strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il pork chop affettato…

Un rapido post per cercare di esprimere l’inesprimibile (molto zen, eh?)

Maria Grazia ha fatto un post sul mio precedente post, ed io faccio questo post sul suo post perché nel suo post…

OK, rifacciamolo.
Maria Grazia ha commentato la mia etichetta “pork chop express”, presentandola come segue alle masse ottenebrate

post “cotti e mangiati” (si direbbe da queste parti), più “dialogici” rispetto alla media e buttati giù senza rielaborarli troppo. Quelli che vanno al cuore del problema senza tanti fronzoli, insomma.

Che è veramente bello, anche se nella definizione va perduto un elemento importante.

Consideriamo l’origine del tag…

Qui è Jack Burton, del pork-chop express, che parla a chiunque sia in ascolto. Come dicevo sempre alla mia ultima moglie, io mi rifiuto di guidare più veloce di quanto possa vedere, e a parte questo è solo una questione di riflessi.
I consigli del vecchio Pork-Chop Express sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando qualche maniaco alto due metri e mezzo con l’occhio sanguigno vi artiglia il collo e vi pianta l’unica testa che avete contro la parete di un bar chiedendovi se avete pagato il conto…
Voi fissate a vostra volta il primitivo negli occhi e ricordatevi quello che il vecchio Jack dice sempre in casi come questi.
Domanda: “Jack hai pagato il conto?”.
“Si ti ho spedito l’assegno per posta”.
Ragazzi con questo non voglio dire che sono un uomo di mondo e che la vita per me non ha più segreti, anzi, sono convinto che il nostro pianeta ci riservi ancora molte sorprese e che bisogna essere dei deficienti per credere che in questo universo siamo soli.

Ecco, i miei pork chop express sono così.
Un camionista che parla a ruota libera di quel che gli pare, dalle tecniche di sopravvivenza ai grandi misteri dell’universo.
Atteggiandosi come quello che la sa lunga, ma lasciandosi un margine di manovra piuttosto ampio.

In un certo senso, sì, i post taggati pork chop express sono quelli che più si avvicinano alla metafora del blog come radio.

Una buona alternativa a “pork chop express” potrebbe essere, tutto cosiderato, “All right you primitive screwheads, listen up!”
Ma come tag sarebbe un po’ lunghino.

Ed ora, torniamo al normale servizio…

I consigli del vecchio Pork Chop Express sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando i fulmini lampeggiano, i tuoni rimbombano e la pioggia viene giu’ in goccie pesanti come piombo.
Basta che vi ricordiate cosa fa il vecchio Jack Burton, quando dal cielo arrivano frecce sotto forma di pioggia e i tuoni fanno tremare i pilastri del cielo.
Sì, il vecchio Jack Burton guarda il ciclone scatenato proprio nell’occhio e dice:
“Mena il tuo colpo più duro, amico. Non mi fai paura”


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20.07.1969 – 20.07.2009

Sono infinitamente stanco.
E questo (l’avrete immaginato) è un pork chop express…

Oggi è il quarantesimo anniversario dell’Allunaggio Apollo.
Io c’ero – avevo due anni, e pare non condividessi al momento la meraviglia e l’entusiasmo dei miei genitori.
Ora è diverso.
Sono un geek, e cito Gerald O’Neill e Carl Sagan ogni tre per due.

L’allunaggio dell’Apollo 11.
Impresa colossale.
Tre uomini che sfidano lo spazio dentro una lavatrice montata sulla cima di una bomba.
Che sopravvivono e tornano per raccontarlo.

Ne ho già parlato in passato, estesamente, ed è documentata la mia scarsissima opinione delle persone che si ostinano a negare l’impresa dell’Apollo 11.
Mi manca solo un buon termine per definirli
Ok, deficienti và con tutto, però mi lascia aperto a rivalse di tipo legale da parte di terzi, e poi sarebbe bello avere un termine solo per loro, come si usa Piramidioti per quelli che vogliono convincerti che se dividi la massa della Piramide di Cheope per il quadrato della data del bar mitzvah di Nostradamus ottieni il prezzo di un biglietto giornaliero della metropolitana di Parigi, e questa non può essere una coincidenza!

Ora, naturalmente discutere di razionalità quando si ha a che fare con la fede è inutile.
E in mancanza di prove scientifiche, la convinzione che l’allunaggio non sia mai avvenuto è appunto questo – una forma di fede.
I fatti dicono il contrario, la logica sostiene il contrario, ma io non ci credo.
Bye-bye scetticismo.
E a questo punto, cosa volete farci?

Curiosamente, come ho già fatto notare in passato, quando lo stesso atteggiamento si applica a un differente evento storico – lo sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei Nazisti, ad esempio – improvvisamente il pubblico si fa molto più freddino, cominciano a chiamarti Negazionista (altro bel termine comodo), e in molti posti quello è solo l’inizio.
Provate, in quel caso, a dire I fatti dicono il contrario, la logica sostiene il contrario, ma io non ci credo.

E ancora una volta, non si tratta di un accostamento di cattivo gusto.
Perché se è palese che l’Olocausto fu una delle prove peggiori dell’essere umano, l’Homo sapiens al suo peggio, è altresì innegabile che portare dei nostri simili sulla luna fu una delle prove migliori dell’essere umano, l’Homo sapiens al suo meglio.
E mi incuriosisce molto il fatto che esistano persone printe ad accettare qualsiasi “prova” fasulla pur di negare l’Homo sapiens al suo meglio.

Sono passati quarant’anni.
Una rapida panoramica dell’umanità davanti ad Armstrong e Aldrin che zampettano come coniglietti impazziti sulla superficie lunare, ci porterà a incontrare…

  • gli entusiasti
  • i negazionisti
  • i disinteressati
  • gli ostili
  • quelli che proprio non…

Studiamoli un attimo.
Gli entusiasti includono i membri di gruppi di space advocacy e tutti coloro ai quali pare che la promessa dell’Apollo 11 sia stata disattesa clamorosamente. Sono quelli che citano O’Neill e Sagan ogni tre per due. Perdenti, ma non rassegnati.

I negazionisti
hanno diverse motivazioni – alcuni negano perché fan tanto X-files-cool, altri perché sono semplicemente bastian-contrari, altri ancora perché vogliono stimolare la discussione epromuovere un sano scetticismo, altri perché negare che l’uomo possa fare qualcosa di buono è un ottimo alibi per non cercare di fare nulla di buono, altri perché sono convinti che la Corsa avrebbero dovuto vincerla i russi. Sono perdenti, e godono della loro condizione, tentando di estenderla a tutta la specie.

I disinteressati sono semplicemente troppo fighi per occuparsi di una cosa capitata quarant’anni fa a quattrocentomila chilometri dal loro sushi-bar preferito. La frase “Tutta l’umanità col naso all’insù a guardare la Luna” li mette a disagio, perché la vedono come una dimostrazione di credulità e provincialismo, e li porta a pensare “Che sfigati!”
Dirò qui una bestialità, ma al limite preferisco i negazionisti – che saranno deficienti, ma non sono stronzi.

Gli ostili sono ostili perché con quei soldi si sarebbero potute fare un sacco di cose utili. Legittima osservazione. Che né prima né dopo, in assenza di un programma spaziale, quelle stesse cose utili (di solito molto generiche) non si siano mai fatte non sembra toccarli nè suggerire loro che magari il programma spaziale non c’entra. A loro scoccia il costo medio di un missile Titan, e basta.

Quelli che proprio non… hanno altro da fare. Urgentemente. Tipo procacciarsi il cibo, mantenere la loro esistenza e quella dei congiunti. Non hanno tempo per la nostalgia. Forse non sanno neanche che l’uomo è arrivato sulla luna. Se qualcuno glielo dicesse, commenterebbero “Wow! Davvero?” e poi continuerebbero a fare il loro lavoro – che, a ben guardare, e fate le debite proporzioni, è lo stesso che facevano 12.000 anni or sono i loro antenati cacciatori-raccoglitori.

Ed è qui che io mi imbizzarrisco – non per il costo dei missili Titan o per la credulità popolare – ma perché un’era piena di promesse è stata sul punto di aprirsi, in quell’estate del ’69, ma poi abbiamo preferito garantire per alcuni la TV satellitare e la Playstation.
Lo abbiamo deciso noi.
Votando politici più interessati a tenerci buoni che a farci progredire, voltandoci dall’altra parte, sparando idiozie sui soldi che si sarebbero potuti spendere meglio, felici di non essere poi così in basso nella struttura della piramide.
E si fottano i cacciatori-raccoglitori.

Negazionisti e disinteressati ci dicono in fondo che quel modo di pensare, gretto e cattivo, ha vinto.

Ma quella notte, quarant’anni or sono, un sacco di porte erano spalancate, ed aspettavano solo che avessimo il coraggio di attraversarle.

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Il digital lifestyle spiegato con i film

Un pork chop express a richiesta per il finesettimana.

Da alcuni anni porto avanti una tesi che ai miei colleghi paleontologi è piuttosto invisa – notoriamente mi considerano una fonte di imbarazzo.
La storia è più o meno questa – quando pensavamo che i dinosauri fossero creature lente e stupide, nei film di fantascienza (La Vendetta del Dinosauro, Reptilicus) li rappresentavamo come tali.
Quando abbiamo cominciato a dare per buona l’idea che i dinosauri fossero creature agili, veloci e intelligenti, il cinema ha cominciato a rappresentarli come tali (Jurassic Park, Carnosaur).
Però – ai vecchi tempi, quando li animavamo a passo uno, i dinosauri del cinema non avrebbero potuto essere che lenti e torpidi; passando al CGI abbiamo potuto accelerarli.
E l’idea che fossero agili e intelligenti l’aveva già espressa Edward Drinker Cope nel 19° secolo – ma nessuno se l’era filato.
Da cui la mia ipotesi – la possibilità di visualizzare dinosauri agili e veloci ha reso più facilmente accettabile l’idea un tempo eretica che i dinosauri fossero davvero agili e veloci nella realtà.
Il cinema influenza il nostro modo di rapportarci con la realtà. Vedere per credere.

Ora, Maria Grazia mi segnala un interessante articolo del Punto Informatico, ben sapendo che ci farò (ci sto facendo) sopra un post. Un tempo solo Elvezio Sciallis mi addescava a questo modo, ora evidentemente è un dato acquisito: buttatemi inpasto un articolo o un sito web che mi stimoli, ed io genererò contenuti a riguardo, come una macchinetta.

Il pezzo di Marco Calamari ritorna sulla classificazione dei cittadini del web in quattro categorie

Selvaggi digitali
Emigrati digitali
Immigrati digitali
Indigeni digitali

Da emigrato digitale – per anagrafica e inclinazioni – pur condividendo gran parte dei contenuti dell’articolo, mi dico che qui ancora una volta è il cinema al lavoro.
Ed è sempre pericoloso quando usiamo i film per interpretare la realtà.

Per la generazione dei miei genitori e dei miei insegnanti, computer significava 2001 Odissea nello Spazio – Hal 9000.
E con questo non voglio dire una macchina dotata di personalità, che interagisce alla pari con gli esseri umani, poi impazzisce e tira ad accopparli.
Intendo dire fantascienza. Impossibile.
Dire a questa gente – diciamo nel 1980 – che avremmo voluto studiare informatica, equivaleva ad affermare “Voglio fare l’astronauta”. Ci guardavano con compassione.
Un paio di anni più tardi avremmo chiesto a Babbo Natale un computer Commodore.
E lui ci avrebbe portato un’Intellivision.

La mia generazione, ne ho parlato altrove, è quella di Tron, di WarGames, di Electric Dreams.
Il computer era un oggetto reale, ma anche la porta di possibilità future.
Ammettiamolo, lo schermo nero del DOS era lontano milioni di anni luce dalla grafica poligonale del film Disney, ma era quello ciò che noi volevamo.
Emigrati digitali, cercammo di costruire in rete qualcosa di nostro.
Ci siamo riusciti, non ci siamo riusciti?
Mah.
Di sicuro, da bravi emigranti, abbiamo la nostra Little Italy virtuale, coi paracarri tricolore e il bar con l’unica macchina per l’espresso alla napoletana, abbiamo il nostro slang, i nostri graffiti sui muri, il nostro sindacato del crimine, le nostre street gang. Fra di noi ci conosciamo tutti, diventiamo subito tutti amici, hey, paisà, ci sposiamo fra noi, e mangiamo linguine con le polpette ascoltando Caruso.
Ci sono altri quartieri – il quartiere greco, Chinatown, Little Tokyo dove stanno gli otaku…
La nostra metafora avrebbe dovuto essere WarGames, è diventata West Side Story.

Poi ci sono i nativi digitali, quelli che…

Si muovono nella matrice come i delfini in acqua, padroneggiando con
sicurezza, anzi con naturalezza, le tecnologie quotidiane che usano e
spesso abusano, anche rispetto agli emigrati digitali.

Si chiama Matrix, questa metafora, ed è fasulla e fuorviante quanto le precedenti.
Gli indigeni digitali vengono usati oggi soprattutto come spauracchio per chi fa didattica usando le nuove tecnologie.
Attento, gli dicono, quelli sono indigeni digitali. Ti mangeranno in un boccone – tu starai lì a spiegargli come aprire il file e loro lo avranno già decriptato, customizzato e condiviso.
Balle.
Tu sei lì a spiegargli come aprire il file, e loro stanno guardando repliche de I Cesaroni su YouTube.
O a smessaggiarsi a forza di SMS.
Usano le webcam per spiare le compagne di classe nei bagni.
Sono come i nativi che, tanti anni or sono, Hugo Pratt raccontò di aver incontrato in Amazzonia – con le magliette LaCoste e le radio a transistor ma disposti, dietro a un modico pagamento, a cacciare la scimmia ragno ed eseguire il rituale segreto dell’invincibilità dei guerrieri.

Ma per chi fa didattica rimangono anche un ottimo alibi – perché rimboccarsi le maniche e lavorare, quando è molto più facile spendere giornate e giornate a discutere del problema di penetrare la cultura dei nativi digitali?
Perché

Nessuno sa esattamente cosa abbiano in testa, perché la loro mente si è
formata con paradigmi di apprendimento diversi da quelli usati negli
ultimi millenni dagli umani delle altre tre categorie.

E se abbastanza gente ci crede, possiamo fare pubblicazioni, farci pagare uscite a congressi, ottenere borse di studio finalizzate a stabilire un paradigma che possa fungere da piattaforma per la condivisione di saperi ed esperienze in un ambiente virtuale improntato ad una interattività di tipo 2.0
Bla bla bla bla.
Sempre meglio che lavorare.

Tutto qui.
I film sono belli.
Ma non sono la realtà.
Usare i film per interpretare la realtà può essere male.
Molto male.

Perchè i nostri discorsi hanno da essere sul mondo reale
e non su un mondo di carta
[Galileo Galilei]

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Solo noi mostri

Zombies, man. They creep me out.

Stuzzicato da Celio Vibenna, torno al corto I Love Sarah Jane, ai non morti alla catena e ai non morti in genere.
È ora di pork chop, e del genere che preferisco – scritto di getto, magari non esaustivo ma per lo meno, mi auguro, stimolante.

La questione è – cosa c’è di apprezzabile in un film farcito di turpiloquio e di violenza gratuita?
A parte il fatto che dura 12 minuti, e che gli attori sono decisamente convincenti?

E la questione va ad incagliarsi su una serie di altre mie preoccupazioni, prima fra tutte quella che l’orrore – e soprattutto l’orrore cinematografico, soprattutto la gran massa di orrore di dozzina riversato annualmente sugli schermi – sia nocivo al pubblico, causando una sorta di desensibilizzazione del pubblico verso gli orrori reali.
Ma procediamo con ordine…

La narrativa fantastica in genere costituisce uno strumento – sarei tentato di dire il migliore strumento a nostra disposizione – per esplorare e compiere degli esperimenti con quegli elementi della nostra realtà che sarebbero altrimenti, per diversi motivi, intoccabili.
Con la narrativa fantastica possiamo esaminare storie alternative, confrontarci con intelligenze pari alla nostra o superiori, ma radicalmente diverse dalla nostra, possiamo cercare di immaginare la reazione dell’uomo davanti alla catastrofe, al meraviglioso, alle ineluttabili conquiste del progresso, al Male assoluto e così via.

La funzione sociale del fantastico è quindi più complessa, per dire, di quella del poliziesco.
Il poliziesco, per lo meno all’origine, deve essenzialmente rassicurare il lettore – esiste un ordine, questo ordine viene perturbato dall’azione criminosa, ma poi la normalità viene ristabilita dall’investigatore, che scopre il colpevole, sul quale verrà fatta giustizia.
Nel fantastico la rassicurazione non è garantita: la perturbazione della normalità potrebbe essere permanente, e l’esperimento condotto dall’autore si andrà allora a concentrare su come i protagonisti dovranno adattarsi a questo nuovo stato delle cose.
Nel caso dell’orrore, per lo meno alle origini, la funzione di rassicurazione sociale del poliziesco viene sovrapposta all’impermanenza del fantastico (e non sorprende, visto il ruolo di Poe nel definire entrambi i generi): lo status quo viene perturbato dall’irruzione del mostruoso, l’ordine viene ristabilito, ma permane la consapevolezza che le cose non saranno mai più come prima, per lo meno per i protagonisti immediati della vicenda.
Impalettare Dracula non basta a cancellare la consapevolezza dell’esistenza del vampiro e, per estensione, l’esistenza di un super-predatore desideroso di abbeverarsi alla nostra carotide collettiva.
Distruggere il Mostro di Frankenstein non basta a cancellare la consapevolezza che la vita non è un miracolo ma una serie di reazioni elettro-chimiche.
Prendere a pistolettate l’Uomo Lupo non cancella la consapevolezza che esiste un lato animale nell’uomo che può essere risvegliato senza preavviso e prendere il sopravvento.
Impedire a R’lyeh di emergere dai flutti non cancella la consapevolezza del fatto che il morto Cthulhu giace sotto all’oceano, e sogna, e noi siamo i corn flakes per la sua colazione.

Per questo, se vogliamo, nella narrativa orrifica è spesso più interessante ciò che accade dopo.
Prima c’è la paura, la minaccia, la partita del gatto col topo, lo scontro fra l’ingegno umano e il soprannaturale.
Bello.
Ma, e poi?

Curiosamente – o forse no – l’unica branca dell’orrore ad essersi concentrata sul dopo è quella che fa riferimento allo zombie.
Mostro atipico per molti motivi, lo zombie, che nasce direttamente sullo schermo senza antenati letterari degni di nota, anonimo, massificato.
I primi zombie cinematografici sono bassa manovalanza, ben poco orrifiche marionette prive di volontà nelle mani di un malvagio di turno – che di solito li incarica di eliminare l’eroe, ma non prima di aver rapito la sua bella.
Solo in un secondo tempo si arriva ad un orrore più vispo e sgambettante – l’idea che il malvagio di turno possa tramutare l’eroe in zombie e che quindi, per estensione, noi tutti si sia alla mercé dello stesso destino, ridotti a pupazzi che caminano come semiparalitici e si esprimono a grugniti. Morti ambulanti, privi di dignità.

Poi, finalmente, complici probabilmente L’Invasione degli Ultracorpi e Io Sono Leggenda, l’idea del contagio entra nel genere, trasformandolo.
Ciò che ci promette lo zombie non è, come nel caso del vampiro,
l’ingresso in un club privato di gente molto cool, quasi dei supereroi
anemici, ma la riduzione a carne ambulante, affamata di cervelli, priva
di coscienza, consapevolezza, dignità, individualità.
Non c’è nulla di seducente, di sexy nello zombie.
È come finire a fare l’operaio in linea alla FIAT.
E qui le cose si mettono subito malissimo: perché se lo zombie può creare altri zombie per contagio, ben presto il mondo sarà zeppo di cadaveri ambulanti, la società collasserà e noi ci ritroveremo assediati…

La Notte dei Morti Viventi di George Romero descrive proprio l’assedio e, per la prima volta, ci dà uno sprazzo di luce sul dopo.
E il dopo, ci dice Romero, è pessimo – perché quelli che hanno i cojones per sopravvivere alla minaccia zombie, quelli che ce la fanno nonostante tutto, non sono necessariamente persone piacevoli.
La vecchia società spazzata via dalle orde dei non morti lascia il posto ad una società di survivalist che hanno fatto fortuna: si immaginano battute di caccia allo zombie con grigliata e birra per tutti, scontri fra gladiatori non morti e quant’altro.

Partendo da questa base, le storie di zombie migliori degli ultimi anni hanno lavorato, da una parte, sul significato socio-politico dello zombie, visto come sottoproletariato che avanza, e dall’altra sulla natura della società dopo la Notte, l’Alba, il Giorno o il Week-end o il Ponte di Ferragosto dei Morti Viventi.
La tendenza più recente – con L’Alba dei Morti Dementi (si noti la tag-line sul poster) e Fido – è quella di descrivere un apparente ritorno alla “normalità”, ma con in più il ritorno dello zombie alla sua originaria posizione di bassa manovalanza: un accessorio per la playstation in modo da poter giocare anche “da solo”, un servo obbediente e decerebrato per la casalinga che ha tutto.
La società sopravvive e trionfa, ma ancora una volta a trionfare sono gli elementi peggiori.
Non più, tuttavia, i good old boys degli anni ’70/’80 ma i capitalisti rampanti, rappresentanti di una società consumista e ipocrita, votata al guadagno anche in faccia all’orrore.
Ne deriva una società spudorata, che non ha rispetto neanche per i morti.

In questo senso, il filmetto di dodici minuti I Love Sarah Jane incapsula tutto quanto, appunto, in dodici minuti.
Quando il film si apre la minaccia zombie sta rientrando, pur non essendo ancora stata debellata, ma c’è già chi ha trovato il modo di divertirsi a spese dei non morti.
Un divertimento rozzo, certo – il decespugliatore non è la playstation, ma ci sono un sacco di ragazzini là fuori che hanno più facile accesso al primo che non alla seconda.
Quelli che di recente, per “scaricare i nervi” hanno cominciato a rigare automobili a caso, ad esempio.
Quelli che per passare la serata, o il pomeriggio, incantonano un cinese, una ragazza, un disabile, un barbone, uno troppo alto o troppo basso, troppo magro o troppo grasso, o semplicemente vestito del colore “sbagliato”, e “ci si divertono”.
Come i migliori film dell’orrore, I Love Sarah Jane è apprezzabile perché ci mostra noi stessi, nella nostra funzione di mostri.
Che potremmo essere.
E che in alcuni casi siamo già.
Deprimente, ma anche istruttivo.
Ha inoltre il pregio di lasciarci sul finale una speranza, in quello che è, a ben guardare, un gesto di pietà verso ciò che non è semplicemente “un ca**o di zombie”.