strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Aggiornare il sistema

Quella che stiamo attraversando è una crisi sanitaria e sociale, certo, ma in ultima analisi è una crisi ecologica – perché è legata a fenomeni naturali ed all’impatto ambientale delle attività umane – che sfocerà certamente in una crisi economica e politica – perché l’economia e la politica sono l’ambito delle attività umane.

E in questi giorni di isolamento forzato mi sono ritrovato a leggere libri – o ad ascoltare audiolibri – su quell’area di sovrapposizione di economia ed ecologia nella quale all’improvviso abbiamo tutti scoperto di trovarci. Perché le due sono legate strettamente – e in fondo l’incapacità dell’economia di accettare i limiti imposti dall’ecologia è una componente molto importante della situazione in cui ci troviamo. I sistemi ecologici ci mostrano con chiarezza che non esiste una crescita infinita all’interno di sistemio chiusi; ma la crescita infinita è il fondamento del paradigna economico dominante.
Questo ci riporta alla macchina di cui parlavamo in precedenza – quella che lavora male, ha un’efficenza pessima, e danneggia l’ambiente ed ammazza le persone. Tutto questo succede perché ci ostiniamo a farla girare col software sbagliato.

E allora, sempre nell’ottica di vivere la catastrofe come opportunità e non come vicolo cieco, perché non considerare l’attuale situazione come una opportunità per aggiornare il software, e far girare la macchina sulla base di principi che siano coerenti col sistema nel quale ci troviamo ad operare.
Un sistema che privilegia la stabilità e la resilienza (la capacità di tornare allo stato stabile dopo una perturbazione) e non la crescita infinita.
Esiste, questo software alternativo?

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Un passo dopo l’altro

Una volta ho avuto un pessimo lunedì.
È successo anni addietro, fra l’anno di studio a Londra ed il servizio militare nell’Aeronatica.
Quel pessimo lunedì è il motivo per cui mi sono laureato tardi, per cui non avrò mai una carriera accademica nella mia alma mater*, e il motivo per cui cinque anni abbondanti della mia vita sono scomparsi dalla mia memoria.

Beh, ve l’avevo detto – fu un pessimo lunedì.

Mi ci vollero cinque anni per uscirne, e ne uscii grazie a due attività molto semplici – la scrittura e il camminare.
E poiché di scrittura ve ne ho già parlato fino alla nausea, oggi parlo di camminare.
E di pessimi lunedì. Continua a leggere


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5 Post sull’Ambiente – Resilienza

Cinque parole per l’ambiente, si diceva, un progetto di corso, di conferenze, magari un articolo, in attesa delle Giornate del Paesaggio Agrario e dell’esperimento con il world café.

La biodiversità, abbiamo visto, è centrale nel definire la salute di un sistema.
Un ecosistema impoverito in specie, dove pochi individui di un paio di gruppi più resistenti o fortunati si arrabattano, è fragile, e a rischio di desertificazione, vulnerabile alla colonizzazione da parte di specie esotiche.

La biodiversità è un elemento centrale nel definire la serilienza del sistema.
Ora, chi segue questo blog ricorderà probabilmente che se la biodiversità è stata parte integrante del mio lavoro in questi anni, la resilienza resta un mio interesse extracurricolare che mi piacerebbe molto trascinare nel mio curriculum.
Ci ho anche fatto un post.

La resilienza è la capacità di un sistema di tornare a garantire gli standard minimi, in seguito ad una perturbazione.
La capacità di rimettersi in piedi dopo una caduta.

È quindi ovvio che lavorare per conservare o ripristinare la biodiversità locale è una buona strategia per scongiurare futuri problemi, ed anzi tamponarli preventivamente.
Per questo certi aspetti poco romantici dell’ecologia – come preoccuparsi dell’estinzione dei rospi o di certe piante che non danno fiori colorati – sono comunque importanti, spesso più importanti, nell’immediato, di iniziative popolari ma più dimostrative che incisive.

Ma si può andare oltre.
Non solo, insomma, lavorare sulla biodiversità per accrescere la resilienza, ma usare la resilienza per costruire modelli che ci permettano di affrontare consapevolmente e con successo le crisi future.

Secondo Buzz Holling, teorico dei modelli di panarchia e della resilienza, si può impostare un intero approccio alla gestione del paesaggio, sul concetto di resilienza.

L’idea è che i sistemi naturali (che si tratti di una pozzanghera o dell’Atlantico non ha importanza, non è una questione di scala) attraversino nel corso della loro esistenza dei cicli adattativi, che si possono scomporre in quattro fasi

1 . crescita o sfruttamento (fase r)
2 . conservazione (fase K)
3 . collasso o “rilascio” (fase omega)
4 . riorganizzazione (fase alpha)

Si possono anche identificare un loop frontale (da r a K) e un loop di ritorno (da omega ad alpha).

I cicli, come già descritto in quel vecchio post, sono slegati dalla scala, e si applicano – con la stessa matematica – a tutti i fattori connessi con il sistema in analisi.

Immaginiamo allora un amministratore pubblico, che si trovi a dover gestire un’area del nostro territorio.
Applicando uno studio della biodiversità, ed un modello di resilienza, egli avrà gli strumenti adatti per prevedere le conseguenze di ogni cambiamento (entro un certo spettro di probabilità) del territorio, incluse le ricadute economiche e sociali, con un discreto grado di affidabilità.

Questo significa usare la biodiversità e la ricchezza ecologica per decidere come prevenire un dissesto idrogeologico, per gestire le conseguenze di un evento catastrofico come un terremoto o lo sversamento di un inquinante, come gestire una campagna di disinfestazione a basso impatto su parassiti, come cercare di usare le risorse del territorio per tamponare una crisi economica.
Senza perturbare lo stato dinamico generale.

Belle teorie?
È possibile.
Ma è probabilmente meglio una buona teoria che l’assenza di ogni teoria e l’improvvisazione – magari guidata da interessi individuali.

E poi, esistono deglie sempi piuttosto interessanti di successo, a scala piuttosto piccola e gestibile di questo approccio.
Mai sentito parlare di permaculture?
Beh, noi ne parliamo la settimana prossima.


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La mia frustrazione in paperback

La mia frustrazione ha preso forma, ieri, concretizzandosi in un bel volume coloratissimo intitolato The Transition Companion.

Il volume raccoglie in forma manualistica tutte le esperienze maturate in cinque anni dai partecipanti al progetto Transition Town, che aveva portato alla pubblicazione, nel 2008, del Transition Handbook.

L’idea di base è che sia necessario ridisegnare il nostro stile di vita, in modo da essere pronti, quando la crisi verrà, ad affrontarla in maniera costruttiva, ed uscirne con successo.
Che ammettetelo, non era male, come idea, nel 2007, eh?
Fessi, gli dicevano, ma che crisi e crisi…

Chissà com’è che nessuno dalle nostre parti pare essersene accorto, tranne la popolazione della città di Monteveglio.

Più nel dettaglio, il progetto è quello di coinvolgere la popolazione locale, e ridisegnare consumi e produzione (ma anche rapporti sociali e convenzioni) al fine di
. favorire l’occupazione
. sganciarsi dagli idrocarburi come fonte energetica
. produrre localmente e in maniera sostenibile
. ridurre l’impatto ed accrescere il livello di felicità individuale

Il progetto generale delle Transition Town parte dal presupposto che attendere l’azione del governo o delle amministrazioni locali significa ottenere troppo poco e troppo tardi.
È necessario coinvolgere la popolazione.
Lavorare a scala del piccolo e medio centro urbano.
A livello di quartiere nelle grandi città.
Proporre dal basso. Continua a leggere


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Dentro il Sistema

Capita, a volte, di inciampare su un libro che ci inchioda la giornata.
Noi non volevamo, naturalmente, ma il potere del libro ci blocca, ci porta a modificare i nostri piani, cambiare la nostra tabella di marcia.
Oggi non si fa altro che leggere quest’affare, perché è importante.

A me è capitato ieri con Thinking in Systems – A Primer, di Donella H. Meadows.
Per cui ho mollato tutto, e me lo sono letto, da copertina a copertina.
E ne è valsa decisamente la pena.

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