strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Critica, recensione ed editing

Prendo l’avvio da una osservazione fatta ieri, e dal post di Black Gate Magazine Blog di qualche giorno addietro, per mettere giù una rapida serie di idee sfuse.
Poi da domani si torna a parlare di buoni libri ed altre amenità…

Cito me stesso e dico

io credo che sia crollata la distinzione fra critica, recensione ed editing

Credo di sì – per lo meno a un certo livello, per lo meno nella blogsfera (ma anche sul cartaceo cominciano a vedersi i segnali del crollo, e non da ieri).

Facciamo un po’ di chiarezza Continua a leggere


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Di dei e alcove

Niente più Spaghetti Azathoth – ovvero Regionalisti, non Provinciali

Il volume Il Dio nell’Alcova, di Elvezio Sciallis, si chiude con la citazione di un album di van Morrison.
No guru, no method, no teacher.
Ci arriveremo.

Recensire Il Dio nell’Alcova, di Elvezio Sciallis (Il Foglio, 2004), è un atto di suprema inutilità.
Il testo è già stato recensito da tali e tante voci – sempre con toni più che lusinghieri – che aggiungere una voce al coro, a cinque anni dall’uscita del volume, è un gesto sciocco.
Eppure c’è tanto da dire su questo esile volumetto di neanche 80 pagine – tanto che nessun altro pare aver ravvisato, neanche Silvia Treves nella peraltro esaustiva recensione comparsa su LN nel 2005. Che è comunque la recensione che maggiormente si avvicina a ciò che vale la pena di discutere riguardo a questo volume.
Cerchiamo perciò – per ciò che vale – di rimediare alle mancanze.
Prima, i dati essenziali.
Il volume edito da Il Foglio raccoglie otto racconti del sovrannaturale, più una prefazione, una nota linguistica ed una postilla dell’autore.
Tre dei racconti sono illustrati.
Settantasei pagine, otto racconti, sei euro – 7,8 centesimi per pagina, 75 centesimi a racconto.

La narrativa di Sciallis si colloca geograficamente nel ponente ligure, e cerca nelle suggestioni del paesaggio dell’entroterra appennininico alcuni dei motivi della propria poetica.
Non staremo qui a ribadire l’essenzialità del legame fra paesaggio e narrazione nel fantastico (leggetevi Wizardry and Wild Romance, di Michael Moorcock); certamente, l’elemento regionale è stato ed è essenziale nella narrativa di orrore sovrannaturale – da The Dunwich Horror di Lovecraft a The Wasp Factory di Banks, e oltre.
In questo senso, Il Dio nell’Alcova è un testo importante, perché segnala una tendenza, nella narrativa d’immaginazione italiana, che non si limita a sostituire il delta del Pò al New England, ma usa il paesaggio, la storia, il territorio, per costruire nuovi orrori, nuove suggestioni.
Danilo Arona, certo il più interessante dei narratori del sovrannaturale nazionale, autore professionista felicemente “colpevole di letteratura” in un panorama di dilettanti presuntuosi, lo fà da anni – e evidentemente non è l’unico.
Nell’essere regionale ma non provinciale, la narrativa di Elvezio Sciallis si và ad inserire in quella che alcuni critici benevoli, ad oceani da qui, hanno deciso di definire Scuola del Fantastico Post-Calviniana.
“Scuola”, perché gli autori che vi appartengono sono in un modo o nell’altro consapevoli del lavoro gli uni degli altri.
Post-Calviniana perché da una parte, come in Calvino, l’opera di questi autori è compartecipe di due culture (quella anglosassone-globale e quella regionale), e dall’altra perché, venendo dopo Calvino (autore fantastico “colto”), non vi è la paura di sperimentare con il linguaggio e la struttura narrativa, e la scrittura viene praticata senza il pudore di essere “troppo colti” o la preoccupazione un po’ fasulla di “essere troppo popolari”.
A differenza di Calvino, i Post-Calviniani non temono di vedere etichettata come “fantastica” o “fantascientifica” la propria produzione.
Non che qualcuno, qui, se ne sia accorto, naturalmente.
Nel nostro paese non si è ancora neppure ipotizzata una antologia dei regionalisti Post-Calviniani.
Nel nostro paese, si raccoglie una squadra di mercenari per scrivere racconti orrifici “alla giapponese”.
Provincialismo.
Inutile dire, quindi, che io di antologie come quella di Elvezio Sciallis vorrei vederne uscire una al mese – segnalerebbero la vitalità di una entità letteraria che vive, ma stenta a manifestarsi.
E sarebbero una eccellente palestra per una nuova generazione di autori colti, intelligenti e senza paura.

Quindi, ok, è sottile, si legge in fretta, costa poco, ha un grande valore documentario, cene fossero di libri così…
Ma alla fine, ‘sto libro, com’è?
Dentro.
Dove ci sono le parole scritte.
Li vale sei euro?

Il libro è buono.
Molto buono.
Ecco, a voler essere brevi e scortesi, si potrebbe dire che Il Dio nell’Alcova è una raccolta molto buona, nella quale anche il racconto più debole è comunque molto buono – ma nella quale, ahimé, anche il racconto migliore si limita ad essere “soltanto” molto buono.

Nei ringraziamenti a fine volume, l’autore afferma di aver pubblicato per narcisismo.
Meglio sarebbe stato, dice, “passare oltre”.
Si tratta di una ingenuità tollerabile in un esordiente.
Tutti noi scriviamo per mostrare al pubblico la nostra opera.
È sempre bene diffidare di quelli che scrivono “solo per se stessi”.
Di quelli che minacciano il mondo con cassetti ricolmi di romanzi scritti sostanzialmente per fare esercizio di dattilografia.
Io ritengo che, in questo caso, passare oltre sarebbe stato un errore.
I racconti sono scritti con competenza, a partire da ottime idee, e sfruttano bene lo spazio che l’autore mette loro a disposizione.
L’introduzione scomoda Lovecraft, Bradbury, King.
Io sento unaforte vibrazione di Joe Lansdale, in queste storie o forse Kim Newman – ma non voglio con questo privare l’autore della sua identità.
L’identità, la voce autorale c’è, ed è sostanzialmente ben definita.
Ciò che manca, piuttosto, per lo meno a mio parere, è un editing approfondito e senza pietà.
Manca qualcuno – non l’autore, questa parte, a questo punto, non tocca a lui – che si sieda di fronte all’autore e gli dica “Il libro potrebbe essere ottimo – ora vedi di portare fuori la spazzatura”.
Invece, il lavoro dell’editor latita, o è insufficiente.
È qui che il principio di no guru, no method, no teacher si rivela un’arma a doppio taglio.
Non che ci siano grandi peccati mortali ne Il Dio nell’Alcova.
In un paio di racconti, per un attimo, il punto di vista vacilla.
C’è un vistoso errore a pagina 11, ci sono un paio di termini in traduttorese.
Niente di che.
A Caccia – che è, ammettiamolo, una valanga di risatelle cattive – ci viene spacciato per fantascienza ma della fantascienza usa gli elementi senza integrarli nella storia; è insomma un racconto fanta-satirico “al gusto di fantascienza”. Si poteva “asciugarlo” un po’ senza perdere nulla.
Personalmente, prenderei Eclisse totale di cuore” – io credo una delle due migliori storie nel volume e un grande racconto tout-court – e lo riscriverei in e-prime, vale a dire rimuovendo ogni istanza del verbo “essere”.
Quanto a Coda-Marine 475, è certo uno dei racconti più straordinari e più deludenti che io abbia mai letto.
Straordinario perché la reazione immediata è “Perché non ci ho pensato prima?!” – l’idea di partenza è tanto semplice e tanto geniale da collocare facilmente Sciallis nel mio olimpo personale dei narratori italiani, là con Danilo Arona e Alessandro DeFilippi.
L’esecuzione tuttavia tradisce l’idea.
La voce del critico cinematografico sovrasta quella del narratore, gli intenti “ideologici” del racconto (tracciare l’evoluzione del male quotidiano)  vengono esplicitati.
Il risultato è una buonissima storia, ma che non riesce ad essere eccellente come potrebbe.
D’altra parte, le buone idee non hanno una scadenza, e sarebbe davvero un peccato se Elvezio Sciallis non riuscisse a trovare il tempo di affrontare nuovamente questa trama e quest’idea, rimuovendo senza pietà qualsiasi traccia di sentimentalismo, sopprimendo ogni esplicito riferimento didascalico, avendo cura di tralasciare riferimenti troppo precisi che datano la storia senza arricchirla, e trasformando questo diamante grezzo di orrore personale in una gemma di orrore universale.
Come autore, l’antologia dimostra che è perfettamente in grado di farlo.

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I Mangiatori di Sogni

Anticipo qui di seguito alcune considerazioni che compariranno per esteso sul prossimo numero di LN.

C’è una forte voglia di retrofuturismo, nel mercato letterario anglosassone.
La si può leggere come una fuga dalle spiacevolezze aggravate del tempo presente, o come un modo di osservare tali spiacevolezze attraverso unalente deformante e rivelatrice.
L’esordio di Susanna Clarke, Jonathan Strange & Mr Norrel, ha avuto un ampio successo – anche se alcuni l’hanno trovato prolisso e noioso; China Mieville riesce spesso a saltare lo spartiacque fra narrativa di genere e narrativa alta con le sue storie “zeppe di mostri” (come lui stesso le definisce); The Prestige ha spostato milioni di copie come libro e come film, ed ha riportato in auge il nome di Nikola Tesla, autentico nume tutelare dello steampunk/steampulp.
Ora, Bompiani ci offre – in sordina, quasi vergognandosene – un altro interessante testo nel panorama di quello che potremmo chiamare “steampunk per tutti”.

Glass Books of the Dream Eaters instalments 2 by Colbie.Quando Gordon W. Dahlquist – già di per sé un nome con un forte sentore di steampunk – diede alle stampe il suo primo romanzo, The Glass Books of the Dream Eaters (“La Setta dei Libri Blu” per il notoriamente più raffinato pubblico italiano), la Penguin-Viking dimostrò lapropria fiducia nel romanzo pubblicandolo in forma di collezione di volumetti, imitando i penny dreadful dell’epoca vittoriana. [immagine da Flickr]
A questa prima – ed ormai piuttosto rara – edizione, fece seguire un sontuoso rilegato rigido di proporzioni Dickensiane.
Bompiani corre meno rischi, e pubblica il volume in un formato anonimamente standard, garantendone la scomparsa sullo scaffale insieme a diecimila altri titoli affini, e senza una designazione generica precisa – chi lo vorrà leggere, dovrà cercarselo.
Buona caccia.

Più “asciutto” del romanzone della Clarke, il tomo di Dahlquist è comunque abbastanza massiccio da soddisfare i consumatori abituali di trilogie e, fortunatamente, non spreca una pagina.
Ambientato in un universo contiguo alla nostra epoca vittoriana (e passare al pettine fine le pagine in cercadi punti di contatto o divergenze è un gioco che lasciamo ai lettori ossessivi), il romanzo segue le peripeziedi tre personaggi atipici nella loro progressiva esplorazione di un complotto che è – ovviamente – diabolicamente subdolo.
La signorina Celeste Temple, fanciulla di buona famiglia, è stata piantata dal fidanzato.
Cardinal Chang, assassino su commissione, è stato giocato da un cliente.
Il Dottor Svenson, medico e ufficiale dell’esercito, è ridotto a fare da balia ad un principe scapestrato.
I tre personaggi si trovano invischiati con i “dream eaters” del titolo originale del romanzo, e con i loro “libri blu” del titolo italiano.
Il piano dei malvagi è dominare l’umanità possedendone i desideri.
Riusciranno i nostri eroi….?

Il romanzo è stato criticato per il fatto di essere eccessivamente Hollywood-friendly, e per una certa somiglianza, agli occhi di una certa fascia di pubblico, con i vecchi telefilm degli Avengers – o dei New Avengers, visto che gli eroi agiscono in trio.
Ma il parallelo Temple-Chang-Svenson come controparte vittoriana di Purdey-Gambit-Steed non è poi così negativo per quel che mi riguarda.
E se vorranno farci un film, possiamo solo sperare in un regista sano di mente, e sceneggiatori onesti.
Potrebbe anche venirne fuori qualcosa di buono.

Perché in fondo si tratta di una buona avventura, avvincente ed esotica, gestita con più che sufficiente maestria dall’autore.
Certo due spanne al di sopra di moltò fantastico di routine offerto in maniera più esplicita dagli editori nostrani.


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Quarantamila parole

Non conosco personalmente Simone Brunozzi – nel senso che (almeno che io sappia) i nostri corpi non hanno mai occupato spazi fisici contigui.
Lo conosco come guru di Ubuntu, frequento saltuariamente il suo blog, ed in passato ci siamo scambiati un paio di mail in prospettva di un lavoro che non si è concretizzato – capita, è la dura vita del freelancer.

Mi ha quindi sorpreso non poco l’essere invitato da Simone a visitare una pagina recente del suo blog…

Per una volta, nella vita, puoi fare una delle seguenti cose:
– NON fumare 4 pacchetti di sigarette;
– NON andare al ristorante o pizzeria per una volta soltanto;
– NON comprare una t-shirt, o un paio di pantaloni economici;
– NON andare al cinema per una volta soltanto;
– Decidere di sputtanare venti euro.

Ah, Simone, caschi male….
Io non fumo.
Poiché cucino dannatamente bene raramente mi affido a terzi per la gozzoviglia.
Poiché sono un ciccione orribile raramente trovo abiti a basso costo della mia misura.
E vado raramente al cinema.
Venti euro?
Parliamone.

Il fatto è – per farla breve – che Simone Brunozzi, rispettato guru dell’informatica nazionale, ha scritto un romanzo di fantascienza, intitolato Nonovvio.
Essendo un guru dell’informatica, Brunozzi ha barato – vi direbbe un individuo meno che illuminato – ed anziché stampare il proprio testo, imbustarlo e spedirlo ad un editore a languire in una pila di altri sessantamila manoscritti di belle speranze, lui il libro lo ha passato a Lulu.com, e se lo è autoprodotto.
Ora lo potete scaricare gratis da qui.
Se poi vi piace, l’autore vi chiede di acquistarne una copia in cartaceo.
Abbastanza corretto, direi.
Accetto lo stesso tipo di discorso da grossi calibri del fantastico come Cory Doctorow e Charles Stross, perché non da Simone Brunozzi?

Anche perché il romanzo di Brunozzi, scaricato e letto in nottata, è un buon romanzo.
Non è Doctorow, non è Stross, ma è una lettura che non ci fa rimpiangere il tempo che le abbiamo dedicato.
Non poco, per un romanzo di fantascienza italiano auto-pubblicato.

OK, è un romanzo breve – a quarantamila parole, di questi tempi, quella è la classificazione.
E, ammettiamolo, ci sono un paio di refusi (delle “i” che diventano “o”, ad esempio), ma se accetto certe cose da Mondadori – e le accetto – allora posso anche accettarle da Lulu.com.
Non so per certo, infine, se si tratti dell’opera prima di Brunozzi in campo narrativo – ma alcune ingenuità mi portano a sospettarlo fortemente, e sono disposto ad accettarle.

A tratti, ad esempio, l’autore si macchia di info-dumping, scaricandoci in grembo un paio di pagine di informazioni grezze anziché farcele vivere; questo è considerato un peccato mortale da molti, ma vista la densità di informazioni contenute in 160 pagine, era probabilmente inevitabile.

La caratterizzazione è buona – più forte forse sui personaggi secondari che non sul protagonista, un altro fattore che mi porta a sospettare di avere fra le mani un’opera prima.
Ma è OK, come si diceva
Fa parte del gioco.

Per il resto, la trama è meno che ovvia (il che è bene, visto il titolo), e servita bene dal linguaggio dell’autore, che ha la cortesia di non abbandonarsi a strani arzigogoli artistoidi, ma mantiene uno stile piano, diretto, che sarebbe piaciuto agli autori della vecchia scuola.
Questa è fantascienza piuttosto hard, con una punta di fantascienza sociologica, e si regge molto sulle idee che ne costituiscono l’ossatura, e che sono in generale piuttosto interessanti.
Chi abbia letto ed amato I Linguaggi di Pao di Jack Vance o Babel-17 di Samuel Delany scoprirà di essere in un territorio conosciuto, ma di esservi entrato per una porta diversa.
Nel mettere insieme il suo romanzo utopico, Brunozzi dimostra di conoscere bene la scienza di cui parla (e questo probabilmente non sorprende) e ne estrapola delle ricadute sociali credibili; l’azione scorre senza particolari scossoni e Brunozzi mantiene desto l’interesse del lettore senza troppa fatica.
Un buon lavoro.

Se – come credo – siamo davanti ad un’opera prima, certo Nonovvio promette bene per il futuro di narratore di Simone Brunozzi.
Oh, un editore tradizionale gli avrebbe chiesto almeno cento pagine in più.
E più scene di sesso.
Ma Nonovvio è bilanciato così com’è.
Non vincerà certamente il Premio Italia.
O il Premio Urania.
Ma forse non ne ha bisogno.

Resta la domanda finale.
Vale venti euro in cartaceo?
Questa è una decisione che dovranno prendere i singoli lettori.
Io intanto lo scaricherei e gli darei un’occhiata – è un libro che contiene delle idee interessanti, che vale la pena vengano fatte circolare.
Per quel che mi riguarda, col prossimo ordine a Lulu.com, a settembre, ne metterò in coda una copia.
Era parte dell’accordo, no?
Se vi piace, compratelo.


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In Controtempo

Ora tocca a me.

Questo post è dedicato a In Controtempo, antologia di racconti di Massimo Citi, CS_libri 2007, 14 euro.

controtempoPerché qui, perché adesso.
Il volume è già stato recensito – e bene – su altri siti, su altri blog.
Ne ha scritto Massimo Soumaré, ne ha scritto Elvezio Sciallis.
Ne parla frequentemente e volentieri Alessandro DeFilippi.

E allora perché riprendere qualcosa di già fatto?
Per il semplice motivo che quelle recensioni, su quei blog, su quei siti, sono passate -dovete andarvele a cercare, per leggerle.
E DeFilippi dovete avere la fortuna – perché di fortuna si tratta – di incontrarlo di persona, e godere della sua compagnia.

Questa recensione rimarrà in vista per circa una settimana, al ritmo di aggirnamento del mio blog, e darà ancora un po’ più di visibilità, per qualche giorno, ad un libro che merita di essere letto.

Ora, com’è il libro di Citi?
Beh, ragazzi, scucite i quattordici euro e leggetevelo.
E’ molto tascabile, piacevole al tatto, facilmente ottenibile on-line.
E’ meglio di un Urania, e non rischia di sfaldarsi per l’umidità.
E’ meglio dei due terzi della narrativa che si pubblica nel nostro paese – ad esser conservativi nella stima.
E cosa sono, ormai, quattordici euro?

Se però volete sapere com’è leggere il libro di Citi…. ah, allora il discorso è diverso.

Cercate di ricordare, se ci riuscite, la prima volta che avete letto Ballard.
O Jack Vance.
O H.P. Lovecraft.
O Haruki Murakami.

Badate bene, con questo non voglio dire che la scrittura di Citi assomigli in alcun modo – per forma o temi – a quella di Ballard, Vance o Lovecraft, o Murakami.
Massimo Citi è un autore maturo, con unproprio stile.
Come la Coca Cola è The Real Thing.
Ma la sensazione che si prova nel leggere queste storie è la stessa che si prova nel leggere l’opera di uno di quei colossi.
L’impressione, fortissima, di trovarsi davanti a qualcosa di radicalmente nuovo e diverso da ciò che si è letto finora.
Qualcosa che diverrà un termine di paragone, un punto di riferimento.

E cosa si può desiderare di più dalla lettura, se non incontrare una prospettiva diversa.

Il libro si intitola In Controtempo.
Massimo Citi.
CS_libri.
Quattordici euro.
Sono otto raconti, ciascuno illustrato dalle fotografie di Cettina Calabrò, più una prefazione di Alessandro De Filippi, note e ringraziamenti.

Il mio volume ha anche una dedica di suo pugno dell’autore, ma che volete, appartenere al fantasmatico/fantomatico Gruppo Alia comporta qualche privilegio.