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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Cento anni con l’Uomo Scimmia

Sono passati cento anni da che Edgar Rice Burroughs, giovanotto di belle speranze con molte variegate esperienze alle spalle e intrappolato in un improbabile lavoro di rappresentante di temperamatite, si mise d’impegno per scrivere una storia avventurosa come gli sarebbe piaciuto leggere, disgustato da ciò che veniva pubblicato sulle riviste che gli capitava di acquistare.

Nel 1912, Burroughs pubblicò due romanzi.
Uno era Under the Moons of Mars, alias A Princess of Mars, il primo romanzo del ciclo di John Carter.
L’altro era Tarzan of the Apes, il primo romanzo del ciclo di Tarzan.

Ora, di Tarzan abbiamo discusso estesamente in passato.
Rip-off dei Libri della Giungla di Kipling1, metafora del buon selvaggio, concentrato di superominismo, testo fondante della letteratura pulp, testo sacro su una divinità moderna (a sentire Farmer), romanzo tutt’altro che per ragazzi declassato a narrativa per ragazzi, punto nodale delle vicissitudini avventurose di tutti coloro che venenro prima e di tutti coloro che sarebbero venuti dopo in letteratura (a sentire Farmer, e due), ispiratore di uno dei più grandi personaggi cinematografici di tutti i tempi, uno dei grandi seduttori della narrativa popolare…

C’è a chi non piace.
Succede.

Come ho sostenuto altrove, la potenza di Burroughs non risiede nella sua tecnica di scrittore (che pure è solida, semplice ma efficiente), ma nella sua insuperabilità come narratore. Continua a leggere


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Talbot Mundy

Strane connessioni.
Striscio nottetempo attraverso la rete in cerca di notizie di Tarzan.
Cosa ne è stato dei romanzi di Burroughs, dei film di Johnny Weissmuller?
Ne ho già parlato – l’uomo scimmia è stato rimosso dal nostro immaginario; troppo politicamente scorretto, troppo poco vestito, pericolosamente ambientalista ma pronto a fare la lotta nel fiume col coccodrillo…
E così, incespicando su Edgar Rice Burroughs, casco e rotolo giù nel limbo dei giganti rimossi – Emilio Salgari, H. Rider-Haggard, Anthony Hope, Rafael Sabatini, W.E. Johns, Dennis Wheatley, fino a schiantarmi su quel colosso che è Talbot Mundy.
Davanti alla statua basaltica pre-atlanteana che ricorda Mundy e le sue gesta letterarie mi genufletto tre volte, e mi si scalda il cuore per la peraltro misera consolazione che un bel plico dei lavori dell’autore inglese sia reperibile attraverso le pagine del Progetto Gutenberg.

mundypic.jpgNato William Lancaster Gribbon in quel di Londra nel 1879, il giovane che sarebbe divenuto autore di riferimento per scrittori quali Robert E. Howard, Leigh Brackett, C.L. Moore, Fritz Leiber e Michael Moorcock, fuggì di casa per cercare avventure, prima entrando a far parte della troupe di un circo (esiste qualcosa di più classico?) in Germania, e poi spostando il proprio sguardo più lontano, in Africa e in Asia.
Quindici anni dopo, avendo servito come militare nella Guerra Boera (o così diceva lui) e passato qualche tempo ai lavori forzati in Kenya per aver bracconato elefanti, si stabilì negli Stati Uniti (arrivandoci dal Sudafrica, passando per l’Australia) e prese a sfornare narrativa con lo pseudonimo di Talbot Mundy.
Sarebbe anche stato conosciuto coi nomi di Makundu Viazi, Talbot Chetwynd Miller Mundy (figlio del conte di Shrewsbury), Thomas Hartley e Walter Galt.
Resta ancora da verificare se abbia davvero servito nei servizi segreti britannici in medio ed estremo oriente.
Insomma, non un tipo noioso.

Cantore dell’epica coloniale britannica e di un mondo segreto ed eroico mai esistito, sospeso fra suggestioni teosofiche, misteri della giungla e vibrazioni proto-lovecraftiane, Mundy fu uno dei personaggi centrali nella creazione di una narrativa storico-avventurosa con elementi fantastici dalla quale discendono tutti i grandi eroi – da Conan e Solomon Kane giù giù fino a Indiana Jones.
Parallelamente, con le storie dedicate a Tros di Samotracia ambientate durante l’invasione romana della Britannia, Mundy riuscì a mescolare storia antica, spionaggio, intrigo e fantasy, in un baraccone pirotecnico che ha dentro tutto – dai druidi a Giulio Cesare, da Cleopatra ai pitti assetati di sangue – senza mai perdere una battuta.
Autore competente, ben informato e con una prosa colorita e personale, Mundy rimane ancora oggi – al suo meglio – un gran divertimento.
Per dare un’idea del tipo, ecco l’incipit di Jimgrin and Allah’s Peace (del 1936)

There is a beautiful belief that journalists may do exactly as they please, and whenever they please. Pleasure with violet eyes was in Chicago. My passport describes me as a journalist. My employer said: “Go to Jerusalem.” I went, that was in 1920.

I had been there a couple of times before the World War, when the Turks were in full control. So I knew about the bedbugs and the stench of the citadel moat; the pre-war price of camels; enough Arabic to misunderstand it when spoken fluently, and enough of the Old Testament and the Koran to guess at Arabian motives, which are important, whereas words are usually such stuff as lies are made of.

Mi vien quasi da paragonarlo ad un attacco di un brano jazz – nelle prime quattro battute, rapide e disordinate, gli strumenti cascano dentro la melodia.
Che poi parte a razzo, ironica e sincopata, nelle strofe successive.
Ci acchiappa.
Ci tira dentro.
Pulp fiction, che diamine, ma di quella vera e certificata.

om.jpgE che dire di questo frammento, preso da OM: The Secret of Ahbor Valley (1924)

There used to be a cafe, in Vienna, where a man might learn enough in fifty minutes to convince him that Europe was riding carelessly to ruin; but that was before 1914 when the riders, using rein and spur at last, rode straight for it.

È una frase assolutamente “buttata via”, poiché mai più – nelle duecento e più pagine successive – sentiremo far menzione di quel particolare caffé di Vienna.
Ma quante funzioni svolge?
Data la nostra storia, ne colloca i riferimenti politici, allude ad una vasta ragnatela di informazioni nascoste agli occhi dei più, e ne certifica l’affidabilità…
Col paragrafo successivo siamo trasportati in India, e dopo un altro breve paragrafo, l’avventura comincia.

Ora lo so, me ne rendo conto, sembro un vecchio nostalgico, perduto nel ricordo di quando i libri si scrivevano a mano o a macchina, e che brontola in un angolo dicendo che “non li fanno più come una volta”.
Ma non è esattamente così.
Il passato nasconde tesori dimenticati.
Scoprire e leggere Mundy (e tutti gli altri autori che l’editoria ha consegnato all’oblio) potrebbe portare molti lettori a rivalutare le proprie attuali infatuazioni, e molte delle proprie convinzioni scolpite nella roccia su cosa sia fantastico (saghe norrene o niente, vero?), su cosa sia valido, su cosa funzioni.
Potrebbe addirittura insegnare ad alcuni autori molto popolari a scrvere meglio.
Ma credete che succederà?

Qui da noi qualcosa deve essere uscito – ma il Vegetti mi abbandona non listando nemmeno il povero Mundy.
Qualcosa nel dopoguerra?
Mascherato da romanzo mainstream, da narrativa avventurosa per ragazzi?
Chissà.

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