dopo le scene patetiche allestite dai presidi di facoltà nell’ateneo torinese.

Mentre quella faccenda rimane in sospeso (sospeso di cassa?), mi sono intrattenuto ed informato con un lungo articolo pubblicato dal The Atlantic (non esattamente una rivista di sinistra), opera di Simon Johnson che, date le credenziali…

a professor at MIT’s Sloan School of Management, was the chief economist at the International Monetary Fund during 2007 and 2008

… non pare esattamente un emulo di Che Guevara o di Fidel Castro.

L’analisi sulle crisi economiche che hanno investito le nazioni negli ultimi quindici anni è impietosa e, onore al merito, leggibilissima.

In its depth and suddenness, the U.S. economic and financial crisis is shockingly reminiscent of moments we have recently seen in emerging markets (and only in emerging markets): South Korea (1997), Malaysia (1998), Russia and Argentina (time and again). In each of those cases, global investors, afraid that the country or its financial sector wouldn’t be able to pay off mountainous debt, suddenly stopped lending. And in each case, that fear became self-fulfilling, as banks that couldn’t roll over their debt did, in fact, become unable to pay.

Pur concentrandosi sugli eventi americani, l’articolo mette in luce alcuni punti sui quali varrebbe la pena di riflettere.
In primo luogo – dove sono i responsabili?

In a primitive political system, power is transmitted through violence, or the threat of violence: military coups, private militias, and so on. In a less primitive system more typical of emerging markets, power is transmitted via money: bribes, kickbacks, and offshore bank accounts. […]

American financial industry gained political power by amassing a kind of cultural capital—a belief system. Once, perhaps, what was good for General Motors was good for the country. Over the past decade, the attitude took hold that what was good for Wall Street was good for the country. […]

One channel of influence was, of course, the flow of individuals between Wall Street and Washington.

Già.
Industriali che si danno alla politica, politici che sono anche consulenti altamente retribuiti di aziende.
Suona familiare?

From this confluence of campaign finance, personal connections, and ideology there flowed, in just the past decade, a river of deregulatory policies that is, in hindsight, astonishing

Già.
Ma allora, perché non andare a prendere i responsabili e fargliela (letteralmente) pagare?

Big banks, it seems, have only gained political strength since the crisis began. And this is not surprising. With the financial system so fragile, the damage that a major bank failure could cause […] is much greater than it would be during ordinary times. The banks have been exploiting this fear as they wring favorable deals out of Washington. Bank of America obtained its second bailout package (in January) after warning the government that it might not be able to go through with the acquisition of Merrill Lynch, a prospect that Treasury did not want to consider.

Chi ha causato il crash ora viene ricattato dai suoi complici.
Perché se le banche chiudono, è il ’29 tutto da capo.
Paura.

Articolo estremamente interessante, che getta un po’ di luce sulle pareti del tunnel lungo il quale stiamo viaggiando alla massima velocità possibile.
 

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Se i matti gestissero il manicomio

È estate, stagione torpida e scarsamente produttiva.
Pochi frequentatori del mio blog, pochi argomenti di cui parlare.
Quindi, quando il mio assido Celio Vibenna mi provoca con un articolo da commentare, beh, mi dico, perché no?
Facciamo pezzi a richiesta?
Si, facciamo pezzia richiesta, purché siano facili.

Intitolato Tagliare i rami secchi, l’articolo in questione compare sul sito Turin D@ms Review – che pare il titolo di un giornale diretto da J. Jona Jameson nei fumetti Marvel, ma sorvoliamo.
Si tratta del DAMS, dopotutto.
Argomento del pezzo, naturalmente, le nuove eccezionali politiche universitarie del nostro beneamato governo.
In breve:

. assunzione di un nuovo docente per ogni cinque ritirati o pensionati
. tagli ai fondi per dottorandi e ricercatori
. spinta implicita alla privatizzazione degli atenei
. rimozione delle piccole università locali
. una (dubbia) politica che favorisca il rientro dei cervelli fuggiti

Più o meno il programma per l’università e la ricerca che avrebbe potuto scrivere Attila l’Unno, insomma – un paesaggio desolante che ha già causato un terremoto nell’ambito dei docenti a contratto (che d’improvviso hanno scoperto di non esserlo più) e che promette di lasciarci a gravitare da qualche parte fra il duecentoventesimo ed il duiecentotrentesimo posto nella classifica delle nazioni relativa all’istruzione superiore.

Un paio di gravi pecche marcano l’articolo del Turin D@ms Review.
In primis, l’affermazione…

Concentriamoci su un fatto strano: di fronte a tanta brutalità non c’è stata la levata di scudi (se non proprio l’insurrezione) che sarebbe stato normale attendersi.

… è smentita dai fatti – si veda il comunicato stampa del Senato Accademico dell’Università di Bari

In secondo luogo, e molto più grave, il redattore dell’articolo rimane drammaticamente chiuso dentro la scatola del sistema statale e universitario italiano, per cui alla constatazione di un orrido malcostume si affianca la rassegnata convinzione che non vi siano alternative, che in fondo sarà meno peggio di quel che si teme, e quindi in qualche maniera ce la caveremo.
Chi non desidererebbe una opposizione fermamente convinta non solo della propria impotenza, ma della basilare ammissibilità dei metodi degli avversari?
Chi non vorrebbe degli oppositori che dicono “tanto poi fai come ti pare e a me non interessa perché comunque una scappatoia la trovo”?
E tutti quelli che le scappatoie non le cercano?

Meglio quindi il breve comunicato dell’Università di Bari, o le moltre altre rimostranze reperibili in rete.

Per il resto È ora di accettare il dato di fatto che l’educazione superiore nel nostro paese, un tempo patrimonio di una elite, sta per tornare ad essere patrimonio di una elite.
Anziché avvantaggiare gli elementi migliori, coltivandone l’entusiasmo e la preparazione, si limitano le opzioni, vendute poi a caro prezzo, ed in generale si delegittima la preparazione universitaria al di fuori di certi precisi circoli chiusi.
E tutti quelli che dovrebbero protestare, stanno con gli occhi chiusi e le dita incrociate, immobili e silenziosi, nella speranza che la falce statale mieta i loro colleghi e non loro.

L’unica nota positiva del piano governativo potrebbe essere la privatizzazione degli atenei, con la loro trasformazione in fondazioni.
Certo, questo ci lascia col sospetto che ci siano già pronti i rappresentanti di vasti interessi privati, con una ventiquattr’ore piena di banconote ed una lista delle materie che restano in programma e delle materie che se ne vanno.
È orribile, ma molto molto probabile.
La possibilità tuttavia esiste per strutture come il mio vecchio Birkbeck College – fondato da insegnanti per amore dell’insegnamento – o per qualcosa di ancora più radicale: se in fondo è solo una questione di soldi, non sarebbe straordinario, un ateneo di proprietà degli studenti?

[immagine da MorgueFile]


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Gli oggetti nello specchietto retrovisore…

… possono apparire più vicini di quanto siano.

È una canzone di Jim Steinman, resa popolare da Meat Loaf.
Una delle migliori dell’accoppiata.
Qui vi beccate anche il video.

//www.fantasticfiction.co.uk/images/n0/n490.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Ma questo post non prende le mosse dalle parole di Jim Steinman, bensì da quelle di Massimo Citi (che novità, eh?)

Ho letto Foster mentre ero all’università. Facevo politica attivamente,
all’epoca. E leggevo un sacco di sf. Senza dirlo troppo in giro perché
leggere fantascienza nella sinistra (da ieri ritornata)
extraparlamentare non era considerato molto serio né politicamente
corretto. Si aveva da leggere storie di lotte di popolo e di riscatto
del proletariato oppresso.
Sospetto che questo genere di stupidità sia una delle ragioni del fallimento della sinistra italiana. O no?

Il Foster citato è Michael A. Foster, abile costruttore di space opera, autore del ciclo dei Ler (leggetelo! È uscito in omnibus nel 2006), sorta di anello di congiunzione fra, diciamo, Herbert e Banks, che meriterebbe un discorso a parte (magari la prossima puntata di Storia Naturale del Fantastico?)
Quindi, avrete capito, non intendo neanche parlare di Foster.

Il fatto interessante che ha fatto squillare i miei campanelli d’allarme è stato, nella frase di Citi appena citata (si, lo ammetto, sono un mucchio di risate… grazie, grazie), il riferimento alla politicia.

Non era né serio né politicamente corretto leggere fantascienza nella sinistra extraparlamentare.

Mi permetto di immaginare che non fosse considerato serio o politicamente corretto neanche nella destra extraparlamentare.

Né in qualsiasi altro gruppo politico.

O in qualsiasi altro ambito – a parte, forse, i circoli di fantascienza.
E lì comunque dovevate leggere una certa fantascienza.

La cosa mi incuriosisce, perché uno dei tratti più interessanti della fantascienza matura è il suo aspetto politico.
Sorvoliamo su Robert Heinlein che scrive il Manuale di Democrazia per Cittadini Preoccupati – ho detto fantascienza matura.
Immaginando società future, la fantascienza deve necessariamente immaginare interazioni sociali epolitiche adatte al futuro che descrive.
Nuove.
O vecchie ma in nuovi contesti.
Nella sua forma matura un romanzo di fantascienza costituisce un interessante esperimento di futuro possibile, la simulazione di una società a venire.

Perché non approfittare di questo patrimonio di dati?

Negli ultimi anni, la fantascienza europea si è caratterizzata per un taglio politico vivace e tutt’altro che banale – penso a Ian Banks, a Ken MacLeod, a China Mieville…
Ma era già politico il vecchio Moorcock, era politico Ballard.
Pierre Boulle (così non cito solo britanni) è radicalmente politico (e geniale) quando scrive Il Pianeta delle Scimmie. Che (nella versione originale col compianto Charlton Heston) è un film politico.
Considerate cosa sostiene e l’anno in cui è uscito…

E pochi anni addietro proprio un politico britannico ha esortato entrambi i partiti a “procurarsi un po’ di lettori di fantascienza”, come aiuto ad affrontare il nuovo millennio.

Quanto segue è stralciato da una intervista a Ken MacLeod

UK citizens, especially the young, seem to be increasingly disinterested in (and mistrustful of) politics as a system (as well as politicians as individuals). Why do you think this is so?

“TINA – There Is No Alternative. The major parties agree on the major issues, and even where they don’t, they compete for the swing voter and the centre ground. The political arguments we referred to a moment ago, about capitalism, the free market, and socialism, are dead. Dead partly in the same sense as Nietzsche’s ‘God is dead’, and dead partly in the sense of ‘dead as disco’. As for mass movement protest politics, the banners of the last two big mobilizations were: Stop the War, and Make Poverty History. Some disillusionment was inevitable.”

Ve lo immaginate Vespa che intervista Vittorio Catani o Lino Aldani per farsi spiegare i risultati delle recenti elezioni?
E sì che entrambi sarebbero probabilmente in grado di dargli degli spunti infinitamente più originali e seri di qualsiasi opinionista standard.
Però scrivono SF, e quindi non sono seri.

E qui viene una considerazione opposta ma ovvia.
I politici dovrebbero essere interessati alla fantascienza.
Poiché se il loro compito è stare al timone del paese mentre questo affronta quel mare sconosciuto che è il futuro, nella fantascienza migliore troverebbero probabilmente delle mappe utili.
Ma aparte Cofferati che era un fan di Philip Dick, non mi risultano altre frequentazioni fantascientifiche.
Leggono tutti i classici – o così dicono (ne dubito, visti i congiuntivi spesso ammazzati senza pietà).
Perché dire che si leggono i classici dà una certa aplomb, una certaimmagine di raffinata cultura.

Ma, ribadiamolo, non è solo un problema della politica.
È un problema di cultura.
La nostra cultura ha sempre più paura del futuro, ha sempre più nostalgia dei bei vecchi tempi, quando bastava avere un po’ di pazienza ed un eroe si sarebbe manifestato a risolvere tutto.
Non sorprende che sia un buon momento per un certo fantasy di dozzina.

Ma in realtà è tutto un guardare il mondo attraverso lo specchietto retrovisore di Jim Steinman, e gli oggetti che vi vediamo sembrano più vicini di quanto non siano.

La vita è un’altra cosa.
Non solo, come diceva una vecchia pubblicità (della Nike?) non è uno sport da spettatori.
La vita si svolgerà tutta nel futuro.

Forse sarebbe il caso di cominciare a informarsi….


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Un passo indietro in Giappone

Tramite TechDirt veniamo a sapere che non è tutto oro quel che riluce nel Paese del Sol Levante.
La nazione più tecnologicamente avanzata del pianeta, sede dimolti interessanti esperimenti sulla deregulation dell’accesso all’informazione ed alla comunicazione, si appresta infatti a dare un bel giro di vite alle libertà civili su Internet.
E non solo
Il tutto, grazie ad un semplice giochino testuale nella revisione della Legge sulle Telecomunicazioni…

The law was intended to regulate broadcast content, but by adding in the phrase “open communication” it will now also include just about any public information put on the web, including newsgroups, bulletin boards and blogs. Once that’s in place, the Japanese government will then be able to go after any content it finds “harmful,” which seems rather loosely defined itself.

Insomma, una legge che permette al governo nipponico di censurare o “correggere” (questa suona un po’ orwelliana) contenuti on-line con un minimo di motivazione formale, e perseguire legalmente chiunque diffonda tali contenuti.

Ma non è tutto…

The second change would push mobile phone operators to put in place various filters to block “harmful” content from minors — though, again that definition of harmful is loosely described.

Già – i fornitori di servizi telefonici potrebbero essere spinti per legge a inserire filtri sulle linee che blocchino contenuti dannosi per i minori.
Ma ciò che non funziona, come sempre, è che la definizione di “dannoso” rimane aperta.

Saranno cavoli amari naturalmente anche per il file sharing (di qualsivoglia natura) e per ilconcetto di open source/open content.

Un dettagliato rapporto sulla situazione attuale e sui suoi possibili sviluppi è fornito dal blog Gyaku.
Fortunatamente in Inglese.

Per combattere l’irrigidimento del sistema, si è intanto formato in Giappone un movimento spontaneo (ma molto ben organizzato) – il MIAU.
Il loro sito è tutto in Giapponese ma anche solo per il logo vale la pena di visitarlo.

Intanto i laburisti Australiani stanno preparando qualcosa di molto simile nella Terra Giù di Sotto, e che – secondo alcune fonti attendibili – potrebbe segnare la fine della collaborazione scientifica fra accademici australiani e resto del mondo.

Non male, eh?
Siamo nel 2008 da nemmeno una settimana, e già c’è gente che spinge per rimandarci nel 1700…


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I quattordici tratti del totalitarismo

Riprendo dal sito di David Brin una ricerca su quelli che sono stati identificati come i quattordici tratti caratteristici di un governo totalitario da uno studio condotto dal Dr. Lawrence Britt.
Come osserva Brin, vanno discussi a fondo, e contengono delle ovvie sovrasemplificazioni, ma sono in effetti un interessante punto di partenza.

Cosa?
Io fare un post politico?

Noooo.
Offro qui i quattordici punti come ispirazione per chi volesse scrivere unastoria che abbia per scenario una società totalitaria.

  1. Nazionalismo potente e continuativo – unsacco di motti, slogan, simboli, canzoni e altro ciarpame. Molte bandiere in vista.
  2. Disdegno per i diritti umani – perché il nemico è potente e la sicurezza viene prima di tutto, i diritti si possono ignorare o “momentaneamente sospendere”. Tortura, esecuzioni somarie, assassinio… la gente li ignora, o guarda dall’altra parte
  3. Identificazione di Nemici o Capri Espiatorrii come Causa Unficante – di solito su base razziale o etnica.
  4. Predominio delle Forze Armate – Più fondi per operazioni militari. L’operato delle forze dell’ordine viene ammantato di un senso di fascino.
  5. Sessismo rampante – la leadership è a dominanza maschile, dopotutto. Enfatizzati i ruoli tradizionali, lo stato è guardiano dell’integrità dellafamiglia.
  6. Controllo dei media – o direttamente da parte del governo, o attraverso regole imposte dal governo. Pratica comune la censura.
  7. Ossessione per la Sicurezza Nazionale – la paura sata come strumento motivazionale
  8. Forte integrazione di Governo e Religione – la rteligione dominante viene usata come strumento per manipolare l’opinione pubblica. Il governo adotta la retoricareligiosa.
  9. Il Potere Corporativo è protetto – il governo è di solito appoggiato dagli industriali, che tendono a creare una mutua relazione di scambi di favori fra politica e industria.
  10. Soppressione dei poteri della Forza Lavoro – i sindacati sono soppressi o limitati.
  11. Disdegno per gli Intellettuali e le Arti – attaccata la libera espressione. Aperta ostilità verso l’educazione superiore e le istituzioni accademiche.
  12. Ossessione per Crimine e Pena – accresciuti i poteri della polizia, i cui abusi sono ignorati o minimizzati.
  13. Corruzione e Nepotismo Rampanti – il governo è composto di amici e parenti che si scambiano incarichi ed usano ilpotere del governoper proteggere i propri amici da acuse e giudizi esterni. Non è insolito che i leader si appropriino di vaste porzioni del patrimonio nazionale.
  14. Brogli Elettorali – elezioni fasulle, oppure elezioni legittime ma manipolate da campagne stampa denigratorie, uso delle leggi per limitare l’accesso ai seggi o alle cariche, manipolazione dei media, utilizzo del potere giudiziario per manipolare o controllare le elezioni.

Non male eh?

Tiratevi su con questa

http://www.youtube.com/watch?v=pv3km20JH0U

Ma non smettete di pensare.