strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Dieci giorni di duro lavoro (però divertente)

La data è confermata.
Il dieci di ottobre, alle alle dieci e quaranta, dovrò presentare i risultati del mio secondo anno di ricerca all’Università di Urbino.
Il che significa che per il 5 devo fare arrivare una copia della relazione alla segreteria dell’università.
Il che significa avere la relazione pronta per il primo al più tardi – in modo che il tutor possa darle un’occhiata e segnalare eventualmente modifiche o aggiunte.
Così, per sicurezza.

Saranno due settimane lunghe – un sacco di scartafacci da scartabellare, un sacco di mappe mentali, di grafici, di elaborazioni su foglio di calcolo.
Poi tocca montare la presentazione.

Non che il lavoro mi spaventi – nonostante tutti gli intoppi possibili, il progetto è solido e avanza senza troppe preoccupazioni.

La mia presenza online sarà discontinua, ma non credo sparirò del tutto fino al pomeriggio del 9 ottobre, quando impacchetterò armi e bagagli e partirò per Urbino, in modo da essere fresco e pimpante la mattina del 10, per i miei venti minuti di presentazione PowerPoint.

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Perché non con PowerPoint?

Settembre sta finendo – ed è di nuovo ora di ripulire i curriculum, e spargerne un po’ per l’universo.

Ora, ho già scritto, molto tempo fa, un post sull’uso delle mappe mentali per scrivere il curriculum.
Ribadisco il consiglio – è eccellente per isolare le parti veramente importanti della propria storia (che ad ogni anno si allunga e si arricchisce, e si complica), e per mettere sul foglio solo quello che interessa al potenziale datore di lavoro.

Ora, rubo dalla rete un’altra idea.

Perché non presentare il proprio curriculum, magari opportunamente snellito attraverso una mappa mentale, sotto forma di presentazione in PowerPoint?

Sì, come no... continuate a sognare...

Dopotutto, lo ha detto Edward Tufte, PowerPoint non serve per spiegare, serve per convincere.
E noi vogliamo convincere la mente debole che valuta il nosro curriculum che dietro a quelle poche idee raccogliticce c’è il miglior individuo dell’universo.
E proprio quello che serve per il lavoro!

Quindi, mano a PowerPoint – o ad Impress, o a qualsiasi cosa usino gli utenti Mac per fare slide, e mettiamo insieme un curriculum sotto forma di presentazione.

Le regole base sono sempre le stesse

  • poche chiacchiere
  • liste puntate solo se servono
  • non più di sei righe di sei parole per slide
  • immagini pertinenti
  • limitare gli effetti

E nessuna paura di dimostrare intelligenza e senso dell’umorismo.
Un buon posto da cui cominciare a cercare immagini per il nostro CV è Morguefile.
Poi possiamo buttarci sull’Internet Archive.
Selezioniamo un font pulito e senza troppi fronzoli.
E non esageriamo con i colori.

Se poi fossimo veramente pronti a metterci alla prova, potremmo presentare un curriculum sotto forma di pecha kucha – venti slide, venti secondi per slide.
Ma questo è solo per quelli che pongono lo stile al di sopra dell’ottenere il lavoro.

Ah, già – l’idea non è originale, quindi online troverete, tramite il solito Google, dei siti dai quali scaricare i template del curriculum per PowerPoint.
Evitateli.

La prima idea, dopotutto, è quella di dimostrarsi originali, no?

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Folksonomy e oltre

La lezione tenuta da Andreas Formiconi a Fosdinovo merita un post a parte.
Questo.

Il tema dell’intervento era il concetto di folksonomy.
Per chi se la fosse persa, la folksonomy è la tassonomia, la classificazione, creata dal basso, apartire dall’azione della popolazione, che marchia gli oggetti da classificare con tag più o meno personali.

O come dice Wikipedia

una categorizzazione di informazioni generata dagli utenti mediante l’utilizzo di parole chiave (o tag) scelte liberamente

La folksonomy è, a modo suo, il motivo per cui Amazon.com vi suggerisce certi libri e non altri sulla base non solo di ciò che avete acquistato, ma anche sulla base di ciò che altri hanno acquistato e gradito.
La folksonomy è, a modo suo, il motivo per cui LastFM vi consiglia gli ultimi successi di Gigi D’Alessio se avete ascoltato prevalentemente Alan Parsons Project o Genesis, o se fate una ricerca per Progressive Rock.

Il secondo punto è il motivo per cui io sento dire folksonomy e comincio a sudare freddo.
Perché i nativi digitali sono spesso piuttosto casual nell’attribuzione delle etichette.
Quello “scelti liberamente” di Wikipedia racchiude un sottinteso tutt’altro che banale – la libertà comporta la responsabilità.

Senza responsabilità, sono libero di etichettare Gigi D?Alessio come Progressive Rock.
È successo.

Al suo meglio, ovviamente, la folksonomy permette di creare indici multidimensionali.
Di mettere lo stesso libro su più scaffali contemporaneamente, per usare la metafora utilizzata da Andreas.

Ma l’intervento di Andreas è andato molto oltre.
In uno stupefacente colpo di teatro, il relatore è riuscito, senza l’ausilio di supporti elettronici – no PowerPoint! – a comunicare un volume colossale di informazioni.
Una faccenda un po’ strana e un po’ esoterica come la folksonomy è stata riportata al suo stato naturale – trattandosi di uno dei modi nei quali i nostri cervelli funzionano normalmente, cogliendo connessioni e paralleli fra fonti diversi, in modi diversi ed in momenti diversi.

La rete, quindi, con le sue nubi di contenuti etichettate multidimensionalmente dagli utenti, si rivela per ciò che è – una estensione dei nostri naturali processi mentali, informata ed organizzata da strumenti che emulano le nostre funzionalità naturali.

O, in altre parole, non c’è nulla da temere.

Aggiungo a titolo personale che lo stile di esposizione di Andreas mi ha riconciliato con la categoria degli insegnanti.
La carica di entusiasmo, intelligenza e curiosità che Andreas riesce a trasmettere, dimostrando una capacità di comunicazione impareggiabile, mi porta ad invidiare i suoi studenti, e mi induce a pensare che ci sia una speranza per la didattica in italia.

Nulla che due giorni a contatto con l’Università nazionale non siano riusciti a colare a picco, nturalmente.
Ma per due giorni, è stato bello tornare a crederci.
Grazie.

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Slide dell’ebookfest – director’s cut

Come promesso, le slide dell’ebookfest… beh, ok, del mio lavoro all’ebookfest, sono online su SlideShare.

Con un piccolo extra.
Da qualche tempo cerco di ridurre al minimo il testo nelle mie slide – anche perché i tempi di presentazione sono stretti e comunque il pubblico non vuole leggere.
Quindi io proietto immagini e (poco) testo, e ci parlo sopra.
E, Dio, quanto ci parlo sopra.

Ora, su SlideShare non posso parlarci sopra.
Perciò ho modificato la presentazione aggiungendo

a . più testo, per renderla più comprensibile.

b nuove slide relative a punti toccati durante la presentazione che son venuti fuori a causa del contesto, e non avevano una diapositiva a rappresentarli.

c . una breve introduzione (con Charles Mingus) che riprende queste righe, perché non tutti leggeranno le slide passando da questo blog

Riconoscerete facilmente le slide extra – sono quelle zeppe di chiacchiere.
Per il resto, i contenuti son tutti lì.
Ci troverete un sacco dei miei classici – fatevene una ragione.

I commenti – su formae contenuto – sono graditi.


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Power(Point) to the People!

Questo post avrei voluto scriverlo in inglese.
E poi spedirlo a Garr Reynolds.
Oh, non è detto che non lo faccia, ma per ora, restiamo fedeli alla lingua patria.

Pork chop express, quindi, a base di PowerPoint.

PowerPoint non è il meglio disponibile sulla piazza.
Si tratta di un buon pezzo di software, e di un utile strumento – ma niente di trascendentale.
PowerPoint, sostanzialmente, trasforma il nostro computer in un proiettore di diapositive, fornendoci anche le opzioni relative alla forma ed i contenuti di quelle diapositive – aggiungiamo testi, figure, animazioni.
Il fatto che le opzioni offerte siano scarse e bidimensionali è una triste verità – ma possiamo aggirare il problema.
Renderci conto delle autentiche potenzialità del mezzo, e sfruttarle in maniere nuove, e sorprendenti.

Nei giorni passati sono rimasto assolutamente sorpreso da un uso inaudito di PowerPoint.
La situazione – dotta conferenza.
Il relatore, di altissimo profilo, assalta i sensi e le convinzioni più radicate del pubblico con una sequenza di una ottantina di slide PowerPoint.
Fondo blu a gradiente.
Testo in bianco avorio.
Un 70% abbondante di immagini.
Non ho né l’intenzione né la capacità per valutare i contenuti – che tuttavia, viste le premesse, possiamo presumere eccellenti.
Non mi interessano, a questo punto, i contenuti.
Il mio interesse per l’intera faccenda, infatti, comincia solo dopo la presentazione.
Quando alcuni degli astanti chiedono di poter avere copia delle slide, a futuro riferimento.

Ora, ad una richiesta del genere, si potrebbe essere radicali – e rispondere di no.
Oppure si potrebbe essere banali – e lasciare una copia del file sul server locale, affinché possa venire scaricato dagli interessati.
Si potrebbe prendere la via dell’ingenuità, e far girare la chiavetta USB sulla quale è registrata la presentazione.
O dimostrare un’efficienza nipponica, ed avere pronte cinquanta copie watermarkate della presentazione, bruciate su CD, da regalare a coloro che la chiedono.
O vendergliela!
O si potrebbe essere subdoli, e chiedere l’indirizzo mail degli interessati, e spedir loro una copia zippata del file.

E invece no.
La risposta è, ok alla copia, ma solo in cartaceo.
A stampa.
Da qui, la situazione diventa, prima, brutalmente matematica – 80 slide per 50 interessati, 4000 fogli, 8 risme di carta, una cartuccia di toner – e poi, semplicemente, meccanica – ci vuole un omino che, stampata una copia master delle slide, vada all’unica fotocopiatrice del centro congressi, e stampi le cinquanta copie.
Poi, poiché la copiatrice non fascicola, riordinare le copie.
Graffettarle.
Distribuirle.
Tre ore di lavoro.

Un delirio.

Ora, io non sono un guru delle presentazioni… quello è Garr Reynolds, che ha scritto un libro splendido (ma davvero!), che si intitola Presentation Zen, e che, se lavorate con Power Point o simili e non l’avete letto, scusate, ragazzi, siete solo degli sfigati (e direi che è anche uscito in italiano)… non sono un guru, dicevo, ma un paio di idee vorrei metterle giù, perché evidentemente, per alcune persone che vivono da alcuni decenni in ambito accademico facendo tre-quattro presentazioni la settimana, alcune sottigliezze di PowerPoint sono finora sfuggite.

Vediamo…
1 . stampare le slide per distribuirle dopo la presentazioni è semplicemente stupido.
Può essere utile – diavolo, è utile! – fornire prima della presentazione una copia cartacea delle slide principali, in modo che il pubblico possa seguire meglio il discorso, ed annotare le immagini.
2 . se si vuol rendere disponibile il materiale ai partecipanti, meglio, molto meglio, avere il file caricato su un server facilmente accessibile è facile, veloce e indolore.
3 . sia nel caso 1 che nel caso 2, qualora non si volessero fornire ai partecipanti parte dei contenuti (per motivi di copyright, di discrezione o che altro), allora è possibile preparare un secondo file (senza i contenuti sensibili) o una stampata annotabile (idem) prima della presentazione.
4 . più in generale, sarebbe opportuno discutere di tutte queste opzioni con l’organizzazione prima dellapresentazione.
5 . e partire comunque dal presupposto che ci sarà sempre almeno un partecipante che chiede una copia.

Seguire queste semplii regole – che non si trovano sul manuale di PowerPoint, né nel libro di Garr Reynolds (che però… ve l’ho già detto che è grande, vero?) permetterebbe di evitare che qualcuno dell’organizzazione, di solito l’ultima ruota del carro, finisca nello sgabuzzino della copiatrice a respirare vapori d’ammoniaca per tre o quattro ore, perdendosi tutto il resto del convegno.
Egarantirebbero ad elementi certamenti luminosissimi del mondo accademico nazionale di andarsene perseguitati dall’orrida vox populi…
“Il prof. Tal dei tali? Un genio… certo, non distingue un PowerPoint da una falciatrice, ma…”


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Libero da PowerPoint

Quando discussi la mia tesi di laurea, mi venne sconsigliato di utlizzare PowerPoint.
Poiché una parte consistente del mio lavoro di tesi (l’analisi statistica) era già stata svolta al computer, esisteva il rischio – o così mi venne fatto presente – che la commissione potesse prender male tutto quell’appoggiarsi alla tecnologia digitale.
Un po’ come se fosse possibile che i docenti in commissione pensassero che il lavoro – dall’analisi al microscopio dei foraminiferi alla presentazione dei risultati – l’avesse fatto tutto ilcomputer, senza alcun apporto da parte mia.

Come risultato, mi ritrovo ad avere qui in cima ad uno scaffale una carretatta di lucidi – non modificabii o aggiornabili, costosissimi rispetto al costo zero di una presentazione, e inutili senza una lavagna luminosa che li proietti, sfocati e storti, quasi illeggibili, su uno schermo.
La presentazione potrei al limite usarla come ossatura di supporto per un e-book.

Come secondo risultato, la mia presentazione in acetato pre-digitale mi mise al sicuro dall’essere accomunato ai molti colleghi che, ebbri di PowerPoint, scaraventarono – e ancora oggi scaraventano sullo schermo presentazioni agghiaccianti.

Tutto, ma proprio tutto, quello che il relatore sta dicendo è scritto sulle slide, giù giù fino al “Grazie e bungiorno!” dell’ultima diapositiva – tutto in testi verbosissimi con contrasti garantiti per causare la cecità o l’epilessia, immagini incomprensibili, animazioni che paiono effettacci per un film horror di serie z (da dove salterà fuori la prossima slide?) e tutto.
Orribile.
È dimostrabile che con la sola presentazione PowerPoint fatta coi piedi, uno studente può giocarsi tre punti di tesi, e un ricercatore giocarsi la simpatia del pubblico (orribile, sentire qualcuno che parla sovrapposto al solido mal di testa causato dalle scritte in rosso su fondo blu delle slide).

Da allora – da che mi sono laureato, intendo – ho proposto un paio di corsi sull’uso consapevole di PowerPoint a diverse istituzioni, ricavandone sempre un grande entusiasmo alla proposta ed una certa freddezza al momento in cui si dovrebbe concretizzare.
Imparare a usare PowerPoint?
E perché mai?
È così facile….

Già – anche spararsi alla testa non è poi così difficile, ma comunque c’è ancora chi sbaglia la mira e si condanna a lunghe ore di agonia.

Il problema, come ha fatto notare Edward Tufte nel suo fondamentale The Cognitive Style of PowerPoint, PowerPoint non è fatto per insegnare.
È fatto per convincere.

PowerPoint è costruito per legare il pubblico ad un binario che va da A a Z passando per B e C e D, ma magari omettendo K e H perché sono imbarazzanti, o difficili da spiegare, o comunque potrebbero danneggiare la vendita.
PowrPoint è uno strumento fatto per vendere le idee – ed in questo senso funziona benissimo per presentare una tesi di laurea (dobbiamo convincere la commissione che abbiamo fatto un buon lavoro) o il riassunto di un lavoro di ricerca ad un congresso (dobbiamo generare consensi e magari scucirci una pubblicazione).

Ma avete presente cosa succede dopo, quando qualcuno fa una domanda?
Il relatore si ritrova a pacioccare col mouse e coi pulsanti, tentando disperato di ricordare gli shortcut da tastiera, alla ricerca di quella slide – era la 11 o la 13? – che illustra abbastanza bene ciò che è stato chiesto, o per lo meno tampona la falla.
Le lancette girano.
L’imbarazzo cresce.
Qualcuno, immancabile, in seconda fila, fa la battuta che era meglio ai vecchi tempi, con i lucidi…

Balle.
PowerPoint – ed ancor più Impress, della suite OpenOffice – sono strumenti potenti che permettono di fare meraviglie.
Solo, non sono strumenti adatti all’interazione con una platea intelligente.

È quindi con estremo piacere che ho passato il pomeriggio a baloccarmi con VUE, il progetto di Visual Understanding Environment sviluppato dalla Tuft University e reso disponibile al pubblico gratuitamente.screenshot
Immaginate uno strumento che vi permetta di disporre i vostri concetti non in slide allineate lungo un binario, ma per nuvole tematiche, tracciando poi diversi percorsi attraverso queste nubi, andando a toccare gli elementi che servono – ogni percorso potrebbe rappresentare un approccio diverso alla questione che si sta affrontando, ed in sede di presentazione ci sarebbe possibile scegliere la pista più adatta al pubblico, o cambiare canale a metà strada per assecondare domande o seguire impulsi del momento.
E possiamo visualizzare tanto le slide in sequenza che la mappa nella sua totalità, per consentire una visione a colpo d’occhio della reale struttura del nostro lavoro.

Il sito fornisce il software nella sua versione più recente, per Mac, Linux o Windows, più una abbondante documentazione.

VUE promette di cambiare radicalmente le mie future presentazioni – anche quelle del corso su come sopravvivere a PowerPoint…