strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Imperi Perduti

the end of an empire is a messy affair
(Randy Newman)

ozymandiasSì, lo so, di solito quando si parte a parlare di imperi perduti, si dovrebbe citare qualcosa di diverso da Randy Newman, chessò, Ozymandias o ShutrukNakhunte, ma io sono fatto così.
Io cito Randy Newman.

La mia amica Clarina, qui due celle più in giù lungo il corridoio del Blocco C, ha fatto ieri un bel post sui suoi imperi perduti.
Sì, come i grandi eroi dell’avventura classica, anch’io ho delle amiche che hanno i loro imperi perduti.
Ma a parte le mie sciocchezze, date un’occhiata al suo post, che merita.

Fatto?
Bene.

Ora, i miei imperi perduti.
Ah.
varie 011Sono nato e cresciuto a Torino.
Torino è la città perduta, in più di un senso.
I torinesi soffrono di questo complesso, che tutto è nato qui, ed è stato portato altrove.
A Milano, a Roma.
Per un breve istante, Torino fu la capitale d’Italia, e se lo porta dietro, un po’ come un arto fantasma, quel momento, come qualcosa di irrisolto.
E poi il resto – la rivoluzione industriale, il cinema, la televisione, la robotica…
C’è questa specie di presunzione di saccheggio, delle ricchezze della mia città.
E non è solo nella testa degli abitanti, ma anche nei parchi, nelle vie.
Per cui ci sono degli angoli di Torino, degli scorci, in cui questo spettro fatto di potenziali irrealizzati si sente molto forte.
Via Eleonora Duse.
Piazza Carlina.
Piazza Solferino.
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Al cuore dell’Impero

Mese di trasferte – mese di spese esorbitanti.
È vero che al Collegio Universitario di Urbino si dorme comodamente in camera singola con 18 euro per notte (volete scherzare?), ma è anche vero che i due pieni di benzina che mi servono per raggiungere Urbino da Castelnuovo Belbo e ritorno mi erodono tre banconote da cinquanta euro.
Più l’autostrada.
Più l’incresciosa abitudine di mangiare.
Il che significa che, facendo questo giochino due volte al mese, si rimane a secco.
Ergo – si tagliano le spese futili.
I libri, ad esempio.
Quelli da diporto – e speriamo di non doverne procurare di accademici.

Questo mese, quindi, solo due volumi*.
Uno dei due, atteso e prenotato da quasi un anno (e fortunosamente reperito su Amazon.co.uk a metà prezzo per promozione – ma tocca aspettare il 20 del mese perché esca).
L’altro, una interessante sorpresa – e a cento pagine e rotti posso già farne un discreto resoconto.

È agli atti che mi piace leggere saggi storici.
Non a tappeto, così come capita, un greco-romano oggi, un rinascimentale domani…
Ho le mie aree di interesse, i miei periodi preferiti.
Ci ho anche fatto dei post, a fine 2011, ricordate?

Epoca vittoriana.
Storia coloniale dell’Impero Britannico.
Ah, una fonte di inesauribile divertimento.
La quantità di personaggi improbabili e di situazioni paradossali, il mix di eroismo e cialtronaggine, non hanno pari.
E le località esotiche.

Ci sono un sacco di buoni libri sul periodo coloniale inglese – i meravigliosi saggi di Peter Hopkirk, tanto per cominciare (in Italia li pubblica Adelphi), o gli eccellenti Plain Tales from the British Empire e Soldier Sahibs di Charles Allen.
Come dicevo, sull’argomento ci ho già fatto un post.

Una ulteriore esplorazione della mistica dell’Impero – e di tutti gli elementi ben poco mistici alla sua origine – è il recente, divertentissimo Running the Show, di Stephanie Williams.
La Williams prende le mosse dai quattro faldoni contenenti le risposte ad un sondaggio (lo chiameremmo oggi) svolto nel 1879 fra i governatori coloniali britannici.
Come vivevano?
Quali problemi dovevano affrontare?
Di quali spese erano gravati?

Dalle risposte a quelle domande (“Spendo quanto un gentiluomo spenderebbe per mantenere la propria abitazione con un minimo di dignità”), l’autrice isola una decina di personaggi “esemplari”, e ne racconta le improbabili vicende.
Scopriamo allora che un governatorato coloniale era spesso un buon sistema per levarsi dai piedi personaggi secondari.
Scopriamo che se l’eccentricità, l’autocrazia, la follia e la debosciaggine potevano spesso macchiare il curriculum di questi personaggi, pochissimi di loro, in 150 anni, si rivelarono corrotti.
Scopriamo il fastidio di molti di loro per il razzismo dei compatrioti rimasti a casa, e persino (inimmaginabile!) un governatore vittoriano che ammetteva al proprio tavolo anche ospiti di colore.
Scopriamo la necessità di inventarsi soluzioni a crisi politiche, emergenze sanitarie, problemi dementi.
Scopriamo il vuoto istituzionale, l’assenza di amici e familiari, ed il destino ultimo di ombra e oscurità.
In India, Africa, Medio ed Estremo Oriente, Australia, Indie Occidentali…

In questo il libro della Williams sembra confermare ciò che traspariva già dalle interviste in Plain tales di Allen – l’Impero venne forgiato da una maggioranza di individui decentissimi, spesso francamente opposti alle politiche imposte dalla corona.
E se non furono certamente individui illuminati, per i nostri standard, non furono neanche gli esempi di abiezione che una certa mentalità politically correct vorrebbe farci sembrare.
Erano gente a posto, insomma.

Il volume è documentatissimo, con fonti primarie e stralci di lettere, diari e quant’altro.
E poi ci sono un sacco di immagini, un sacco di mappe, un sacco di riferimenti bibliografici.
Una buona lettura.
Dispiace, a questo punto, che sotto la lente della Williams non passi anche quello che fu, probabilmente, uno dei personaggi più interessanti del colonialismo inglese – quel James Brooke, Rajah Bianco di Sarawak, che Salgari trasformò in una sorta di Darth Vader vittoriano**.
In compenso, fin dalle prime pagine, abbiamo una bella visione di Labuan, e del suo governatore – e ci sentiamo più che compensati***.

———————————

* Non piangete – leggerò e vi parlerò di quelli accumulati nei mesi passati.

** E che Adolfo Celi rese così bene sullo schermo.

*** Anche se IL libro definitivo su Sarawak e sull’eredità coloniale di James Brooke non può che essere Sylvia, Queen of the Headhunters, di Philip Eade (e sì, questa nota è diretta soprattutto alla mia amica laClarina)


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Alla corte di Vittoria

Chissà com'è che quando si dice Epoca Vittoriana nessuno pensa a Vittoria, ma tutti si ricordano le ragazze del Red Queen giù a Limehouse?

Ok, seconda serata a tema qui al piano-bar del fantastico – eliminata la spinetta, piazziamo sul palco un bel violoncello, e passiamo ad un post su una bibliografia teorica per l’epoca vittoriana.

Ora, l’epoca vittoriana mi piace appena un po’ meno di quella elisabettiana, e mi piace in maniera diversa.
In primo luogo, perché nell’epoca elisabettiana c’è Elisabetta, che è un personaggio che mi affascina mortalmente – mentre francamente della Regina Vittoria mi interessa un po’ poco.
Non ho quindi sullo scaffale una pila di biografie di Vittoria.
Molto più interessante, io credo, è la società vittoriana, con questo suo strano mix di perbenismo ipocrita e scollacciatura reiterata, con il gioco di luci e ombre, con la macchina industriale in pieno sviluppo, il culto del progresso – ma anche certe strane recrudescenze anti-scientifiche, il revival del druidismo, la Golden Dawn…
E poi naturalmente si tratta dell’epoca delle imprese coloniali, il lungo regno di pace che fu costellato da un numero inimmaginabile di guerre, il teatro d’azione di Spring Heeled Jack e Jack lo Squartatore, e una delle componenti essenziali dello steampunk (un altro genere che comincia a venirmi in uggia non per il genere, ma per i suoi fan).

La scelta di titoli sarà quindi un po’ diversa rispetto alla precedente.
Ma qualcosa di buono potrebbe comunque venirne fuori. Continua a leggere