strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Sopravvivere a Power Point

E così ho messo insieme un nuovo volumetto.

Che però si discosta abbastanza nettamente dai miei agili volumetti lemuriani.

In primo luogo, ha una struttura definita (un “dalla A alla Z”), con un numero di pagine definito e immutabile – 32.
Inoltre, è formattato per la lettura a schermo, e disponibile solo in formato .pdf

E per finire, non è una raccolta di aneddoti storici o scientifici, ma è un semplice manuale – nello specifico, un manuale per sopravvivere a Power Point (e a qualsiasi altro software di presentazione).
Una raccolta di idee, proposte e suggerimenti – da seguire o da ribaltare – al fine di non stramazzare i partecipanti ad una conferenza, ad una lezione o ad una presentazione, con delle slide brutte, inutili, soporifere.

Potete scaricarlo da qui sotto…

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Nuovo progetto, nuovo formato, nuova sfida

L’idea era lì che covava da anni.
Anni.
Il fatto è che, l’ho già detto in passato, io mi sono stancato di partecipare a convegni, conferenze, congressi e lezioni, e subire inammissibili pipponi soporiferi da parte di professionisti certo preparatissimi, ma che credono che conoscere l’argomento di cui parlare – ed avere le slide su PowerPoint – sia sufficiente per fare una buona presentazione.

La famosa Morte da PowerPoint è ancora una delle principali cause di traumi fisici e mentali nei partecipanti a corsi, conferenze, congressi.
Ma non è solo PowerPoint – o software equivalenti – ad essere un problema.
Il problema è che la scuola, l’università, non ci insegna a comunicare in maniera efficiente e non traumatica.
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Power Point fra le colline

Riflettevo in un momento di inattività, mentre il tuono brontolava in lontananza, che questi mesi di giugno e luglio sono stato all’insegna della comunicazione, per quel che mi riguarda.
Non solo ho partecipato ad un corso che aveva nella comunicazione scientifica uno dei suoi temi centrali, ma ho anche partecipato a numerose conferenze pubbliche, ad un paio di riunioni locali, e ad un paio di altri eventi collettivi nei quali la comunicazione – di solito sotto forma di uno che parla sul palco mentre gli altri ascoltano – ra centrale.
Sì, anche ad un funerale, ora che ci penso.

Ora, l’ho ripetuto alla nausea, io nel mio piccolo la comunicazione l’ho studiata.
Quado parve chiaro che i miei pasti futuri sarebero stati pagati da lezioni e conferenze pubbliche, mi procurai i testi fondamentali, e cominciai a studiarmeli.
I miei idoli rimangono Phil Race (col suo Lecturer’s Toolkit), Edward Tufte (per un sacco di cose, a cominciare da Power Point is Evil) e Garr Reynolds (soprattutto per The Naked Presenter).
E dopo aver studiato, ho fatto un sacco di esercizio.

E se quella di “esperto di comunicazione” è un’etichetta che mi appioppo solo per ridere, devo ammettere che, dopo quasi dieci anni passati a parlare in pubblico, gli errori ormai li vedo abbastanza chiaramente.
E mi sorprende sempre quando persone che con la comunicazione ci lavorano fanno dei clamorosi strafalcioni.

Per esempio…

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Parla con me

OK, storia di vita vissuta…

Era il… mah, diciamo il 1985, quando la mia insegnante di matematica al liceo decise di dare una infarinatura di programmazione a noi studenti.
Animata dalle migliori intenzioni di questo mondo (1985, ricordate… Commodore 64?), la signora mise insieme alcune slide per insegnarci i primi rudimenti del linguaggio Basic.
E per slide intendo, ovviamenti, fogli di lucido con sopra testo ed immagini tracciati col pennarello.
Testo.
If… Then… For… Next… GoTo… 10… 20… 30… 40…
E Puffi.

In uno dei più clamorosi passi falsi della storia della didattica che io riesca a ricordare, la mia insegnante di matematica al liceo aveva pensato che il modo migliore per… per raggiungere dei quindicenni armati di 64 kilobyte di RAM e sogni cyberpunk… lo strumento adatto per sfondare la parete del disinteresse… aveva pensato che fossero gli ometti blu di Peyo.

La questione – sollevata dal mio amico Fulvio su assist di IguanaJo – è: come faccio a parlare coi sedicenni.

Primo suggerimento – evitare i Puffi.

Ma la questione non è affatto banale.

Giriamola in una versione più generica – come faccio a raggiungere il pubblico?
Nel momento in cui ha in mano il mio racconto, sul piatto il mio disco, è seduto sulle sedie dell’aula in cui tengo una conferenza…
Nel momento in cui elementi come il marketing, la grafica, il passaparola o semplicemente l’obbligo lo hanno messo nelle mie mani, come faccio ad impedirgli di mollare tutto?
Come faccio ad interessarlo?
E nel caso di un dialogo, come faccio a tirarlo fuori dal suo guscio?

Il buonsenso – parente stretto della pudenza, della quale abbiamo parlato malissimo nell’ultimo post – ci suggerisce di cercare un terreno comune, un linguaggio condiviso.
Il problema, ovviamente, è che – per tutta una serie di motivi – potremmo avere una illusione di condivisione.
Potremmo credere che una ventina di quindicenni siano davvero più interessati alla programmazione dei computer se gliela insegnamo con i Puffi.
E perché no – nel 1985 i Puffi erano la spina dorsale della programmazione televisiva per ragazzi.
Poi, certo, i quindicenni guardavano Drive In, non i Puffi.
Gli smanettoni avevano visto Tron, Wargames e Electric Dreams.
Ma… I Puffi?
Forse è la distanza, che produce uno schiacciamento – a quarant’anni è facile considerare quindicenni e dodicenni come membri dello stesso gruppo.
Il risultato?
Ve lo lascio immaginare.

Ma allora, come li acchiappiamo, ‘sti ragazzini?

Io sono per prenderli completamente in contropiede.
Devo parlare di evoluzione? Proietto una foto di Charlize Theron, poi una di Hugh Jackman (bisogna pensare anche alle signore in sala).
Prossimamente dovrò parlare di editoria elettronica… prevedo di partire parlando di viaggi in treno.

Il rischio è che parte del pubblico decida che quello che ballonzola davanti allo schermo è un guitto, un idiota o un perditempo, e si alzi e se ne vada – o rimanga sul fondo (come capitò ad un mio corso, anni addietro) a postare su Facebook commenti taglienti sulla lezione.
Ma la curiosità è una brutta bestia – e noi esseri umani siamo scimmie curiose.

Questo, ovviamente, nel dovermettere in piedi una lezione.
Ammetto che, sulla base delle mie poche esperienze coi liceali, per entrare in un’aula di sedicenni a tenere una lezione, oggi come oggi, vorrei un’atirabbica e una pistola carica.
Oltre alla patina di disinteresse ostentato – ehy, hanno sedici anni, non c’è nulla che nessuno possa insegnar loro, giusto? – c’è anche una aggressività malate che mi spezza il cuore, e che li rende spesso quasi inaccessibili.
Ma dietro opportuno pagamento, potrei anche provarci.

Di sicuro, cercherei di evitare di imitare il loro linguaggio o il loro atteggiamento.
L’essere una strana bestia, il membro di un’altra tribù, se mi danneggia rendendoli ostili, dall’altra mi aiuta perché li incuriosisce.
Ed eviterei anche i confronti – ai miei tempi, quando ero giovane io, quando io avevo la vostra età…
E l’accondiscendenza.
Tutte cose che mandano in bestia una persona intelligente, e che gli idioti hanno imparato a riconoscere come segnale che ora la palla è nel loro campo, e possono fare quel che vogliono.

Rimane poi, naturalmente, un ultimo punto da ponderare.
Ma io, con ‘sti sedicenni, ci voglio davvero parlare?
In altre parole, il mio pubblico, è quello col quale vorrei veramente mettermi in comunicazione?

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