strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La vendetta del Leprotto Prussiano

Quando, mi pare al secondo anno di università, feci notare che molti corsi erano clamorosamente carenti dal punto di vista didattico… che certi docenti insomma, pur essendo certamente professionisti eccelsi e molto preparati, non erano capaci ad insegnare, un compagno di corso sussiegoso mi spiegò che il docente universitario non deve insegnare.
Se tu sei iscritto a quel corso, la materia ti interessa e quindi dovresti essertela già studiata da solo – il docente deve solo darti delle linee guida e verificare il tuo percorso e alla fine, con un esame che dovrebbe essere una formalità, accertare la tua conformità al  programma.

Idiozie, naturalmente*.

Però mi son tornate in mente con il discorso sulla scuola e l’immaginazione.
La “troppa immaginazione”.
Seconda portata del pork chop express – perché noi valiamo. Continua a leggere


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Il caso del leprotto prussiano

Tutto comincia da un leprotto prussiano.
Beh, io assumo che sia prussiano, perché si chiama Otto.
Otto è un nome prussiano.
E questo è un pork chop express.

yaratc4b1cc4b1lc4b1k-resim-3Il fatto è che la mia vicina di cella laClarina ha appena fatto un gran bel post sulla scuola, e sull’immaginazione, e su come il povero Otto il Leprotto sia stato scacciato da una classe, in una scuola, per il semplice fatto che… beh, che è immaginario.

La scuola ha un problema, con l’immaginazione.
Potrei dire la scuola italiana – in fondo è quella che conosco meglio – ma se devo credere a personaggi piuttosto affidabili, le cose marcano male anche nel resto del mondo.
La scuola ha un problema con l’immaginazione.
Perché?

Io di solito la cosa me la spiego col fatto che l’immaginazione è difficilmente incasellabile e classificabile, non ci si fanno sopra dei programmi ministeriali, non si possono assegnare venti pagine di immaginazione da leggere e imparare a memoria per lunedì.
Ma è tutto qui? Continua a leggere


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Taglie Forti

Oggi improvviso di getto un pezzo un po’ anomalo, che in un certo senso è legato alla scrittura, anche se useremo la scrittura come punto di partenza e di arrivo, e nel frattempo faremo un giro maledettamente tangenziale.
Diciamo che questo è un pork chop express improvvisato.

redheadE sì, mi sono accorto che c’è una rossa piccante in negligé qui di fianco.
Non fatevi distrarre, ora ne parliamo.

La rete è straordinariamente utile, per chi scrive, per un sacco, ma davvero un sacco di cose.
Una di queste è la documentazione visiva – vi serve sapere com’è il soffitto dell’ingresso del Taj Mahal? I colori dell’uniforme della banda d’ottoni dell’Università di Adelaide? Non avete esattamente idea di come sia fatto un pranga o di che colore sia la pelliccia del tarsio?
Una bella ricerca per immagini, ed è fatta.

Allo stesso modo potete documentare dei personaggi – trovare immagini di persone in abiti d’epoca, immagini di pettinature e accessori. Trovare facce, corpi, pettinature, stili.

Meraviglioso.
Ma c’è un MA…

Ora, cosa c’entra la rossa*?
La rossa c’entra perché la rossa qui di fianco è ciò che Google mi restituisce se io cerco l’immagine di una donna grassa.
L’ho trovata cercando “taglie forti”, per la precisione**.

Il che, naturalmente significa che là fuori c’è gente molto malata, malata nella testa, e che il loro modo di pensare sta deragliando il nostro modo di percepire la realtà.

Ma tutto questo diventa ancora meglio – in senso quantomai lato – quando riflettete sul fatto che io l’altra sera, per documentare un personaggio che mi piacerebbe scrivere, stavo cercando l’immagine di un uomo grasso.
Un tipo “alla maniera di Falstaff” ma giovane, magari in abiti ottocenteschi.
Sì, lo so, potrei cercare immagini tratte da film, ce ne sono a dozzine, ma preferisco volti non riconoscibili, preferisco persone “normali”.
E poi cercando a casaccio, si trovano spesso non le cose che stavamo cercando, ma quelle che dovevamo trovare.

Beh, se trovare immagini di donne “grasse” è relativamente facile, e c’è una grande varietà – anche se si rischia di beccarsi donne grasse come la rossa qui sopra… beh, se cercate uomini grassi, marca veramente male.
La maggior parte sono individui straripanti al limite del grottesco, nudi, in posizioni imbarazzanti ed impegnati in attività esecrabili.
Se provate a seguire i link, troverete pagine e pagine di “simpatico umorismo” – non troppo diverso da quello che troverete sulle pagine che contengono immagini di donne giudicate “sovrappeso”.

È un orrore.
Ma non è il fatto che ci siano derelitti che ridono di chi è diverso, ciò che oggi mi interessa.
Ciò che mi interessa è la filtratura della realtà.

Tempo addietro feci un post sul fatto che tramite i soliti motori di ricerca in rete non si trovavano più volti femminili con delle oneste rughe d’espressione, non si trovavano foto di attrici di mezza età.
Per la forma del corpo delle persone, così come per il viso delle donne, viene implementato un filtro altrettanto drastico e altrettanto definitivo.

E questo è importante, se scrivete, perché, appunto, potreste usare la rete per cercare riferimenti visivi – e ottenere non solo una percezione distorta della realtà, ma anche una che contraddice e si disaccoppia drasticamente da quello che potete vedere guardando fuori dalla finestra.

E naturalmente, mi direte voi, ciò che è importante è ciò che c’è fuori dalla finestra.
Smettila di usare la rete e fatti una passeggiata.
La realtà è quella.
Ma ne siamo davvero sicuri?
Può esserlo per me, probabilmente anche per voi – ma se le persone ormai interrogano la rete per sapere come preparare la pasta aglio, olio e peperoncino, per acquistare una schiuma da barba, per farsi spiegare i film, per cercare libri da leggere e abiti da indossare…
Che immagine della realtà ricava?

E ciò che scriviamo, a quale versione della realtà deve conformarsi?

Sono domande pesanti, da associare ad una rossa piccante in negligé.

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* Che se non è la deliziosa Ann Margret le assomiglia davvero un sacco.

** Sì, lo so, ci avete provato e sono usciti risultati diversi.
Fatevi coraggio – è la magia del blogging.


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Identità

Post leggero – qualcos’altro arriverà nel pomeriggio.
Forse.
E se vogliamo, anche questo,sì, è un pork-chop express.

Riflettevo su quanto si sia polverizzata l’esperienza e la fruizione di Internet.
Il mio vecchio sito web è ormai abbandionato da anni.
Gestisco due blog, uno dei quali in inglese, e collaboro con altri.
E poi tutto il resto… social network, questo, quello…

Come non correre in aiuto di una signora in pericolo?

Come non correre in aiuto di una signora in pericolo?

Ora, proprio stanotte (la notte scorsa per la maggior parte di voi che mi leggete), sto dando una mano ad un’amica ad attrezzarsi per sbarcare a tempo pieno sul web, dopo alcuni intoppi – chiamiamoli così – con MSN e soprattutto dopo la debacle di un fornitore di spazi web gratuiti che improvvisamente ha venduto i propri server ad una misteriosa azienda (pakistana?) ed ha abbandonato tutti i suoi utenti, mandando a gambe all’aria siti web, account di posta, e quant’altro.
Proprio una bella esperienza, per una persona che ha già poca voglia di trafficare col web.
Che si fa in questi casi?
Lei per la mia complicità nel rimetterla online mi ha promesso un pagamento in natura*, e poiché io sono un gentiluomo, io mi sono fatto promettere un paio di guest post e una intervista.

Ma comunque la lista delle cose da fare è incredibile.

Dunque…

. nuovo blog (sperando di poter salvare qualcosa dal vecchio sito web statico), per chiacchierare, promuoversi, e in linea di massima restare online. Il blog come perno dell’intero sistema. Il che significa per il momento Blogspot, per quanto io lo detesti – però ci si può mettere adsense, ci si può caricare qualsiasi cosa.
. profilo facebook – perché ormai da lì tocca passare. L’idea di lasciarlo per ultimo non è stata buonissima – poiché attraverso FB potremmo accedere a un sacco di altri servizi, come ad esempio…
. l’account Pinterest – sul quale si sta divertendo come una pazza, quasi a conferma che, per qualche misterioso motivo, le donne preferiscono Pinterest.
. Twitter – perché chi non ha twitter di questi giorni?
. G+, per… boh, farci qualsiasi cosa si faccia su G+ (io onestamente G+ non lo capisco – lei dice che c’ha un sacco di amici, su G+…)
. e poi il lungo dibattito, tumbler sì, tumbler no…

C’è altro che ci siamo dimenticati?
YouTube?
Naaaa…

social-media-landscape

La nottata passata a smanettare è istruttiva su due livelli.
Il primo, come dicevo, sulla quantità di diversi canali attraverso i quali conduciamo la nostra esistenza online.
Usando con cura tutti questi strumenti, possiamo in effetti rifrangerci come attraverso un prisma – che è poi l’idea su cui stiamo lavorando stanotte, avere un centro coerente e tanti canali quali sono gli interessi e le attività.

Il secondo è come sia sufficiente un gestore di server corsaro per scomparire, quasi completamente dalla rete.
Quella nostra ampia e variata esistenza online è curiosamente effimera.
Forse, è proprio la frammentazione, la diversificazione, a permetterci di sperare di sopravvivere ad un banalissimo caso di cattiva amministrazione.

C’è di che pensare.
Ma al momento non c’è tempo.

Diamine!
. l’account di Goodreads! Sarà recuperabile, ora che indirizzi mail e account originali si sono volatilizzati?*

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* E voi subito a pensar male, vero?

** No, tocca rifarlo.


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Il blogger dai mille volti

 

k-20-legend-of-the-mask-cn-entertainmentFacciamo un piccolo pork chop express sui generis.

Una delle proprietà più preziose, per chi opera in rete, è l’identità.
Chi sono io.
E questo non solo perché alla nostra identità sono legati account di Facebook, conti di PayPal e liste della spesa su Amazon – e quindi un furto della nostra identità potrebberappresentare un danno sociale, o economico.
In maniera molto più semplice ed elementare, la nostra identità in rete è in fondo ciò che andiamo costruendo con ciascuna relazione virtuale, con ogni post, con ogni commento.

 

E non manca una certa componente di vanità, naturalmente.
Io non solo ho la presunzione di dire che chi viene su strategie evolutive si aspetta un mio post, ma ho anche la speranza che chiunque dovesse capitare su un mio post, altrove, sarebbe in grado di riconoscermi per la mia voce, per i temi che tratto e per come li tratto.

Insomma, c’è un sacco di roba in ballo – non ultima la solita questione della dignità del blogger, che dovrebbe poter postare a proprio nome, o con lo pseudonimo che gli pare, senza essere soggetto a strane dietrologie.
È quindi abbastanza spiacevole scoprire che la nostra identità online è a tal punto labile da portare alcuni surfisti a confonderci con altre persone – spesso persone che conosciamo, e conle quali mai e poi mai ci aspetteremmo di essere confusi.
A me è capitato questa settimana, quando è risultato palese che alcuni là fuori pensano che io sia (anche) Mr Giobblin, l’amministratore di Minuetto Express.
Ed io conosco naturalmente Minuetto Express, e conosco e stimo l’amministratore di quel blog, e certamente abbiamo parecchi interessi in comune.
Ma siamo due persone ben distinte – ed abbiamo davvero poco da spartire.
E siamo entrambi sorpresi dallo scambio, poiché entrambi ci crogiolavamo nell’illusione di avere uno stile così maledettamente unico da essere inconfondibili.

 

Eppure, che diamine, abbiamo stili piuttosto diversi.

 

Mentre Mr Giobblin  ed io ci dibattiamo nell’attuale crisi di identità – sono io ad assomigliare a lui, o è lui ad assomigliare a me? – inviterei i surfisti a non dare nulla per scontato.
E nel caso specifico, a porsi un paio di domande, del tipo…

 

. perché un blogger che gestisce un blog in cui parla, prevalentemente, di libri e più raramente di film, dovrebbe aprire un secondo blog, per parlare prevalentemente di libri e di film?* A che pro – per poter fare il doppio del lavoro e dimezzare le visite?
. perché un blogger dovrebbe indire un concorso per racconti, parteciparvi con una seconda identità, ed arrivare secondo, premiando se stesso di tasca propria?

 

OK essere deviati – e sa il cielo se la rete non sia zeppa di personaggi deviati che trascorrono lunghe ore a litigare con se stessi per “creare movimento” sui propri blog – ma sarebbe bello, una volta ogni tanto, vedersi far credito di uno straccio di dignità.

 

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* Vero, l’ho fatto – ma si tratta di due blog con focus diversi, in lingue diverse, e l’intera cosa è stata fatta alla luce del sole e senza strani sotterfugi o identità segrete.

 


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One for the road

Cominciamo con un effetto speciale – questo post, a tema lavorativo, esce in parallelo con il post di oggi di Alex Girola, su Plutonia Experiment, che vi invito a leggere.
Questo scambio di link è sulla fiducia – io credo che ciò che dirà Alex di là complementi quello che io dirò di qua, e viceversa.
 Anche se non abbiamo preso accordi di alcun genere, e non ci siamo letti vicendevolmente prima di scambiarci i link.
Vediamo se funziona.

Detto ciò, ci sono due libri all’origine di questo post.
Il primo, è uno dei migliori manuali per viaggiatori che io abbia mai letto, l’ha scritto un tale che si chiama Rolf Potts e si intitola Vagabonding.
Esiste sia in inglese che in italiano.
Illustra una filosofia di viaggio che è minimalista, responsabile, avventurosa, intelligente.
È vivamente consigliato, ed è propedeutico al contenuto di questo post.

Il secondo non è un libro, ma una serie di libri – i romanzi di Jack Reacher, scriti dall’inglese Lee Child.
Pubblicate anche in Italia, le storie di Reacher seguono le avventure di un ex militare – Jack Reacher appunto – durante i suoi vagabondaggi per gli Stati Uniti.
Si tratta di thriller polizieschi ben scritti, con un protagonista ultracompetente ma simpatico, azione frenetica, buone trame.
E quest’idea – che avendo un piccolo gruzzolo da parte, e nessun legame solido, sia possibile lasciarsi tutto alle spalle, partire a piedi in una certa direzione, ed andare avanti, così, per sempre.
Che è poi una variante del vecchio sistema di Travis McGee – godersi la pensione quando ancora si hanno le capacità fisiche ed intellettuali per farlo, in periodi di diporto interrotti da brevi, intense, dolorosamente necessarie pause lavorative.

OK, abbiamo messo giù bibliografia e base filosofica.
Passiamo all’ipotesi di lavoro – e se mollassi tutto e me ne andassi?
No, davvero!

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Scienza e Immaginazione

Ancora qualche parola sul pensare al futuro.
Io non volevo creare alcun meme, né lo voleva fare, ne sono certo, la persona che la settimana passata mi ha ispirato quel post su dieci futuri possibili, da qui a dieci anni.

Eppure ho ricevuto un sacco di feedback, ho letto un sacco di cose, ho visto in giro una quantità di post interessanti che riprendevano il mio tema, e pare che altri ne arriveranno.

Ottimisti.
Pessimisti.
Quelli che l’han buttata sul ridere.
Quelli che considerano tutto questo un’allegra scemata.

Eppure, a me pare, non è un’allegra scemata.
E mi dispiace, che qualcuno la veda proprio solo così.
Ed è proprio sulla base del feedback che mi viene quasi naturale scrivere questo post.
E qui parte il pork chop express.
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Power(Point) to the People!

Questo post avrei voluto scriverlo in inglese.
E poi spedirlo a Garr Reynolds.
Oh, non è detto che non lo faccia, ma per ora, restiamo fedeli alla lingua patria.

Pork chop express, quindi, a base di PowerPoint.

PowerPoint non è il meglio disponibile sulla piazza.
Si tratta di un buon pezzo di software, e di un utile strumento – ma niente di trascendentale.
PowerPoint, sostanzialmente, trasforma il nostro computer in un proiettore di diapositive, fornendoci anche le opzioni relative alla forma ed i contenuti di quelle diapositive – aggiungiamo testi, figure, animazioni.
Il fatto che le opzioni offerte siano scarse e bidimensionali è una triste verità – ma possiamo aggirare il problema.
Renderci conto delle autentiche potenzialità del mezzo, e sfruttarle in maniere nuove, e sorprendenti.

Nei giorni passati sono rimasto assolutamente sorpreso da un uso inaudito di PowerPoint.
La situazione – dotta conferenza.
Il relatore, di altissimo profilo, assalta i sensi e le convinzioni più radicate del pubblico con una sequenza di una ottantina di slide PowerPoint.
Fondo blu a gradiente.
Testo in bianco avorio.
Un 70% abbondante di immagini.
Non ho né l’intenzione né la capacità per valutare i contenuti – che tuttavia, viste le premesse, possiamo presumere eccellenti.
Non mi interessano, a questo punto, i contenuti.
Il mio interesse per l’intera faccenda, infatti, comincia solo dopo la presentazione.
Quando alcuni degli astanti chiedono di poter avere copia delle slide, a futuro riferimento.

Ora, ad una richiesta del genere, si potrebbe essere radicali – e rispondere di no.
Oppure si potrebbe essere banali – e lasciare una copia del file sul server locale, affinché possa venire scaricato dagli interessati.
Si potrebbe prendere la via dell’ingenuità, e far girare la chiavetta USB sulla quale è registrata la presentazione.
O dimostrare un’efficienza nipponica, ed avere pronte cinquanta copie watermarkate della presentazione, bruciate su CD, da regalare a coloro che la chiedono.
O vendergliela!
O si potrebbe essere subdoli, e chiedere l’indirizzo mail degli interessati, e spedir loro una copia zippata del file.

E invece no.
La risposta è, ok alla copia, ma solo in cartaceo.
A stampa.
Da qui, la situazione diventa, prima, brutalmente matematica – 80 slide per 50 interessati, 4000 fogli, 8 risme di carta, una cartuccia di toner – e poi, semplicemente, meccanica – ci vuole un omino che, stampata una copia master delle slide, vada all’unica fotocopiatrice del centro congressi, e stampi le cinquanta copie.
Poi, poiché la copiatrice non fascicola, riordinare le copie.
Graffettarle.
Distribuirle.
Tre ore di lavoro.

Un delirio.

Ora, io non sono un guru delle presentazioni… quello è Garr Reynolds, che ha scritto un libro splendido (ma davvero!), che si intitola Presentation Zen, e che, se lavorate con Power Point o simili e non l’avete letto, scusate, ragazzi, siete solo degli sfigati (e direi che è anche uscito in italiano)… non sono un guru, dicevo, ma un paio di idee vorrei metterle giù, perché evidentemente, per alcune persone che vivono da alcuni decenni in ambito accademico facendo tre-quattro presentazioni la settimana, alcune sottigliezze di PowerPoint sono finora sfuggite.

Vediamo…
1 . stampare le slide per distribuirle dopo la presentazioni è semplicemente stupido.
Può essere utile – diavolo, è utile! – fornire prima della presentazione una copia cartacea delle slide principali, in modo che il pubblico possa seguire meglio il discorso, ed annotare le immagini.
2 . se si vuol rendere disponibile il materiale ai partecipanti, meglio, molto meglio, avere il file caricato su un server facilmente accessibile è facile, veloce e indolore.
3 . sia nel caso 1 che nel caso 2, qualora non si volessero fornire ai partecipanti parte dei contenuti (per motivi di copyright, di discrezione o che altro), allora è possibile preparare un secondo file (senza i contenuti sensibili) o una stampata annotabile (idem) prima della presentazione.
4 . più in generale, sarebbe opportuno discutere di tutte queste opzioni con l’organizzazione prima dellapresentazione.
5 . e partire comunque dal presupposto che ci sarà sempre almeno un partecipante che chiede una copia.

Seguire queste semplii regole – che non si trovano sul manuale di PowerPoint, né nel libro di Garr Reynolds (che però… ve l’ho già detto che è grande, vero?) permetterebbe di evitare che qualcuno dell’organizzazione, di solito l’ultima ruota del carro, finisca nello sgabuzzino della copiatrice a respirare vapori d’ammoniaca per tre o quattro ore, perdendosi tutto il resto del convegno.
Egarantirebbero ad elementi certamenti luminosissimi del mondo accademico nazionale di andarsene perseguitati dall’orrida vox populi…
“Il prof. Tal dei tali? Un genio… certo, non distingue un PowerPoint da una falciatrice, ma…”