strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Faccio un giro un po’ convoluto.
Un pork chop express, per gli amici là fuori che mi seguono assiduamente e che gradiscono sempre un buon pork chop express.
R-2237708-1393121869-7922.jpegIn autunno uscirà l’edizione del cinquantenario di The Kinks are the Village Green Preservation Society, che dopo cinquant’anni viene finalmente riconosciuto come uno dei dischi più importanti della storia della musica del ventesimo secolo.
Non so se me lo potrò permettere, il nuovo/vecchio disco dei Kinks. Ricordo ancora le ore passate ad ascoltare il vecchio vinile, e quell’impressione che ci fosse qualcosa, là dentro, di importante.
In un modo o nell’altro, Village Green è parte di ciò che sono, e forse non mi serve la nuova edizione.

Ma non è di Village Green, che ho voglia di parlare stasera, ma dell’album dei Kinks che uscì due anni prima, e che si intitola Face to Face. Continua a leggere


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Il desiderio di scomparire

I”m a million miles away from it all
And let it go right over my head
Let ‘em chase and the winner take all
And let it go right over my head
[Ray Davies]

Domani alle nove sarò su un treno diretto a Urbino.
Ho i miei documenti pronti, la presentazione in powerpoint preparata, la stanza in collegio prenotata.
Ultima trasferta dell’anno – o forse penultima.
Treno, poi pulman, poi pulmino.
Biglietti, una borsa leggera, scarpe comode.
Prima Pesaro, poi Urbino.

disappearing-actSono molto stanco.
Gli eventi di questi ultimi giorni, di queste ultime settimane, di quest’anno, mi hanno fiaccato alquanto.
Il desiderio di scomparire è forte.
E se sulla strada per Urbino, pensavo qualche ora fa, scendessi ad una stazione a caso e poi mi avviassi a piedi in una direzione qualunque?
Potrebbe andare davvero peggio di come sta andando?
Mi offrirebbero, gli sconosciuti incontrati per strada, un trattamento diverso da quello riservatomi da persone che conosco da anni?
O l’essere estranei causerebbe in loro un certo pudore – magari anche semplicemente il pudore di non farsi beccare?

Sono stanchissimo.
Da gennaio, non sarò più un ricercatore a Urbino.
Niente titolo, niente ateneo ad alto profilo.
Dovrò cambiare i miei profili social, rimetterci freelance.
Non sarà più così cool avermi in agenda.
Smetterò di essere un buon grimaldello sociale.
E non mi importa.

Provo uno strano senso di vuoto.
Il futuro non mi preoccupa.
Considerando il passato, il futuro non può preoccuparmi.
Sono stanco in maniera indicibile.
Ma presto, molto presto, sarò nuovamente libero.
Ci sarà da divertirsi.

I’m way deep into nothing special
Riding the crest of a wave breaking just west of Hollywood
[Donald Fagen]


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In catena di montaggio

Ray Davies, Koninklijk Circus - Brussels - 1985

Ray Davies, Koninklijk Circus – Brussels – 1985 (Photo credit: Wikipedia)

Io dico sempre che quando si tratta di musica, della musica che ascoltiamo, il fattore critico, l’unico vero discriminante, è se e come l’artista riesce a parlare a noi e di noi.
E io l’ho detto, per me un autore che ha sempre parlato a me e di me è stato e rimane Ray Davies.
E oggi Ray Davies mi aiuta in questo improvvisato ma sentito pork chop express.

All my life I’ve been a workin’ man
When I was at school they said that’s all you’ll ever understand
No profession, didn’t figure in their plans
So they sent me down the factory to be a workin’ man

E così ora c’è questa strana faccenda di chi si pubblica da sé.
Ne avrete sentito parlare, probabilmente.
Da una parte, ci sono quelli che sparano a zero.
Ipotetici opinionisti indipendenti, autori dubbiamente “certificati” (di solito da se stessi), portavoce di case editrici più o meno grandi, autori indignati.
Tutti certi che l’autoproduzione, il self-publishing (guai poi a parlare di authoor/publisher) siano dei patetici disperati alla ricerca di un minimo di attenzione, avidi accattoni dispostia  tutto per qualche centesimo, fautori della bassa qualità, individui irrispettosi del lettore, nemici della cultura.
Attention whores.

È come se ci fosse una guerra.
Ma non c’è nessuna guerra.

Then music came along and gave new life to me
And gave me hope back in 1963
The music came and set me free
From working at the factory

Dall’altra parte, ci sono iniziative sommariamente discutibili, come il progetto di Pop-publishing della Mondadori (“non è self publishing,è pop publishing”), o Libro/Mania azienda sponsorizzato da Newton Compton e De Agostini, che si propongono di fornire agli autoprodotti informazioni, istruzione, e una tacita “certificazione”.
Gratis.

Never wanted to be like everybody else
But now there are so many like me sitting on the shelf
They sold us a dream but in reality
It was just another factory

L’impressione è forte, che il desiderio sia quello di inquadrare in qualche modo gli autoprodotti, riconducendoli in qualche modo all’interno della struttura tradizionale.
Mantenere l’editore nel ruolo di gatekeeper.

Tutto ciò, naturalmente, con l’intento benevolo ed altruistico e disinteressato di migliorare gli autori, premiare i meritevoli, e tutelare il povero lettore che – ne abbiamo già parlato – sarebbe altrimenti affogato in un mare di ciarpame mal scritto e peggio prodotto.

I made the music, thought that it was mine
It made me free but that was in another time
But then the corporations and the big combines
Turned musicians into factory workers on assembly lines

Ora, credo che chiunque sostenga che “l’editoria tradizionale è il male” sia tanto sciocco e carico di pregiudizi quanto chi strepita che “gli autoprodotti fanno tutti schifo”.
Gli assoluti non appartengono a questo mondo, e quando viene affermato un assoluto qualcuno da qualche parte dovrà pagare.

Il vero problema è che l’ecosistema è ormai sempre più affollato, c’è sempre meno spazio, e quindi la competizione si è semplificata – entità che un tempo potevano felicemente ignorarsi, ora si sentono in concorrenza.

In generale, si sta tentando di mantenere un modello commerciale – secondo ilquale l’opera dell’autore necessita una serie di validazioni che l’autore da solo non può fornire.
O che, qualora l’autore si organizzi per poter fornire (come nel caso di un editing professionale) devono venire inqualche modo sminuite.

Il progetto generale (quale che sia il brand o la realtà che lo spinge – lo stanno spingendo in tanti) non vuole tutelare né gli autori, né i lettori, né, in ultima analisi, gli editori.
Non è neanche una diabolica cospirazione – che peraltro solleticherebbe il mio spirito pulp.
È semplicemente un sistema auto-organizzato, un modello di mercato, non dissimile da quello della fabbrica di stampo fordiano, con ruoli definiti e immutabili, che vuole preservare se stesso.

E ora, Working at the Factory, di Ray Davies.
The Kinks.

They sold us a dream that in reality
Was just another factory
Working at the factory


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Alcohol

Domenica, mettiamo un po’ di musica.

Lei si chiama Amanda Mabro, ed è una jazzista e artista di cabaret canadese.
La canzone è la giustamente leggendaria Demon Alcohol, scritta nel 1970 (o era il ’71?) dal grandissimo Ray Davies – che proprio in quegli anni stava combattendo i propri demoni.

L’esecuzione è live, nelle strade di Montreal.
E mi piace quasi quanto l’originale…


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Abracadabra

Mia cara,
ti scrivo in riferimento all’album Abracadabra, di Claire Hamill, che ti prestai nel… mah, 1995?, e che non avesti mai la cortesia di rendermi.
Sì, intendo proprio il disco di “quella coi denti da coniglio”, quello in vinile, che mi dicesti non ti era neanche piaciuto.
Il fatto è che, pochi giorni or sono, per una copia dello stesso disco, ancora incellophanata, mi sono stati chiesti da un onesto rivenditore circa 80 euro…
No no no, aspetta.
Non lo rivoglio indietro.
Sarebbe così poco di classe, non trovi?
No, il punto è piuttosto, se, come credo, lo stai usando come sottovaso per una pianta grassa, sarebbe forse il caso di prendere quella copia di Abracadabra,  e di metterla in vendita su eBay.
Così non potrai più dire che frequentarmi non ti ha mai portato nulla di buono, giusto?

Detto ciò… Continua a leggere


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Gli amici di Ray

OK, questa è una pubblicità progresso.
O qualcosa del genere.

Ray Davies, già leader dei Kinks, é una delle persone che hanno contribuito a formare la mia cultura musicale – o mancanza della medesima.
E non solo.

L’uomo che quando John Lennon gli disse “Bella chitarra, è la tua?” rispose “Lo sarà quando mia madre avrà finito di pagare le rate” è il responsabile di alcune delle più importanti canzoni del ventesimo secolo, e pare ben deciso a tenersi stretto anche il ventunesimo.
Ha sofferto di depressione, ha cercato di uccidersi coi barbiturici, gli hanno sparato a New Orleans, e lui continua  imperterrito.

Il disco See My Friends è probabilmente una bieca operazione commerciale, fatta per finanziare il prossimo progetto.
Ma sentire Bruce Springsteen cantare Better Days vale da solo il prezzo del biglietto.

Purtroppo quel brano non si trova in rete.

Si trovano invece i Metallica che fanno da spalla a Davies per You Really Got Me.
Vediamo se qualcuno si addormenta…

Certo, questa l’avevano già rifatta i Van Halen.
Noi, Lars e Soci, li aspettiamo con una cover dei Jethro Tull…