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Nessuna pietà per il crimine.

Post leggero ed estivo per questo venerdì.

Sono tre giorni che ascolto ossessivamente un disco del 2005, intitolato Tough on Crime, dell’artista inglese Rebecca Pidgeon.
Che sarebbe, per chi se la fosse persa, la nipote di Walter Pidgeon.
Sì, quello de Il Pianeta Perduto – colossale caratterista canadese.

Tough on Crime è il quinto disco della Pidgeon, che affianca alla carriera di cantautrice quella di attrice, ed è la moglie di David Mamet (dici niente).
Della Pidgeon ho sentito tutto, tranne l’ultimissimo, appena uscito Slingshot.
La ragazza (è del ’65, siamo praticamente coetanei, posso chiamarla ragazza) ha viso simpatico, una bella voce, dei testi intelligenti, suona la chitarra in maniera molto cantautorale.
Ma non è solo cantautorale, come taglio e impostazione.

Il disco d’esordio, The Raven, del 1994 ma scoperto su una bancarella a fine anni ’90, è una strana cosa, un disco che alterna brani vagamente folk a pezzi più decisamente jazzati.
The Raven, insieme con The New York Girls Club, è un disco che mi fa pensare a una periferia urbana che sfumna nella campagna – è l’unico modo che ho per visualizzare la miscela di suoni tradizionaleggianti e ritmi dispari. A tratti la voce della cantante è stranamente dissonante, in maniera tutt’altro che spiacevole, e strana – in contraddizione coi canoni del folk.

Ma Tough on Crime è diverso.
La virata è decisamente verso il quasi-jazz e un certo sound alla Steely Dan… che non è poi così strano, visto che alla chitarra elettrica c’è Walter Becker.
Mi piace, mi piace molto.
Il mix di storie di supereroi, di infanzie spese a spostarsi al seguito dell’esercito, di spazi urbani fumosi, di scrittura, di incomprensioni… è in linea con il modo in cui mi gira in questi giorni.
Si adatta maledettamente a queste notti afose – e sarà anche ottimo per le brume invernali.
Il disco include anche una Come back to Sorrento che non è quello che ci si aspetterebbe.
Il successivo Behind the Velvet Curtain prosegue sulla stessa strada.
Ed ora sono curioso di sentire Slingshot (che in Italia costa 18 euro, in Germania 8… non facciamoci delle domande).

Ed a questo punto mi piacerebbe farvela sentire – ma l’unico video disponibile sul tubo della title track ha spiattellata sopra la foto di una bonazza estremamente convenzionale in maglietta strappata che non c’entra nulla, e mi rovina tutta la poesia.

E poi, la musica va ascoltata dal vivo, giusto?
E allora, live, l’anno passato…