strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Parla con me

OK, storia di vita vissuta…

Era il… mah, diciamo il 1985, quando la mia insegnante di matematica al liceo decise di dare una infarinatura di programmazione a noi studenti.
Animata dalle migliori intenzioni di questo mondo (1985, ricordate… Commodore 64?), la signora mise insieme alcune slide per insegnarci i primi rudimenti del linguaggio Basic.
E per slide intendo, ovviamenti, fogli di lucido con sopra testo ed immagini tracciati col pennarello.
Testo.
If… Then… For… Next… GoTo… 10… 20… 30… 40…
E Puffi.

In uno dei più clamorosi passi falsi della storia della didattica che io riesca a ricordare, la mia insegnante di matematica al liceo aveva pensato che il modo migliore per… per raggiungere dei quindicenni armati di 64 kilobyte di RAM e sogni cyberpunk… lo strumento adatto per sfondare la parete del disinteresse… aveva pensato che fossero gli ometti blu di Peyo.

La questione – sollevata dal mio amico Fulvio su assist di IguanaJo – è: come faccio a parlare coi sedicenni.

Primo suggerimento – evitare i Puffi.

Ma la questione non è affatto banale.

Giriamola in una versione più generica – come faccio a raggiungere il pubblico?
Nel momento in cui ha in mano il mio racconto, sul piatto il mio disco, è seduto sulle sedie dell’aula in cui tengo una conferenza…
Nel momento in cui elementi come il marketing, la grafica, il passaparola o semplicemente l’obbligo lo hanno messo nelle mie mani, come faccio ad impedirgli di mollare tutto?
Come faccio ad interessarlo?
E nel caso di un dialogo, come faccio a tirarlo fuori dal suo guscio?

Il buonsenso – parente stretto della pudenza, della quale abbiamo parlato malissimo nell’ultimo post – ci suggerisce di cercare un terreno comune, un linguaggio condiviso.
Il problema, ovviamente, è che – per tutta una serie di motivi – potremmo avere una illusione di condivisione.
Potremmo credere che una ventina di quindicenni siano davvero più interessati alla programmazione dei computer se gliela insegnamo con i Puffi.
E perché no – nel 1985 i Puffi erano la spina dorsale della programmazione televisiva per ragazzi.
Poi, certo, i quindicenni guardavano Drive In, non i Puffi.
Gli smanettoni avevano visto Tron, Wargames e Electric Dreams.
Ma… I Puffi?
Forse è la distanza, che produce uno schiacciamento – a quarant’anni è facile considerare quindicenni e dodicenni come membri dello stesso gruppo.
Il risultato?
Ve lo lascio immaginare.

Ma allora, come li acchiappiamo, ‘sti ragazzini?

Io sono per prenderli completamente in contropiede.
Devo parlare di evoluzione? Proietto una foto di Charlize Theron, poi una di Hugh Jackman (bisogna pensare anche alle signore in sala).
Prossimamente dovrò parlare di editoria elettronica… prevedo di partire parlando di viaggi in treno.

Il rischio è che parte del pubblico decida che quello che ballonzola davanti allo schermo è un guitto, un idiota o un perditempo, e si alzi e se ne vada – o rimanga sul fondo (come capitò ad un mio corso, anni addietro) a postare su Facebook commenti taglienti sulla lezione.
Ma la curiosità è una brutta bestia – e noi esseri umani siamo scimmie curiose.

Questo, ovviamente, nel dovermettere in piedi una lezione.
Ammetto che, sulla base delle mie poche esperienze coi liceali, per entrare in un’aula di sedicenni a tenere una lezione, oggi come oggi, vorrei un’atirabbica e una pistola carica.
Oltre alla patina di disinteresse ostentato – ehy, hanno sedici anni, non c’è nulla che nessuno possa insegnar loro, giusto? – c’è anche una aggressività malate che mi spezza il cuore, e che li rende spesso quasi inaccessibili.
Ma dietro opportuno pagamento, potrei anche provarci.

Di sicuro, cercherei di evitare di imitare il loro linguaggio o il loro atteggiamento.
L’essere una strana bestia, il membro di un’altra tribù, se mi danneggia rendendoli ostili, dall’altra mi aiuta perché li incuriosisce.
Ed eviterei anche i confronti – ai miei tempi, quando ero giovane io, quando io avevo la vostra età…
E l’accondiscendenza.
Tutte cose che mandano in bestia una persona intelligente, e che gli idioti hanno imparato a riconoscere come segnale che ora la palla è nel loro campo, e possono fare quel che vogliono.

Rimane poi, naturalmente, un ultimo punto da ponderare.
Ma io, con ‘sti sedicenni, ci voglio davvero parlare?
In altre parole, il mio pubblico, è quello col quale vorrei veramente mettermi in comunicazione?

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