strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Contratti

Ho appena firmato e spedito un contratto: il mio racconto Sapiens, stampato l’anno passato dalla rivista Dreamforge, verrà ristampato in una antologia de “il meglio di…”. Non è una cosa che mi porti molti soldi in cassa (si tratta dopotutto di una ristampa) ma è una notevole tacca sul calcio della macchina per scrivere. Un bel riconoscimento della qualità di ciò che scrivo.
Anche queste gratificazioni, per quanto immateriali, sono importanti.

Intanto, un mese fa, ho firmato un contratto con un editore per un nuovo libro. Loro mi hanno cercato chiedendomi se ero disponibile, io ho mandato loro un’idea, gli è piaciuta, mi hanno mandato un contratto, l’ho firmato.
E da un mese aspetto il contratto controfirmato e, possibilmente, l’anticipo patuito.

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Non smettere di crederci

Quando scrivo le mie storie è facile: apro un nuovo file con Scrivener, e comincio a buttarci dentro appunti, link, fotografie, e via.

Per i progetti diversi, i corsi, le conferenze, spesso anche i giochi, Patreon, le cose strane… in questi casi il mio procedimento è un po’ diverso.

Di solito parto con un quadernone a spirale, di quelli di Lidl, e una penna biro infilata nella spirale. Poiché parto dal presupposto di usarlo in ambienti poco ortodossi, di solito ci infilo nella copertina dietro un bel foglio di cartone spesso, di quello da imballaggio, per rendere la struttura più rigida. Lo tengo fermo con delle clip a molletta che nel corso dei lavori serviranno anche a tenere assieme ritagli, fogli volanti e altre cose. Continua a leggere


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La forma delle cose a venire (2)

unnamedDicono che periodicamente postare un elenco dei lavori in corso può essere interessante per alcuni.
Magari portare vendite.
Beh, chissà.

Io non è che sia proprio molto portato, a parlare delle cose a venire, specie di quelle che hanno a che fare con la mia scrittura, un po’ per un senso scaramantico, un po’ perché una volta scritte sul blog, eh, tocca portarle alla fine.
Il che è un buon modo per obbligarsi a lavorare, ma anche un buon modo per fare delle figure barbine.
Di sicuro, mi aiuta a mettere in ordine le idee.

Al momento, il progetto prioritario è la presentazione per la discussione della tesi di dottorato, che si terrà fra due settimane.

Vale il solito principio – un’ora di lavoro per ogni minuto di presentazione.

Intanto…  Continua a leggere


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Still Got Them Mother Nature Blues

82547_1926.12_Ipswich_Witch_2_1000_122_557loIl giorno della Befana è una specie di secondo Capodanno, per me, così come per la mia famiglia è stato a lungo una sorta di Natale 2 – mia madre era nata il 7 di gennaio, e quindi noi la festeggiavamo il 6.
Ci si scambiava regali, si rideva.

Per me questa Befana è un ulteriore capodanno surrogato – domani comincia la decade di fuoco, che si dovrebbe concludere con – nell’ordine:

. la consegna della mia tesi di dottorato in segreteria
. la mia presentazione all’Unitre di Incisa Scapacino di Avventurieri sul Crocevia del Mondo, in occasione di una lezione sulla storia della Via della Seta
. la pubblicazione della nuova storia di Aculeo & Amunet

Oltre, come sempre, si estende il grande mare dell’imponderabile.
Ci sono dei piani, dei progetti, delle idee, ma, come cantavano gli Styx, Nothing Ever Goes as Planned.

E quindi io oggi poltrisco, e voi, se avete voglia, ascoltatevi gli Styx

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Perché non ci riusciamo

Questa è una specie di top five che avrei preferito non fare.
E tuttavia si tratta di riflessioni che ho in macchina da parecchio, stimolate da alcune disavventure recenti.
Ho anche messo giù qualche appunto, in preparazione di un incontro che dovevo avere ieri pomeriggio (domani pomeriggio al momento di scrivere questa pagina).
Perché allora non condividerle, per vedere cosa ne viene fuori?

Il fatto è che, come in tutti i grandi momenti di crisi, stare fermi con gli occhi chiusi sperando che passi non è la soluzione.
Lo stato di crisi è anche foriero di opportunità, di possibilità reali.
La regola di base, nel momento in cui la catastrofe ci investe è – rimboccarsi le maniche, e non smettere di pensare.

Ma allora perché non lo facciamo?
Perché stiamo affrontando supinamente ciò che ci sta investendo -a livello personale e collettivo?
Perché, per dire, la crisi dei posti di lavoro significa il crollo delle ricerche di lavoro?

Qui di seguito ci sono alcune idee.
Una specie di modello del fallimento cronico ed irreversibile.

E già che ci sono, vorrei fare osservare che si tratta di un modello scalabile – non importa che si lavori a livello personale, familiare, di condominio, di isolato, di quartiere, di centro abitato o di regione… i fattori in gioco sono sempre gli stessi. Continua a leggere


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E se ci mettessimo una pietra sopra?

C’è qualcosa nell’aria.
Se ne è parlato sul blog di Elvezio Sciallis e su quello di Alex Mcnab.
Se ne è parlato stamani in macchina, mentre accompagnavo un amico all’aeroporto.
Se ne è parlato lo scorso fine settimana con mio fratello.
È ora che il pork chop express torni a correre…

Dice Elvezio…

Frequento la Rete da un po’ e ho il blog (contando la precedente edizione) da parecchio tempo. Ecco, vedo nelle risposte, nel corso degli anni e su varie tematiche, un progressivo aumentare del pessimismo in ogni campo.

… o, se preferite la versione di Alex

Ci sono stati un paio di articoli su altrettanti blog, con relativi commenti, che mi hanno spinto a mettere nero su bianco questa semplice riflessione. In breve: noi italiani ci siamo oramai rassegnati al pessimismo?

Con mio fratello, invece, abbiamo parlato di Alec Guinness, e de Il Ponte sul Fiume Kwai.
Ve lo ricordate?
Faceva più o meno così…

Il Ponte sul Fiume Kwai è la storia di uno che si spacca la schiena per costruire un ponte, e poi i suoi nemici ci passano sopra.
Ed i suoi amici lo uccidono.

Ero appena laureato quando, alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario, proposi ad una istituzione torinese molto aperta alle proposte “dal basso”, un’idea per un corso aperto al pubblico.
Un bel ciclo di lezioni sui dinosauri.
Si dissero molto interessati.
Si fecero lasciare i dettagli.
Mi dissero che mi avrebbero contattato.
Ed infatti lo fecero – per propormi l’iscrizione al ciclo di lezioni che io avevo delineato, che da quell’anno, e per alcuni cicli, vennero tenute da un mio ex docente dell’Università.

Inutile dire che il lunario lo sbarcai diversamente.

Nel maggio scorso, in occasione del Salone del Libro di Torino, presi contatto con un’altra nota istituzione torinese, proponendo anche questa volta un’iniziativa che avrebbe portato un paio di euro nelle mie tasche e che si inseriva perfettamente nella loro offerta al pubblico.
Avendo capito l’antifona, invece di proporre un tema accademico – dove un ex docente o un ex compagno di corso avrebbero potuto farmi concorrenza – proposi un tema legato alle mie (troppe) attività extracurricolari, e che brilla tutt’ora per la sua assenza nel panorama didattico/divulgativo nazionale.
Si dissero molto interessati.
Si fecero lasciare i dettagli.
Mi dissero che mi avrebbero contattato.
Non l’hanno fatto – ma oggi sfogliando La Repubblica scopro che la mia idea è stata messa in pratica, ed il ciclo di incontri che avevo proposto si terrà a partire da questo mese.
Con la partecipazione di un mio buon amico, scrittore di eccellente livello, nel ruolo che avevo immaginato per me stesso.

Ora, non ho una particolare animosità, ovviamente, né nei confronti del mio ex docente (che oltretutto fu sempre molto corretto con me prima e dopo la laurea) né tantomeno nei confronti del mio amico scrittore (che certamente non sa nulla di tutta questa incresciosa faccenda, e se lo sapesse ci resterebbe male).
No, è il Sistema, se mi si passa la definizione un po’ anni ’70, che mi avvilisce profondamente.

Anche perché non mi bastano le dita per contare tutte le occasioni in cui il succo di questi due episodi si è ripetuto negli ultimi dieci anni.
Ed ovviamente non sono l’unico, non sono il solo, e se di sicuro non sono il primo certamente non sarò l’ultimo ad avere simili esperienze.
Quanti progetti ho visto fallire per l’inerzia del sistema?
Quanti ne ho visti bocciare salvo poi riemergere sei mesi dopo, nelle mani di qualcun’altro?
Quanti amici ci hanno sbattuto il naso?
E quanti amici si sono adattati al sistema, accettando la regoila implicita – devi lasciarti buggerare un paio di volte per acquisire il diritto di buggerare gli altri….

Perciò, per ricollegarmi a ciò che dicevano Elvezio ed Alex, sì, c’è molto pessimismo.
E c’è la sostanziale consapevolezza del fatto che siamo un popolo di cinici figli di puttana.
Non è il caso di usare eufemismi o giri di parole.
L’idea di una collaborazione alla pari è ormai velata di ridicolo.
Se davvero le buone idee non crescono sugli alberi, di sicuro si possono soffiare al prossimo senza neppure un ringraziamento.
Il vecchio, classico e un po’ squallido “Una mano lava l’altra…” è stato sostituito dal lavaggio a secco di una sola mano, la mia.
Che è molto zen, ma non mi consola.

Il pessimismo, quindi, non nasce dal fatto di essere stati più o meno buggerati da istituzioni senza volto o conoscenti ed amici stimatissimi, ma nasce dalla consapevolezza che la collaborazione è finita, e quindi mettere su strada qualsiasi nuova iniziativa richiederà più tempo, più fatica, più umiliazioni.
E comporterà il rischio di finire come il Ponte sul Fiume Kwai.

E allora, perché non ci mettiamo una pietra sopra?
Perché non la smettiamo di sbatterci come selvaggi a fronte di pidocchiosi rimborsi spese?
Perché non ci lasciamo alle spalle i consiglieri e gli assessori con le loro mazzette ed i loro portaborse, i circoli e le associazioni popolati di zombie, i digerati ghiotti di sushi gratis, i piccoli Hitler con i loro gentlemen’s agreements tutti trattabili e tutti discutibili, e tutti quelli che sono pronti a collaborare, purché si faccia come dicono loro?
Perché non starsene a casa, con un buon libro ed una teiera fumante, e lasciare che si scannino fra loro?

In fondo, chi possiede una discreta vita intellettuale – e, perdonatemi la presunzione, se leggete questo blog, la possedete – ha di meglio da fare che perder tempo a compilare proposte e poi vedersele bocciare, salvo poi leggerne sul giornale sei mesi dopo.

E ancora, perché scrivere, se nessuno ci pubblica ed ancor meno ci leggono?
Perché suonare… fare foto… disegnare… cucinare qualcosa che non sia la solita sbobba?
Blog… facebook… twitter… a che pro?

Un buon disco, un buon libro, un paio di amici una volta ogni tanto, per parlare di viaggi, e di donne…
Un po’ d’aria buona.
Perché darsi tanto da fare?
Perché non dare partita vinta ai cinici figli di puttana?

Io credo che sia perché siamo delle maledette scimmie.
Siamo animali sociali.
Ci piace condividere ciò che ci piace.
E sognamo un giorno di poterci guadagnare da vivere facendolo.
E sappiamo che se non si continua, in faccia a quei personaggi ed al Sistema – perché i personaggi in questione non hanno il controllo ma l’illusione del controllo, sono solo parte della macchina – il gioco, che è difficile, faticoso, privo di ricompense materiali, ma perdio, è il nostro gioco, rischia di finire.

E quindi, io chiudo la Repubblica e mi domando cosa fare adesso.
Che è naturalmente una domanda retorica.
Si torna al tavolo di lavoro, e si progetta la prossima idea, si pianifica la prossima collaborazione…
E poi come al solito, ci si butta.

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