strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Presentare come al TED

Post breve per un libro breve, oggi.

Le conferenze della serie TED sono lo standard di qualità della presentazione orale e visiva.
Se volete imparare a parlare in pubblico, passare qualche ora a guardare i filmati online è sia un buon modo per imparare la tecnica, che un sistema garantito per caricarsi.
Al di là della qualità dei contenuti, c’è un sacco da imparare dai relatori del TED, in termini di comunicazione, di stile, di linguaggio verbale e non verbale.
Indispensabili.

jeremey-donovan-how-to-deliver-a-ted-talk-coverHow to Deliver a TED Talk, di Jeremy Donovan, è un libro che si legge in un pomeriggio, costruito su un’idea semplice, e che funziona.
Donovan estrae dai più popolari filmati della serie TED una serie di principi generali, e li illustra rapidamente e con un linguaggio semplice e diretto.
Concentrandosi sull’aspetto narrativo della presentazione, il volumetto è anche ottimo per chi volesse provare un approccio diverso alla narrativa – e contiene un esempio di show don’t tell garantito per far infuriare tutti i cultisti di tale pratica.
Probabilmente perché è basato sull’autentico show don’t tell, e non sulla versione delirante che è stata popolarizzata da certi guru online.

A questo si aggiungono osservazioni interessanti su come coinvolgere il pubblico, e tutta una serie di strategie e accorgimenti logistici per comunicare al meglio.

Nel complesso una lettura divertente, e piuttosto utile.


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Due nuove conferenze pubbliche

Due nuove conferenze, l’occasionedi rendere qualcosa alla comunità ed al territorio in cui vivo, e perché no, l’occasione per riordinare le idee e mettere giù un po’ di materiale che finirà prima o poi nel mio Storia Naturale della Valle Belbo (per il momento fermo ad una novantina di pagine – e li resterà fino alla chiusura della tesi*).

L’opportunità mi viene offerta dal comune di Incisa Scapaccino (Asti), che organizza per i propri cittadini (e per chiunque altro, in effetti), un ciclo di conferenze pubbliche gratuite, a formare un programma di una ideale Università.

A dicembre, i cittadini di queste colline saranno invitati a sfidare il freddo e l’oscurità per venire a sentire le mie chiacchiere.

DICEMBRE
. Martedì 4: “Eventi geologici che hanno portato alla formazione del territorio”
Docente: Davide Mana

. Martedì 11: “5 miliardi di anni di crisi globale”
Docente: Davide Mana

Che non paiono neanche male, come conferenze, no?
Se siete in zona, passate a trovarci.

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* ma mi piacerebbe averlo pronto per poterlo mettere in circolazione per la primavera.


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Buttiamola in politica

Post assolutamente egocentrico ed autopromozionale, ma con una vaga tematica ambientale (per cui, ci mettiamo la signora in verde come è ormai nostra abitudine).

Il fatto è che ho trascorso la mattinata facendo qualcosa che – sulla base delle mie regole personali – non avrei dovuto fare: ho recuperato una manciata di libri dallo scaffale tecnico, e mi sono messo a buttar giù un’ipotesi di conferenza pubblica.
Senza avere un committente.
Non solo lavoro nel weekend, quindi, ma senza neanche una speranza di retribuzione.
Suicida.

Il fatto è che mio fratello – che vive molto più vicino alla civiltà del sottoscritto – mi ha ricordato che il 12 ed il 13 di giugno ci sarà il referendum sull’acqua.
E me lo ha ricordato notando che non è che se ne parli granché.
I più paiono disinformati, non sembrano proprio intenzionati ad informarsi, e volendo essere cattivi, se ne infischiano.

Ma come diceva il poeta

I see through the glasses of the drunken blind
a city were tragedy is an industry
but it’s food for a healthy mind

.. e perciò, perché non approfittare del vuoto, ed organizzarsi per riempirlo?

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Verso l’ebookfest

Settembre è sempre un mese di fuoco.

Mentre si approssima la Notte dell’Iguana (quando, dove? guardate la pagina appositamente approntata qui sopra), si torna sulla strada.
A fine mese, Urbino – con i suoi nebbioni assassini ed il suo vento maledetto – per spingere avanti la tesi, e magari discutere di futuri lavori e pubblicazioni.
ebookfestE questo weekend, Fosdinovo, comune della Lunigiana dove si terrà l’ebookfest, fiera nazionale del libro elettronico.
Tre giorni di seminari, barcamp, tavole rotonde.
Alle 9.30 di sabato, dovrò intrattenere i campeggiatori appena svegli sul tema delle di narrative non lineari legate alle strategie di apprendimento.

Ed ora qualche anima candida potrebbe domandarsi cosa vada a fare io al festival del libro elettronico quando ho la fama di essere un vecchio rimbambito ancora legato al cartaceo, un’idiota che si compra su carta libri che si potrebbe scaricare gratis illegalmente in formato elettronico, uno che vuole che gli autori vengano pagati (follia!) e più in generale uno che gufa a morte sul libro elettronico.
Beh, molto semplicemente, si tratta di una fama fondata su una interpretazione molto superficiale delle mie posizioni.
Io non ho nulla contro l’ebook – ho casomai parecchio contro il modo in cui le major sembrano intenzionate ad utilizzarlo, avvantaggiandosi del fatto che i maggiori sostenitori “pop” dell’ebook si stanno concentrando sui problemi sbagliati.
E sono seriamente preoccupato che a farsi portavoce dell’ebook ci siano sostanzialmente lettori eccitati all’idea di non pagare ed editori eccitati all’idea di guadagnare a carrettate, ma maledettamente pochi autori.
E poi io vado a parlare di ebook didattici.

Ammesso che funzioni, naturalmente.
Mancano tre giorni, e non ho ancora una presentazione pronta.

Ce l’avevo, eh. Davvero.
Una bella presentazione fatta in Impress, con tutte le sue cosimne al posto giusto.
Garr Reynolds sarebbe stato fiero.
L’ho cestinata ieri pomeriggio.
Completamente – inutile portarsi dietro strascichi.

Il fatto è che è molto difficile, da un punto di vista ideologico, oltre che dal punto di vista grafico, parlare di narrative non lineari utilizzando uno strumento che è graniticamente lineare come la presentazione con le slide.
Vero, avrei potuto usare VUE, e costruire una presentazione-mappa mentale.
Ma poi sarebbe stato difficile condividerla.
L’alternativa, che mi tenta fin da quando questa faccenda delle narrative non lineari è venuta fori, è naturalmente fare una presentazione senza slide, usando solo un paio di prop.
Parlare di editoria elettronica senza strumenti elettronici.

Eppure è importante che il messaggio arrivi.
L’ebook non può limitarsi ad essere un libro cartaceo scandito e trasformato in pdf.
L’ebook, specie nella didattica, deve avvalersi di tutte le potenzialità che il formato elettronico mette a disposizione.
E deve adattarsi il più possibile al modo in cui il nostro cervello raccoglie, incasella e organizza le informazioni.
Il principale problema del libro elettronico è che è ancora troppo maledettamente legato al tentativo di emulare il cartaceo – una partita persa fin dall’inizio, visto che nulla riesce ad essere un libro meglio di un libro.

Riuscirò a penetrare le foschie mattutine e a contribuire qualcosa di costruttivo?
O finirò cacciato da Fosdinovo, braccato da una marmaglia di docenti, editori e specialisti in didattica armati di fiaccole e forconi?

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Parla con me

OK, storia di vita vissuta…

Era il… mah, diciamo il 1985, quando la mia insegnante di matematica al liceo decise di dare una infarinatura di programmazione a noi studenti.
Animata dalle migliori intenzioni di questo mondo (1985, ricordate… Commodore 64?), la signora mise insieme alcune slide per insegnarci i primi rudimenti del linguaggio Basic.
E per slide intendo, ovviamenti, fogli di lucido con sopra testo ed immagini tracciati col pennarello.
Testo.
If… Then… For… Next… GoTo… 10… 20… 30… 40…
E Puffi.

In uno dei più clamorosi passi falsi della storia della didattica che io riesca a ricordare, la mia insegnante di matematica al liceo aveva pensato che il modo migliore per… per raggiungere dei quindicenni armati di 64 kilobyte di RAM e sogni cyberpunk… lo strumento adatto per sfondare la parete del disinteresse… aveva pensato che fossero gli ometti blu di Peyo.

La questione – sollevata dal mio amico Fulvio su assist di IguanaJo – è: come faccio a parlare coi sedicenni.

Primo suggerimento – evitare i Puffi.

Ma la questione non è affatto banale.

Giriamola in una versione più generica – come faccio a raggiungere il pubblico?
Nel momento in cui ha in mano il mio racconto, sul piatto il mio disco, è seduto sulle sedie dell’aula in cui tengo una conferenza…
Nel momento in cui elementi come il marketing, la grafica, il passaparola o semplicemente l’obbligo lo hanno messo nelle mie mani, come faccio ad impedirgli di mollare tutto?
Come faccio ad interessarlo?
E nel caso di un dialogo, come faccio a tirarlo fuori dal suo guscio?

Il buonsenso – parente stretto della pudenza, della quale abbiamo parlato malissimo nell’ultimo post – ci suggerisce di cercare un terreno comune, un linguaggio condiviso.
Il problema, ovviamente, è che – per tutta una serie di motivi – potremmo avere una illusione di condivisione.
Potremmo credere che una ventina di quindicenni siano davvero più interessati alla programmazione dei computer se gliela insegnamo con i Puffi.
E perché no – nel 1985 i Puffi erano la spina dorsale della programmazione televisiva per ragazzi.
Poi, certo, i quindicenni guardavano Drive In, non i Puffi.
Gli smanettoni avevano visto Tron, Wargames e Electric Dreams.
Ma… I Puffi?
Forse è la distanza, che produce uno schiacciamento – a quarant’anni è facile considerare quindicenni e dodicenni come membri dello stesso gruppo.
Il risultato?
Ve lo lascio immaginare.

Ma allora, come li acchiappiamo, ‘sti ragazzini?

Io sono per prenderli completamente in contropiede.
Devo parlare di evoluzione? Proietto una foto di Charlize Theron, poi una di Hugh Jackman (bisogna pensare anche alle signore in sala).
Prossimamente dovrò parlare di editoria elettronica… prevedo di partire parlando di viaggi in treno.

Il rischio è che parte del pubblico decida che quello che ballonzola davanti allo schermo è un guitto, un idiota o un perditempo, e si alzi e se ne vada – o rimanga sul fondo (come capitò ad un mio corso, anni addietro) a postare su Facebook commenti taglienti sulla lezione.
Ma la curiosità è una brutta bestia – e noi esseri umani siamo scimmie curiose.

Questo, ovviamente, nel dovermettere in piedi una lezione.
Ammetto che, sulla base delle mie poche esperienze coi liceali, per entrare in un’aula di sedicenni a tenere una lezione, oggi come oggi, vorrei un’atirabbica e una pistola carica.
Oltre alla patina di disinteresse ostentato – ehy, hanno sedici anni, non c’è nulla che nessuno possa insegnar loro, giusto? – c’è anche una aggressività malate che mi spezza il cuore, e che li rende spesso quasi inaccessibili.
Ma dietro opportuno pagamento, potrei anche provarci.

Di sicuro, cercherei di evitare di imitare il loro linguaggio o il loro atteggiamento.
L’essere una strana bestia, il membro di un’altra tribù, se mi danneggia rendendoli ostili, dall’altra mi aiuta perché li incuriosisce.
Ed eviterei anche i confronti – ai miei tempi, quando ero giovane io, quando io avevo la vostra età…
E l’accondiscendenza.
Tutte cose che mandano in bestia una persona intelligente, e che gli idioti hanno imparato a riconoscere come segnale che ora la palla è nel loro campo, e possono fare quel che vogliono.

Rimane poi, naturalmente, un ultimo punto da ponderare.
Ma io, con ‘sti sedicenni, ci voglio davvero parlare?
In altre parole, il mio pubblico, è quello col quale vorrei veramente mettermi in comunicazione?

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Power(Point) to the People!

Questo post avrei voluto scriverlo in inglese.
E poi spedirlo a Garr Reynolds.
Oh, non è detto che non lo faccia, ma per ora, restiamo fedeli alla lingua patria.

Pork chop express, quindi, a base di PowerPoint.

PowerPoint non è il meglio disponibile sulla piazza.
Si tratta di un buon pezzo di software, e di un utile strumento – ma niente di trascendentale.
PowerPoint, sostanzialmente, trasforma il nostro computer in un proiettore di diapositive, fornendoci anche le opzioni relative alla forma ed i contenuti di quelle diapositive – aggiungiamo testi, figure, animazioni.
Il fatto che le opzioni offerte siano scarse e bidimensionali è una triste verità – ma possiamo aggirare il problema.
Renderci conto delle autentiche potenzialità del mezzo, e sfruttarle in maniere nuove, e sorprendenti.

Nei giorni passati sono rimasto assolutamente sorpreso da un uso inaudito di PowerPoint.
La situazione – dotta conferenza.
Il relatore, di altissimo profilo, assalta i sensi e le convinzioni più radicate del pubblico con una sequenza di una ottantina di slide PowerPoint.
Fondo blu a gradiente.
Testo in bianco avorio.
Un 70% abbondante di immagini.
Non ho né l’intenzione né la capacità per valutare i contenuti – che tuttavia, viste le premesse, possiamo presumere eccellenti.
Non mi interessano, a questo punto, i contenuti.
Il mio interesse per l’intera faccenda, infatti, comincia solo dopo la presentazione.
Quando alcuni degli astanti chiedono di poter avere copia delle slide, a futuro riferimento.

Ora, ad una richiesta del genere, si potrebbe essere radicali – e rispondere di no.
Oppure si potrebbe essere banali – e lasciare una copia del file sul server locale, affinché possa venire scaricato dagli interessati.
Si potrebbe prendere la via dell’ingenuità, e far girare la chiavetta USB sulla quale è registrata la presentazione.
O dimostrare un’efficienza nipponica, ed avere pronte cinquanta copie watermarkate della presentazione, bruciate su CD, da regalare a coloro che la chiedono.
O vendergliela!
O si potrebbe essere subdoli, e chiedere l’indirizzo mail degli interessati, e spedir loro una copia zippata del file.

E invece no.
La risposta è, ok alla copia, ma solo in cartaceo.
A stampa.
Da qui, la situazione diventa, prima, brutalmente matematica – 80 slide per 50 interessati, 4000 fogli, 8 risme di carta, una cartuccia di toner – e poi, semplicemente, meccanica – ci vuole un omino che, stampata una copia master delle slide, vada all’unica fotocopiatrice del centro congressi, e stampi le cinquanta copie.
Poi, poiché la copiatrice non fascicola, riordinare le copie.
Graffettarle.
Distribuirle.
Tre ore di lavoro.

Un delirio.

Ora, io non sono un guru delle presentazioni… quello è Garr Reynolds, che ha scritto un libro splendido (ma davvero!), che si intitola Presentation Zen, e che, se lavorate con Power Point o simili e non l’avete letto, scusate, ragazzi, siete solo degli sfigati (e direi che è anche uscito in italiano)… non sono un guru, dicevo, ma un paio di idee vorrei metterle giù, perché evidentemente, per alcune persone che vivono da alcuni decenni in ambito accademico facendo tre-quattro presentazioni la settimana, alcune sottigliezze di PowerPoint sono finora sfuggite.

Vediamo…
1 . stampare le slide per distribuirle dopo la presentazioni è semplicemente stupido.
Può essere utile – diavolo, è utile! – fornire prima della presentazione una copia cartacea delle slide principali, in modo che il pubblico possa seguire meglio il discorso, ed annotare le immagini.
2 . se si vuol rendere disponibile il materiale ai partecipanti, meglio, molto meglio, avere il file caricato su un server facilmente accessibile è facile, veloce e indolore.
3 . sia nel caso 1 che nel caso 2, qualora non si volessero fornire ai partecipanti parte dei contenuti (per motivi di copyright, di discrezione o che altro), allora è possibile preparare un secondo file (senza i contenuti sensibili) o una stampata annotabile (idem) prima della presentazione.
4 . più in generale, sarebbe opportuno discutere di tutte queste opzioni con l’organizzazione prima dellapresentazione.
5 . e partire comunque dal presupposto che ci sarà sempre almeno un partecipante che chiede una copia.

Seguire queste semplii regole – che non si trovano sul manuale di PowerPoint, né nel libro di Garr Reynolds (che però… ve l’ho già detto che è grande, vero?) permetterebbe di evitare che qualcuno dell’organizzazione, di solito l’ultima ruota del carro, finisca nello sgabuzzino della copiatrice a respirare vapori d’ammoniaca per tre o quattro ore, perdendosi tutto il resto del convegno.
Egarantirebbero ad elementi certamenti luminosissimi del mondo accademico nazionale di andarsene perseguitati dall’orrida vox populi…
“Il prof. Tal dei tali? Un genio… certo, non distingue un PowerPoint da una falciatrice, ma…”